La mente come rifugio: il maladaptive daydreaming tra regolazione emotiva, dissociazione e neurodivergenze
- 20 dic 2025
- Tempo di lettura: 7 min

Post scritto in collaborazione con @luisazaccarelli_psicoterapeuta
Introduzione
Il maladaptive daydreaming (MD) è un costrutto clinico introdotto da Somer (2002) per descrivere una forma di attività immaginativa intensa, prolungata e difficilmente controllabile, caratterizzata da fantasie complesse, strutturate narrativamente e altamente coinvolgenti dal punto di vista emotivo. A differenza del comune mind-wandering o del daydreaming normativo, il MD si associa a una significativa compromissione del funzionamento quotidiano, interferendo con le attività lavorative, scolastiche e relazionali.
Ad oggi, il maladaptive daydreaming non è incluso nei principali sistemi nosografici (DSM-5-TR; ICD-11). Tuttavia, la crescente produzione scientifica sull’argomento ne evidenzia la rilevanza clinica come fenomeno transdiagnostico, frequentemente associato a trauma, dissociazione e profili di neurodivergenza.
Caratteristiche fenomenologiche del maladaptive daydreaming
Gli individui con MD riportano la presenza di mondi immaginativi ricchi di dettagli, spesso accompagnati da personaggi ricorrenti, trame complesse e una forte componente affettiva. L’attività fantastica è generalmente innescata da stimoli specifici (ad esempio musica, isolamento, movimenti ripetitivi) e può occupare diverse ore al giorno (Bigelsen & Schupak, 2011).
Uno degli elementi centrali del MD è la perdita di controllo sull’immersione immaginativa, associata a tentativi fallimentari di ridurne la frequenza o la durata. Tale aspetto ha portato alcuni autori a ipotizzare una parziale sovrapposizione con modelli di tipo compulsivo o additivo (Pietkiewicz et al., 2018), pur in assenza di consenso univoco in letteratura.
Maladaptive daydreaming come strategia di regolazione emotiva
Una prospettiva clinicamente rilevante interpreta il maladaptive daydreaming come una strategia di coping orientata alla regolazione emotiva. In questo senso, l’immaginazione non rappresenta una fuga immatura dalla realtà, bensì un tentativo adattivo di modulare stati affettivi percepiti come eccessivi o intollerabili (Somer et al., 2016).
Il MD consente la costruzione di uno spazio interno caratterizzato da controllo, prevedibilità e coerenza narrativa, in contrasto con esperienze di vita reale vissute come caotiche, traumatiche o emotivamente povere. Il carattere maladattivo emerge quando tale strategia diventa rigida e sostitutiva, limitando progressivamente il contatto con il presente.
Trauma, dissociazione e continuità fenomenologica
Numerosi studi evidenziano una significativa associazione tra maladaptive daydreaming ed esperienze traumatiche, in particolare di tipo relazionale e precoce (Somer, 2002; Somer et al., 2017). In questo quadro, il MD può essere concettualizzato come una forma di dissociazione immaginativa, collocabile lungo un continuum che include assorbimento, derealizzazione e ritiro mentale.
A differenza delle dissociazioni strutturali più gravi, il MD non comporta una frammentazione dell’identità, ma piuttosto uno spostamento persistente dell’investimento attentivo ed emotivo verso il mondo interno. Tale lettura consente di superare interpretazioni patologizzanti, favorendo una comprensione funzionale del fenomeno.
Maladaptive daydreaming e neurodivergenze
Un ambito di crescente interesse riguarda la relazione tra maladaptive daydreaming e neurodivergenze, in particolare ADHD e disturbo dello spettro autistico. Nei soggetti con ADHD, il MD sembra intrecciarsi con difficoltà di regolazione attentiva, iperfocalizzazione e ricerca di stimolazione interna in condizioni di sottostimolazione ambientale.
Nel contesto dello spettro autistico, l’immaginazione può assumere una funzione compensatoria rispetto a sovraccarico sensoriale, fatica sociale e difficoltà di integrazione tra mondo interno ed esterno. In entrambi i casi, il daydreaming intenso appare come una risposta adattiva a un ambiente percepito come eccessivamente richiedente o scarsamente regolabile.
Questi dati suggeriscono la necessità di una lettura dimensionale e non categoriale del maladaptive daydreaming, soprattutto in popolazioni neurodivergenti.
Implicazioni cliniche
Dal punto di vista terapeutico, l’obiettivo non è l’eliminazione dell’attività immaginativa, bensì il ripristino della flessibilità del funzionamento mentale. Gli interventi clinici più promettenti includono il lavoro sulla regolazione emotiva, l’integrazione mente-corpo e l’ampliamento del repertorio di strategie di coping disponibili.
In presenza di neurodivergenze, risulta fondamentale adottare un approccio non normativo, che riconosca il valore adattivo originario del MD e ne accompagni una trasformazione graduale, piuttosto che una soppressione forzata.
Non è “solo immaginazione”: specificità del maladaptive daydreaming
Il maladaptive daydreaming si distingue dal fantasticare normativo per intensità, durata e livello di assorbimento cognitivo ed emotivo (Somer, 2002). Le fantasie risultano spesso complesse, strutturate narrativamente e accompagnate da una forte identificazione con personaggi e scenari interni. A differenza del mind-wandering spontaneo, il MD implica una difficoltà significativa nel modulare volontariamente l’attività immaginativa. Questa perdita di controllo rappresenta uno degli elementi clinicamente più rilevanti del costrutto (Bigelsen & Schupak, 2011).
L’esperienza soggettiva del MD è caratterizzata da uno stato di immersione profonda, che può essere facilitato da stimoli specifici come musica, isolamento o movimenti ripetitivi. Tali condizioni favoriscono l’assorbimento attentivo e il progressivo disinvestimento dal contesto esterno. Nel tempo, questo processo può ridurre la capacità di restare presenti nelle attività quotidiane. Ne consegue un impatto significativo sul funzionamento lavorativo, scolastico e relazionale (Somer et al., 2016).
La sofferenza associata al MD non deriva dalla fantasia in sé, ma dalla sua funzione sostitutiva rispetto alla realtà. Quando l’immaginazione diventa il principale canale di regolazione emotiva, la flessibilità del funzionamento mentale si riduce. Questo irrigidimento distingue il MD da forme creative o ludiche di immaginazione. La rilevanza clinica risiede dunque nella compromissione funzionale e non nel contenuto fantasioso (Pietkiewicz et al., 2018).
Il ruolo del trauma e dell’attaccamento
Numerose evidenze suggeriscono una forte associazione tra maladaptive daydreaming ed esperienze traumatiche, in particolare di natura relazionale e precoce (Somer, 2002). In contesti caratterizzati da imprevedibilità, trascuratezza o incoerenza emotiva, il mondo interno può diventare una fonte primaria di sicurezza. La fantasia consente di costruire scenari controllabili e prevedibili. Questo meccanismo risponde a un bisogno fondamentale di protezione e continuità del Sé.
Dal punto di vista dell’attaccamento, il MD può essere letto come una strategia compensatoria in assenza di figure regolative affidabili. L’immaginazione offre una forma di auto-sintonizzazione emotiva quando la regolazione interpersonale risulta carente. In questo senso, il MD non rappresenta un fallimento evolutivo, ma un adattamento creativo. Tuttavia, tale adattamento può diventare disfunzionale se permane in età adulta senza alternative regolative (Somer et al., 2017).
Il legame tra trauma e MD si inserisce in una cornice più ampia di continuità dissociativa. L’attività immaginativa intensa consente una distanza psicologica dall’esperienza emotiva dolorosa. Questo distanziamento protegge nel breve termine, ma può ostacolare l’integrazione affettiva nel lungo periodo. Una lettura trauma-informed consente di comprendere il MD senza ricorrere a interpretazioni colpevolizzanti.
Cosa lo attiva: trigger emotivi e contestuali
Il maladaptive daydreaming è frequentemente attivato da stati emotivi come noia, solitudine, stress o vergogna. Queste condizioni aumentano il bisogno di modulazione affettiva e riduzione del disagio interno. La fantasia interviene come risposta anticipatoria al sovraccarico emotivo. Spesso l’accesso al mondo immaginativo avviene prima che l’emozione diventi pienamente consapevole (Somer et al., 2016).
Anche fattori contestuali giocano un ruolo rilevante nell’attivazione del MD. Ambienti poco stimolanti o, al contrario, eccessivamente richiedenti possono favorire il ritiro immaginativo. In particolare, la sottostimolazione sembra amplificare la ricerca di stimolazione interna. Questo aspetto è particolarmente evidente nei soggetti con difficoltà di regolazione attentiva (Bigelsen & Schupak, 2011).
Con il tempo, il MD può diventare una risposta automatizzata a specifici trigger. La ripetizione rafforza il circuito di evitamento e rende più difficile l’interruzione volontaria. Questo meccanismo contribuisce alla sensazione di perdita di controllo riportata da molti individui. La comprensione dei trigger rappresenta un passaggio chiave nel lavoro clinico.
Perché è difficile smettere
Interrompere il maladaptive daydreaming non è semplice perché esso non svolge solo una funzione difensiva, ma anche gratificante. Le fantasie possono fornire piacere, senso di competenza e continuità identitaria. In alcuni casi, rappresentano uno dei pochi spazi in cui l’individuo si percepisce efficace e riconosciuto. Rinunciarvi può generare sentimenti di vuoto o perdita (Pietkiewicz et al., 2018).
Dal punto di vista neuropsicologico, il MD può essere associato a meccanismi di rinforzo simili a quelli osservabili in altri comportamenti ripetitivi. L’immaginazione intensa attiva circuiti di gratificazione che rendono il comportamento auto-mantenuto. Questo non implica una sovrapposizione totale con i modelli di dipendenza, ma ne condivide alcune dinamiche funzionali. La riduzione forzata del MD può quindi aumentare l’ansia e il disagio emotivo.
Per questi motivi, gli interventi basati sul controllo o sulla soppressione risultano spesso inefficaci. Un approccio graduale e comprensivo consente invece di ampliare il repertorio di strategie regolative. Il lavoro terapeutico mira a rendere il MD una possibilità e non una necessità. La flessibilità diventa l’obiettivo centrale del cambiamento.
In terapia: dalla funzione alla trasformazione
In ambito clinico, il maladaptive daydreaming viene considerato non come un sintomo da eliminare, ma come un segnale da comprendere. L’attenzione è rivolta alla funzione che l’immaginazione svolge nel sistema di regolazione emotiva dell’individuo. Questo approccio consente di ridurre la vergogna e aumentare l’alleanza terapeutica. La validazione dell’esperienza soggettiva rappresenta un passaggio fondamentale (Somer et al., 2016).
Gli interventi più efficaci includono il lavoro sulla consapevolezza emotiva, sull’integrazione mente-corpo e sulla tolleranza agli stati interni. Tecniche di grounding e di regolazione somatica aiutano a ridurre il bisogno di ritiro immaginativo. Parallelamente, si lavora sull’ampliamento delle risorse relazionali ed esterne. L’obiettivo è aumentare la capacità di restare presenti senza sovraccarico.
In presenza di neurodivergenze, è essenziale adottare un approccio non normativo e rispettoso delle differenze individuali. Il MD viene inquadrato come una risposta adattiva a un ambiente poco regolabile. La trasformazione avviene attraverso l’integrazione, non la rinuncia forzata. In questo modo, la fantasia può restare una risorsa, senza essere l’unico rifugio possibile.
Conclusioni
Il maladaptive daydreaming rappresenta un fenomeno clinicamente rilevante, ancora in fase di definizione teorica, che interroga i confini tra immaginazione, dissociazione e regolazione emotiva. Più che un disturbo autonomo, esso appare come un segnale di sofferenza e di adattamento creativo a contesti percepiti come non regolabili.
Un inquadramento clinico attento e dimensionalmente orientato consente di valorizzare il significato funzionale del MD, promuovendo percorsi di intervento rispettosi della soggettività e del funzionamento individuale.
Riferimenti Bibliografici
Bigelsen, J., & Schupak, C. (2011). Compulsive fantasy: Proposed evidence of an under-reported syndrome. Consciousness and Cognition, 20(4), 1634–1648. https://doi.org/10.1016/j.concog.2011.08.013
Pietkiewicz, I., Nęcki, S., Bańbura, A., & Tomalski, R. (2018). Maladaptive daydreaming as a new form of behavioral addiction. Journal of Behavioral Addictions, 7(3), 838–843. https://doi.org/10.1556/2006.7.2018.95
Somer, E. (2002). Maladaptive daydreaming: A qualitative inquiry. Journal of Contemporary Psychotherapy, 32(2–3), 197–212. https://doi.org/10.1023/A:1020597024195
Somer, E., Lehrfeld, J., Bigelsen, J., & Jopp, D. S. (2016). Development and validation of the Maladaptive Daydreaming Scale (MDS). Consciousness and Cognition, 39, 77–91. https://doi.org/10.1016/j.concog.2015.12.001
Somer, E., Abu-Rayya, H. M., & Brenner, R. (2017). Childhood trauma and maladaptive daydreaming: Fantasy functions and themes. Journal of Trauma & Dissociation, 18(5), 660–676. https://doi.org/10.1080/15299732.2017.1295453



Commenti