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Neurodivergenza e funzioni esecutive: una lettura contemporanea tra clinica, contesti e responsabilità sociale

  • 7 gen
  • Tempo di lettura: 8 min

Articolo scritto in collaborazione con @spazioemozione


Introduzione: perché parlare oggi di funzioni esecutive e neurodivergenza

Negli ultimi anni il concetto di neurodivergenza ha acquisito una crescente visibilità sia nel dibattito scientifico sia nel discorso pubblico, modificando profondamente il modo in cui vengono interpretate alcune condizioni neuroevolutive come l’ADHD, l’autismo e i disturbi specifici dell’apprendimento. Questo cambiamento non riguarda solo il linguaggio utilizzato, ma implica una revisione sostanziale dei modelli teorici che hanno storicamente guidato la pratica clinica e le politiche educative. In questo contesto, le funzioni esecutive rappresentano un nodo centrale, poiché sono spesso chiamate in causa per spiegare difficoltà scolastiche, lavorative e adattive. Tuttavia, tali difficoltà vengono ancora frequentemente interpretate come deficit individuali, piuttosto che come il risultato di un’interazione complessa tra caratteristiche neurocognitive e contesti ambientali. Parlare oggi di funzioni esecutive significa quindi interrogarsi non solo sui processi cognitivi, ma anche sui sistemi che ne richiedono l’attivazione. Questo è particolarmente rilevante in un periodo storico caratterizzato da richieste di autonomia, flessibilità e autoregolazione sempre più elevate. La neurodivergenza rende visibili tensioni che attraversano l’intero funzionamento sociale contemporaneo (Armstrong, 2010).


Dal punto di vista clinico, le funzioni esecutive sono state a lungo considerate un insieme di abilità superiori, necessarie per il controllo del comportamento e del pensiero. La loro compromissione è stata spesso associata a scarsa motivazione, pigrizia o mancanza di impegno, soprattutto in contesti educativi e lavorativi. Tuttavia, la ricerca neuroscientifica ha progressivamente mostrato come le funzioni esecutive siano sistemi dinamici, sensibili allo stress, alla fatica e al carico emotivo (Diamond, 2013). Questo aspetto è particolarmente evidente nelle persone neurodivergenti, nelle quali il funzionamento esecutivo può essere altamente disomogeneo e fluttuante. La distanza tra potenziale cognitivo e prestazione osservabile è spesso fonte di incomprensione e stigmatizzazione. Comprendere questa discrepanza richiede un cambio di prospettiva che superi il paradigma deficitario tradizionale. Tale cambio di paradigma è uno degli obiettivi principali del movimento per la neurodiversità (Singer, 1999).


Nel contesto italiano, il dibattito sulle funzioni esecutive e sulla neurodivergenza è ancora in fase di consolidamento. Sebbene vi siano importanti contributi scientifici e clinici, la traduzione di queste conoscenze in pratiche inclusive è spesso lenta e frammentaria. Scuola, università e mondo del lavoro continuano a basarsi su modelli impliciti di funzionamento cognitivo “normale”, che richiedono elevate competenze organizzative non esplicitate. Questo rende particolarmente vulnerabili le persone neurodivergenti, che si trovano a dover compensare individualmente difficoltà strutturali. Parlare di funzioni esecutive oggi, quindi, significa anche interrogarsi sulle responsabilità dei contesti. L’attualità di questo tema risiede proprio nella sua capacità di mettere in discussione ciò che viene dato per scontato. In questo senso, l’analisi delle funzioni esecutive diventa uno strumento critico oltre che clinico (Giofrè et al., 2017).


Le funzioni esecutive: definizione, modelli teorici e complessità

Le funzioni esecutive sono generalmente definite come un insieme di processi cognitivi che consentono la regolazione intenzionale del comportamento orientato a uno scopo. Tra questi processi rientrano la pianificazione, la memoria di lavoro, l’inibizione della risposta, la flessibilità cognitiva e il monitoraggio dell’azione. Sebbene questa definizione sia ampiamente condivisa, esistono numerosi modelli teorici che ne descrivono l’organizzazione e il funzionamento. Alcuni autori propongono modelli unitari, mentre altri sottolineano la natura frazionata e multidimensionale delle funzioni esecutive (Miyake et al., 2000). Questa eterogeneità teorica riflette la complessità del costrutto e la difficoltà di isolarlo in modo netto. Le funzioni esecutive non operano infatti in modo indipendente, ma sono costantemente intrecciate con processi emotivi e motivazionali. Ignorare questa interdipendenza rischia di produrre interpretazioni riduttive.


Dal punto di vista neurobiologico, le funzioni esecutive sono associate principalmente al funzionamento delle regioni prefrontali e alle loro connessioni con altre aree cerebrali. Tuttavia, le neuroscienze contemporanee hanno evidenziato come tali reti siano altamente plastiche e influenzate dall’esperienza. Fattori come stress cronico, deprivazione di sonno e sovraccarico sensoriale possono compromettere temporaneamente l’efficienza esecutiva anche in soggetti neurotipici (Arnsten, 2009). Questo dato è cruciale per comprendere perché le difficoltà esecutive non siano stabili né uniformi nel tempo. Nelle persone neurodivergenti, tali fluttuazioni possono essere più marcate, rendendo il funzionamento quotidiano imprevedibile agli occhi degli altri. La tendenza a valutare le funzioni esecutive come tratti fissi contribuisce a rafforzare lo stigma. Una lettura più dinamica permette invece di coglierne la natura situazionale.


Un ulteriore elemento di complessità riguarda la misurazione delle funzioni esecutive. I test neuropsicologici tradizionali, pur essendo utili, spesso falliscono nel predire il funzionamento nella vita quotidiana. Questa discrepanza è nota come “paradosso delle funzioni esecutive” e riguarda il fatto che buone prestazioni ai test non garantiscono un buon adattamento nella realtà (Burgess et al., 2006). Le persone neurodivergenti possono ottenere punteggi nella norma, ma sperimentare grandi difficoltà nell’organizzazione quotidiana. Questo mette in discussione l’idea che le funzioni esecutive siano semplicemente abilità individuali misurabili in laboratorio. Piuttosto, esse sembrano emergere dall’interazione tra individuo e ambiente. Tale prospettiva è particolarmente rilevante per la pratica clinica e educativa. Comprendere questa complessità è fondamentale per evitare semplificazioni dannose.


Funzioni esecutive e neurodivergenza: oltre il paradigma del deficit

Nel contesto della neurodivergenza, le funzioni esecutive sono spesso descritte in termini di deficit o compromissione. Questa narrazione è particolarmente evidente nella letteratura sull’ADHD, dove le difficoltà esecutive vengono considerate uno dei nuclei centrali del disturbo (Barkley, 2012). Tuttavia, una crescente quantità di ricerche suggerisce che il funzionamento esecutivo nelle persone neurodivergenti sia meglio descritto come atipico piuttosto che deficitario. Ciò significa che alcune funzioni possono essere meno accessibili in determinati contesti, mentre altre risultano particolarmente sviluppate. Questo profilo disomogeneo sfida le categorie diagnostiche tradizionali. Inoltre, la variabilità intraindividuale è spesso elevata, rendendo difficile una valutazione statica. Parlare di deficit rischia quindi di oscurare la complessità reale del funzionamento cognitivo.


Il paradigma della neurodiversità propone di considerare queste differenze come parte della normale variabilità umana. Secondo questa prospettiva, le difficoltà emergono principalmente quando l’ambiente non è progettato per accogliere tale variabilità (Singer, 1999; Armstrong, 2010). Le funzioni esecutive diventano così un punto di frizione tra individuo e contesto, piuttosto che una proprietà interna isolata. Ad esempio, richieste organizzative implicite, scadenze non strutturate e multitasking continuo possono amplificare le difficoltà esecutive. In ambienti più prevedibili e strutturati, le stesse persone possono funzionare in modo efficace. Questo suggerisce che l’intervento non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sull’individuo. È necessario interrogarsi anche sulle caratteristiche dei contesti. Tale approccio è coerente con i modelli biopsicosociali contemporanei.


Dal punto di vista clinico, adottare una lettura non deficit-based delle funzioni esecutive implica un cambiamento significativo nella presa in carico. L’obiettivo non è più “correggere” un funzionamento ritenuto inadeguato, ma identificare strategie di supporto e compensazione. Questo include l’uso di strumenti esterni, come agende, promemoria visivi e strutture temporali esplicite. Tali strumenti non dovrebbero essere considerati facilitazioni eccezionali, ma vere e proprie tecnologie di accessibilità cognitiva. La ricerca mostra che questi supporti possono migliorare significativamente il funzionamento quotidiano (Brown, 2013). Inoltre, il riconoscimento della neurodivergenza ha un impatto positivo sull’autostima e sul benessere psicologico. Ridurre la colpevolizzazione individuale è un passo fondamentale verso interventi più etici ed efficaci.


Contesti contemporanei e responsabilità sistemiche: uno sguardo all’Italia

Le società contemporanee richiedono livelli sempre più elevati di autoregolazione e gestione autonoma. Questo è particolarmente evidente nei sistemi educativi e lavorativi, dove si dà per scontata la capacità di pianificare, organizzare e rispettare scadenze multiple. In Italia, tali richieste sono spesso implicite e raramente accompagnate da un insegnamento esplicito delle competenze esecutive. La scuola, ad esempio, valuta l’autonomia senza sempre fornire strumenti adeguati per svilupparla. Questo crea una situazione di svantaggio strutturale per le persone neurodivergenti. Le difficoltà vengono interpretate come mancanza di impegno o responsabilità. Tale lettura contribuisce alla stigmatizzazione e all’esclusione.


Nel mondo del lavoro, la situazione non è molto diversa. La flessibilità richiesta è spesso presentata come valore positivo, ma può tradursi in ambiguità organizzativa. Riunioni non strutturate, comunicazioni poco chiare e aspettative non esplicitate aumentano il carico esecutivo. Le persone neurodivergenti possono trovarsi in difficoltà non per incompetenza, ma per un eccesso di richieste non formalizzate. In Italia, le politiche di inclusione lavorativa faticano ancora a integrare il concetto di accessibilità cognitiva. Gli accomodamenti ragionevoli sono spesso limitati agli aspetti fisici o sensoriali. Le funzioni esecutive rimangono un’area poco considerata. Questo rappresenta una lacuna significativa nelle pratiche inclusive.


Anche l’accesso ai servizi sanitari e amministrativi richiede elevate competenze esecutive. Modulistica complessa, procedure digitali poco intuitive e tempi di attesa imprevedibili rappresentano barriere significative. Queste difficoltà colpiscono in modo sproporzionato le persone neurodivergenti. Nel contesto italiano, dove la burocrazia è notoriamente complessa, il problema è particolarmente evidente. Riconoscere queste barriere come sistemiche, e non individuali, è un passo cruciale. La psicologia può contribuire a questa riflessione offrendo strumenti di analisi e intervento. In questo senso, le funzioni esecutive diventano una lente per leggere le disuguaglianze cognitive. L’attualità del tema risiede proprio in questa capacità critica.


Conclusioni: verso un approccio integrato e inclusivo

Alla luce delle considerazioni precedenti, appare evidente che le funzioni esecutive non possono essere comprese isolatamente dal contesto. La neurodivergenza mette in discussione modelli normativi che hanno a lungo guidato la valutazione del funzionamento cognitivo. Superare il paradigma del deficit significa riconoscere la legittimità di funzionamenti diversi. Questo richiede un cambiamento culturale, oltre che clinico. La psicologia ha un ruolo centrale in questo processo, sia nella produzione di conoscenza sia nella sua traduzione in pratiche. Promuovere una visione integrata delle funzioni esecutive è una responsabilità etica oltre che scientifica.


Dal punto di vista applicativo, è necessario sviluppare interventi che coinvolgano non solo l’individuo, ma anche i contesti. Scuole, luoghi di lavoro e servizi devono essere progettati tenendo conto della variabilità neurocognitiva. Questo implica rendere esplicite le richieste, offrire strutture di supporto e ridurre il carico esecutivo non necessario. Tali interventi non beneficiano solo le persone neurodivergenti, ma migliorano il funzionamento complessivo dei sistemi. La ricerca sull’Universal Design for Learning supporta questa prospettiva (CAST, 2018). In Italia, l’integrazione di questi principi è ancora parziale, ma rappresenta una direzione promettente. La collaborazione tra ricerca, clinica e politiche pubbliche è fondamentale.


In conclusione, parlare di funzioni esecutive e neurodivergenza oggi significa interrogarsi su che tipo di società vogliamo costruire. Una società che riconosce la diversità cognitiva come risorsa, e non come problema, è una società più equa e sostenibile. Le funzioni esecutive diventano così un terreno di incontro tra neuroscienze, psicologia e giustizia sociale. La sfida è complessa, ma necessaria. Continuare a leggere le difficoltà come fallimenti individuali non è più scientificamente sostenibile. Un approccio integrato e inclusivo rappresenta la strada più coerente con le evidenze attuali. La psicologia contemporanea è chiamata a raccogliere questa sfida.


Riferimenti Bibliografici 

Armstrong, T. (2010). Neurodiversity: Discovering the extraordinary gifts of autism, ADHD, dyslexia, and other brain differences. Da Capo Press.


Arnsten, A. F. T. (2009). Stress signalling pathways that impair prefrontal cortex structure and function. Nature Reviews Neuroscience, 10(6), 410–422. https://doi.org/10.1038/nrn2648


Barkley, R. A. (2012). Executive functions: What they are, how they work, and why they evolved. Guilford Press.


Brown, T. E. (2013). A new understanding of ADHD in children and adults: Executive function impairments. Routledge.


Burgess, P. W., Alderman, N., Evans, J., Emslie, H., & Wilson, B. A. (2006). The ecological validity of tests of executive function. Journal of the International Neuropsychological Society, 12(4), 547–558. https://doi.org/10.1017/S1355617706060862


CAST. (2018). Universal Design for Learning guidelines version 2.2. http://udlguidelines.cast.org


Diamond, A. (2013). Executive functions. Annual Review of Psychology, 64, 135–168. https://doi.org/10.1146/annurev-psych-113011-143750


Giofrè, D., Mammarella, I. C., & Cornoldi, C. (2017). The relationship between intelligence, working memory, academic self-esteem, and academic achievement. Learning and Individual Differences, 54, 1–8. https://doi.org/10.1016/j.lindif.2017.01.013


Miyake, A., Friedman, N. P., Emerson, M. J., Witzki, A. H., Howerter, A., & Wager, T. D. (2000). The unity and diversity of executive functions and their contributions to complex “frontal lobe” tasks. Cognitive Psychology, 41(1), 49–100. https://doi.org/10.1006/cogp.1999.0734


Singer, J. (1999). “Why can’t you be normal for once in your life?”: From a “problem with no name” to the emergence of a new category of difference*. (Tesi di laurea, University of Technology Sydney).




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