Perché procrastiniamo: una lettura psicologica ed emotiva del rimandare
- 30 dic 2025
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Articolo scritto in collaborazione con @psicoatelierpordenone
Definire la procrastinazione oltre i luoghi comuni
La procrastinazione viene comunemente definita come il rinvio intenzionale di un’azione pianificata, nonostante la consapevolezza che questo rinvio comporterà conseguenze negative (Steel, 2007). Questa definizione è particolarmente rilevante perché distingue la procrastinazione dalla semplice gestione del tempo o dalla necessità di riorganizzare le priorità. Procrastinare, infatti, implica una discrepanza tra intenzione e comportamento, che genera disagio psicologico. Le persone che procrastinano spesso desiderano portare a termine il compito, ma non riescono ad attivarsi nel momento opportuno. Questo elemento rende la procrastinazione un fenomeno intrinsecamente psicologico e non meramente comportamentale. La sofferenza associata al rimandare è una componente centrale del costrutto. Per questo motivo, la procrastinazione non può essere ridotta a pigrizia o mancanza di disciplina.
Dal punto di vista empirico, la procrastinazione è stata associata a numerosi esiti negativi, tra cui stress, peggior rendimento accademico e lavorativo, e ridotto benessere psicologico (Sirois, 2014). Tuttavia, ciò che emerge con maggiore chiarezza dalla letteratura è che la procrastinazione non deriva da un deficit di conoscenze o abilità. Nella maggior parte dei casi, le persone sanno cosa fare e come farlo. Il problema risiede nella difficoltà ad avviare il comportamento nel momento in cui è richiesto. Questa difficoltà è spesso accompagnata da un dialogo interno critico e svalutante. Tale dialogo contribuisce a rafforzare il ciclo della procrastinazione. In questo senso, procrastinare diventa un’esperienza emotivamente carica e auto-rinforzante.
Un ulteriore aspetto rilevante riguarda la dimensione temporale della procrastinazione. La Temporal Motivation Theory suggerisce che il valore soggettivo di un compito diminuisca quando la ricompensa è distante nel tempo, mentre aumenta l’attrattiva delle gratificazioni immediate (Steel & König, 2006). Questo modello aiuta a comprendere perché attività importanti ma non urgenti vengano sistematicamente rimandate. La procrastinazione emerge quindi dall’interazione tra impulsività, sensibilità alla ricompensa e percezione del tempo. Non si tratta di una scelta razionale, ma di una risposta guidata da meccanismi motivazionali ed emotivi. Tale prospettiva consente di superare una lettura moralistica del fenomeno. La procrastinazione appare così come un problema di autoregolazione complesso e multifattoriale.
Procrastinazione e regolazione emotiva
Negli ultimi anni, la ricerca ha evidenziato come la procrastinazione sia strettamente legata ai processi di regolazione emotiva (Sirois & Pychyl, 2013). Rimandare un compito può rappresentare un tentativo di evitare emozioni spiacevoli associate all’attività, come ansia, noia o frustrazione. In questo senso, la procrastinazione funziona come una strategia di coping a breve termine. L’evitamento consente un sollievo emotivo immediato, anche se temporaneo. Questo sollievo rinforza il comportamento di rinvio, rendendolo più probabile in futuro. Tuttavia, le emozioni evitate tendono a riemergere con maggiore intensità. Il risultato è un circolo vizioso che mantiene la procrastinazione nel tempo.
Diversi studi hanno mostrato che le persone che procrastinano abitualmente presentano maggiori difficoltà nel tollerare stati emotivi negativi (Tice & Bratslavsky, 2000). In particolare, l’ansia anticipatoria gioca un ruolo centrale nel blocco dell’azione. L’idea di iniziare un compito può attivare timori legati alla prestazione, al giudizio o al fallimento. Per alcune persone, anche la possibilità di riuscire può essere fonte di disagio, poiché implica aspettative future più elevate. La procrastinazione permette di rimandare il confronto con queste emozioni complesse. Tuttavia, questo rinvio non risolve il problema emotivo sottostante. Al contrario, contribuisce ad aumentare il carico emotivo complessivo.
La prospettiva della regolazione emotiva aiuta a comprendere perché la forza di volontà, da sola, sia spesso inefficace nel contrastare la procrastinazione. Chiedere a una persona di “sforzarsi di più” ignora la funzione emotiva del comportamento di rinvio. Intervenire sulla procrastinazione richiede piuttosto di lavorare sulla relazione con il disagio emotivo. Ciò implica sviluppare una maggiore consapevolezza delle emozioni attivate dal compito. Significa anche imparare a tollerare sensazioni spiacevoli senza evitarle immediatamente. In questo senso, la procrastinazione può essere letta come un segnale clinico importante. Essa indica un’area di vulnerabilità nella gestione delle emozioni.
Implicazioni cliniche e terapeutiche
In ambito clinico, la procrastinazione è frequentemente associata a costrutti come perfezionismo, bassa autoefficacia e autocritica elevata (Ferrari et al., 1995). Le persone perfezioniste, in particolare, possono rimandare per paura di non raggiungere standard irrealistici. L’azione viene bloccata dal timore di produrre un risultato “non abbastanza buono”. Questo meccanismo contribuisce a rafforzare l’idea di inadeguatezza personale. La procrastinazione diventa così parte integrante dell’identità del soggetto. Intervenire su questi schemi cognitivi è fondamentale nel lavoro terapeutico. Senza un intervento mirato, il ciclo tende a cronicizzarsi.
Dal punto di vista terapeutico, diversi approcci hanno mostrato efficacia nel trattamento della procrastinazione. La terapia cognitivo-comportamentale si concentra sulla ristrutturazione dei pensieri disfunzionali e sull’esposizione graduale al compito evitato (Rozental & Carlbring, 2014). Parallelamente, approcci basati sulla mindfulness e sull’accettazione lavorano sulla capacità di stare nel disagio emotivo senza evitarlo. Questi interventi aiutano il paziente a modificare il rapporto con le proprie emozioni, piuttosto che eliminarle. L’obiettivo non è ridurre immediatamente l’ansia, ma aumentare la flessibilità psicologica. In questo modo, l’azione diventa possibile anche in presenza di emozioni spiacevoli. La procrastinazione viene così affrontata alla sua radice.
Infine, è importante sottolineare che lavorare sulla procrastinazione significa anche promuovere un atteggiamento più compassionevole verso sé stessi. La self-compassion è stata associata a livelli più bassi di procrastinazione e a una maggiore resilienza emotiva (Sirois, 2014). Ridurre l’autocritica permette di interrompere il ciclo di vergogna e rinvio. Dal punto di vista clinico, questo implica aiutare il paziente a distinguere il comportamento dal valore personale. Procrastinare non definisce chi siamo, ma segnala una difficoltà che può essere compresa e affrontata. In quest’ottica, la procrastinazione diventa un’opportunità di lavoro terapeutico profonda. Comprenderla significa aprire uno spazio di cambiamento autentico.
Riferimenti Bibliografici
Ferrari, J. R., Johnson, J. L., & McCown, W. (1995). Procrastination and task avoidance: Theory, research, and treatment. Springer.
Rozental, A., & Carlbring, P. (2014). Understanding and treating procrastination: A review of a common self-regulatory failure. Psychology, 5(13), 1488–1502. https://doi.org/10.4236/psych.2014.513160
Sirois, F. M. (2014). Procrastination and stress: Exploring the role of self-compassion. Self and Identity, 13(2), 128–145. https://doi.org/10.1080/15298868.2013.763404
Sirois, F. M., & Pychyl, T. A. (2013). Procrastination and the priority of short-term mood regulation: Consequences for future self. Social and Personality Psychology Compass, 7(2), 115–127. https://doi.org/10.1111/spc3.12011
Steel, P. (2007). The nature of procrastination: A meta-analytic and theoretical review of quintessential self-regulatory failure. Psychological Bulletin, 133(1), 65–94. https://doi.org/10.1037/0033-2909.133.1.65
Steel, P., & König, C. J. (2006). Integrating theories of motivation. Academy of Management Review, 31(4), 889–913. https://doi.org/10.5465/amr.2006.22527462



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