L'inconscio della Storia #7: Vajont, 9 ottobre 1963

Introduzione alla rubrica: L'inconscio della Storia
La storia non finisce nei libri di testo. Sopravvive nelle istituzioni che abitiamo, nei modi in cui pensiamo alla cura, nel linguaggio con cui descriviamo chi soffre. "L'inconscio della Storia" nasce da una convinzione semplice: che capire come il passato ha costruito le categorie psicologiche che usiamo oggi — di normalità, di devianza, di terapia, di esclusione — sia un atto clinico e intellettuale necessario, non un esercizio nostalgico.
Ogni uscita prevede un momento storico, un movimento, una riforma, una figura, e lo porta nel presente. Non per celebrare o condannare, ma per chiederci: cosa di quel momento è ancora vivo in noi? Cosa ci dice sulla pratica di oggi?
La rubrica si rivolge a chiunque lavori o si muova nel mondo della psicologia — ricercatori, clinici, studenti, educatori — e a chiunque si occupi di storia o scienze umane, con la curiosità di guardare la propria disciplina anche dall'esterno. L'Inconscio della Storia nasce proprio nell'intersezione: non è un testo di psicologia applicata alla storia, né di storia della psicologia, ma uno spazio in cui le due prospettive si interrogano a vicenda, convinte che capire il passato aiuti a leggere meglio il presente — e che la psicologia, per conoscere se stessa, abbia bisogno anche di sapere da dove viene.
Introduzione alla newsletter di @spazioemozione
Pochi minuti, solo pochi minuti separano un prima e un dopo. Prima un paese c’è con le sue case, le sue vite, le sue storie. Dopo, non c’è più.
Ci sono disastri così grandi che sembra impossibile che si siano consumati in pochi minuti. Perché gli effetti durano a lungo, per decenni, tramandati di generazione in generazione.
Come il Vajont, il disastro che scosse la valle del Piave, il cui strumento di morte è ancora lì che svetta inconsapevole sulla vallata, indistruttibile e fosco come doveva sembra quella fatale notte.
Spesso la psicologia ha parlato di traumi guardando le singole persone, ma in realtà nel conteggio delle vittime del Vajont ce ne furono qualcuna in più di quante pensiamo.
Si chiamavano Longarone, Pirago, Faè, Villanova e altri ancora: i paesi distrutti dall’onda sono stati anch’essi vittime, le loro comunità ferite e mutilate.
Prima, però, ricordiamo cosa accadde quella notte. Era il 9 ottobre, le ore 22:39 segnarono un prima e un dopo.
01 — Il mondo com'era: la corsa alla diga
Oggi, chi si ricorda del Vajont? Chi conosce la sua vera storia dall’inizio alla fine? I giovani non possono sapere perché sono nati dopo. Gli anziani hanno vissuto, in questi venti anni, tante altre tragedie. I superstiti hanno rimosso quel fatto dalle loro coscienze, come unica possibilità di sopravvivenza. Ma si può dimenticare il Vajont?
Tina Merlin
Per capire come è potuto accadere una dei disastri ambientali per mano umana peggiori della storia italiana dobbiamo guardare all’Italia di allora. Gli anni dal 1957 al 1963 che videro la costruzione della diga del Vajont appartengono a quel dopoguerra italiano in cui la voglia di riscatto era forte. La nazione aveva bisogno di spingere l'industria e per farlo aveva bisogno di tutta l’energia elettrica possibile.
Quando il progetto della diga era iniziato, non esisteva ancora il servizio elettrico nazionale, quello che verrà chiamato ENEL e che venne di fatto creato nel 1962. La SADE fu la società che iniziò il progetto e fin da subito fu chiaro quanto volesse che quella diga venisse alla luce: doveva essere la prima di un vasto sistema di produzione energetica che si sarebbe chiamato il Grande Vajont.
Il progetto di una diga così importante e imponente non andò avanti senza delle voci discordi. Ci furono opinioni contrarie. Scetticismo da parte degli esperti chiamati a effettuare gli studi preliminari. Oltre alla comprensibile diffidenza dei paesani che si videro espropriare case e terreni. E come in tante tragedie, ci fu anche una Cassandra: Tina Merlin, una giornalista dell’Unità che coraggiosamente denunciò le speculazioni dietro il progetto. Proprio lei, come per una beffa, fu denunciata per aver diffuso notizie false e tendenziose.
Alla fine, la diga fu costruita, l’invaso fu riempito d'acqua e fin da subito sorsero i primi problemi. I movimenti franosi destavano preoccupazione nella popolazione dei paesi, tanto che il giorno precedente il comune di Erto, avvisato dai tecnici della SADE, emana un avviso in cui si avverte di stare lontano dalle rive del lago. Onde paurose potrebbero sollevarsi in conseguenza delle frane del monte Toc, si legge nel comunicato. Che ironia! Nessuno immaginava quanto paurosa sarebbe stata la vera onda.
02 — La frattura: come un sasso in un bicchiere
Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua – e l’acqua è caduta sulla tovaglia. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri, il sasso era grande come una montagna e sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.
Dino Buzzati
Il sasso che cadde fu una frana enorme che si distacca dal monte Toc e cadde nell’invaso. Quando uso la parola enorme, cerco di rendere quello che in numeri sono 266 milioni di m³ di terra e roccia. Come possiamo immaginare quanto sia grande questa grandezza nella realtà?
Non possiamo, fatichiamo a farlo. Possiamo immaginare tutta questa massa correre a 100 km/h verso l’acqua?
La caduta generò quello che alcuni hanno definito uno tsunami. Nella realtà furono tre le onde. Le prime due andarono a lambire paesi che si trovavano nella parte alta, nei pressi del lago, ma fu la terza ad essere impressionante.
Scavalca la diga e cade nella vallata sottostante. Chi c’era ricordò il boato, e poi il silenzio.
Detriti e terra furono sollevati e andarono a creare un torrente devastante di terra e acqua.
Micaela Coletti che all’epoca aveva 12 anni lo racconta così:
“Ho sentito come se la mia faccia fosse tirata per i capelli, c’era come un buco che mi voleva risucchiare e la stanza che si allargava e poi restringeva. Il viso come una medusa, appiccicoso e tirato. Avevo le mani lungo i fianchi ma ho avuto un moto di ribellione e ho alzato le braccia davanti a me: dovevo toccarmi il viso, credevo di non averlo più. Così mi sono salvata, sono riemersa da sotto terra, ero stata spazzata via, lontano 350 metri da dove era la mia casa, il mio letto, ero sepolta dal fango e l'acqua."
Di ogni tragedia si hanno sempre dei numeri, e ce ne sono tre che mi hanno colpito in modo particolare: 446 come i morti mai recuperati, trascinati chissà dove, sepolti dal fango o dilaniati dalla furia della grande onda.
761 come i morti le cui fattezza non poterono mai essere riconosciute, rimasti senza nome. E infine 21 come i giorni di vita della vittima più giovane. Chissà se quel bambino sentì quel boato che spazzò via in quattro minuti la sicurezza del piccolo mondo che conosceva, lasciando solo silenzio e distruzione.
03 — La lente psicologica: trenta case e il cimitero
La Longarone che c’è adesso non la conosco. Longarone, per me, sono le trenta case salvate e il cimitero. Lì ci sono tutte le persone della mia vita. È quello il mio paese.Micaela Coletti
La generazione che visse quel giorno fu divisa in sopravvissuti e superstiti. I primi furono i feriti estratti dalle macerie, i secondi coloro che erano illesi ma avevano perso familiari, avevano visto il loro paese distrutto. Una geografia mutata, come osservò un giornalista in uno dei tanti servizi televisivi dopo il disastro.
Longarone è il paese rimasto più ferito. Fu spazzato via quasi del tutto tranne per poche case e il municipio. Fu anche il paese dove gli abitanti lottano accanitamente per ricostruirlo esattamente dov’era nonostante la minaccia allora pendente di altri pericoli che la diga poteva portare. Perché sì, la diga si è salvata come una beffa e impone fin da subito delle opere per mettere in sicurezza la zona circostante.
Tuttavia, immaginiamoci questo paese (e molti altri della vallata). Nei giorni successivi tutti i punti di riferimento che avevano gli abitanti della zona erano spariti. Non c’erano più le strade. Cestinaie di case erano state distrutte. La prima scena che videro i soccorritori fu apocalittica, con i morti denudati dall’onda d’urto che riaffiorò e nei giorni successivi le persone scavavano con quello che avevano. Il colpo di grazia alla comunità del paese arrivò con la notizia di dover trasferirsi in una nuova zona per ricostruire. Ci fu un moto di ribellione che portò ad una riorganizzazione in autonomia da parte dei sopravvissuti che ricostruirono esattamente nello stesso luogo il paese. Diverso fu invece il destino di Erto, un altro paese distrutto dalla furia dell’onda: venne offerta ai cittadini la possibilità di costruire altrove, a chilometri di distanza. Angelina Corona dice di questa ricostruzione: “Hanno spezzato le radici, intere famiglie sono scomparse. Molti se ne sono pentiti, alcuni si sono persino suicidati”.
Nelle emergenze in cui le comunità sono colpite, la ricollocazione di chi sopravvive diventa cruciale per il loro benessere. Erickson, commentando, osservò quanto accaduto alla comunità di Buffalo Creek dopo il disastro minerario: chi era scampato fu collocato in roulotte provvisorie senza badare ai vincoli di vicinanza e di familiarità che esistevano precedentemente. Quella che si venne a creare fu una perdita di comunalità che si sommò alle perdite materiali e relazionali (la casa, i familiari, gli amici..).
Restare il più possibile nel proprio paese d’origine aiuta a superare una tragedia? Ci sono altri elementi da tenere in considerazione. Il Vajont è stato oggetto di numerose ricerche, in alcuni casi supportate dalle stesse associazioni di cittadini dei paesi colpiti. Nello studio di Favaro e i suoi collaboratori (2007) a 36 anni di distanza, il 26% dei sopravvissuti intervistati rientra nei sintomi del disturbo post traumatico da stress e il 28% nei sintomi da depressione maggiore. Il sentimento di paura è molto comune dopo un grande disastro.
E gli effetti non riguardano soltanto la salute mentale, ci sono molte più malattie nei sopravvissuti sia respiratore sia gastroenterologiche che dermatologiche. Secondo Zaetta e i suoi collaboratori dell’Università di Padova l’aumento delle malattie fisiche non è direttamente collegato all’esposizione al trauma ma a fattori sociali e culturali. In chi è rimasto sono in atto meccanismi di evitamento che li portano ad accedere meno spesso ai servizi sanitari.
C’è un terza chiave da considerare per leggere il disastro del Vajont, ce lo fornisce Marisa Turrin che perse tutta la sua famiglia quella notte.
“A quei tempi non si parlava molto di psicologi, le tragedie venivano affrontate nella quotidianità della vita, in casa non se ne parlava se non sottovoce. Io chiedevo della mia mamma, mi veniva risposto che non c’era più, l’acqua se l’era portata via.”
Marisa descrive il suo senso di rabbia, impotenza e abbandono perché è l’unica che si è salvata, tutte emozioni che da bambina non ha potuto esprimere in quanto non se ne poteva (doveva) parlare. La memoria di un trauma collettivo è un argomento spinoso per la comunità che è stata ferita, perché ricordare può essere un modo di sopravvivere recuperando quella comunità che non c’è più e dandole un nuovo posto nel presente (e nel futuro) ma nello stesso tempo costruire un significato su quello che è accaduto non è semplice. I membri della comunità sono in disaccordo su cosa ricordare e quanto, e talvolta come nel caso di Marisa, tengono alcune cose non dette anche continuando a ricordare l’evento. Una delle immagini più emblematiche del dopo sono i familiari che accarezzano le bare senza sapere se lì dentro c’era davvero il loro congiunto. Non importa, fanno parte di loro.
04 — L'eredità: l’unico seme che resta
Lo là l’unica seménza che e restà
Marisa Turrin
C’è un pezzo giornalistico molto significativo su Famiglia Cristiana, si chiama I coraggiosi del Vajont, e racconta della rinascita di Longarone. Nel pezzo si racconta della straordinaria capacità di ripresa di chi è vivo, si sottolinea lo straordinario numero di nascite nel comune e di come le persone non siano state ferme ma si siano attivamente occupate di come ritrovare una casa.
Nello stesso giornale, anni dopo, un altro pezzo racconta della tesi di laurea di Ilaria Perrotta, una studentessa di Milano che è andata a Longaron e ha intervistato gli anziani della comunità. Perrotta dice: “Dalle interviste realizzate a una sessantina di longaronesi affiora la percezione comune di una comunità frantumata, caratterizzata da divisioni e conflitti a più livelli”. Continua elencando un’altra divisione, tra coloro che sono vissuti lì da sempre (gli autoctoni) e chi è giunto successivamente (gli immigrati), distinti come se avessero cittadinanze diverse. E le nuove generazioni? I figli e i nipoti di quanto sono scampati al disastro?
Perrotta nota anche qui un malessere nei più giovani, che notano le divisioni all’interno della comunità e per quanto ritengono importante coltivare la memoria, non riescono a trovare una soluzione alla frattura che si è creata nei loro paesi. Significativamente questo è stato uno dei pochi contributi in cui si parlasse in modo aperto di come intervenire sul gruppo, di come ricucire le divisioni e attenuare il conflitto esistente. Molti ricercatori hanno focalizzato la loro attenzione sul malessere individuale, volendo rispondere all’implicita domanda “ma quanto può durare l’effetto di un trauma?” ma lasciando in sospeso al contempo che per rispondere bisogna guardare al gruppo dove la persona vive.
E c’è poi una seconda domanda: quanto il trauma arriva alla nuova generazione? Il boom di nascite sembra essere stata una reazione positiva, ma cosa sappiamo della cura data a questi figli. La trasmissione del trauma è un tema controverso che vede gli studi di diversi autori ebrei sui figli dei sopravissuti all’Olocausto. Yehuda e i suoi collaboratori notano come i figli di genitori che avevano un disturbo post traumatico da stress sviluppassero essi stessi tale disturbo. Da bambini ricevevano cure inadeguate, erano più facilmente vittime di abuso emotivo come se i genitori faticasse a prendersi cura in modo adeguato e responsivo dei bisogni emotivi dei loro bambini. Tuttavia altri studi smentirono l’ipotesi della trasmissione intergenerazionale come quello di Sagi-Schwartz e collaboratori in cui i nipoti non soffrivano di conseguenze di stress traumatico nonostante i nonni mostrassero sintomi di un trauma non risolto.
Forse nel malessere della nuova generazione che Perrotta ha rilevato c’è la traccia di quella frattura di una comunità ferita, e non la cicatrice suppurante di un nonno o di un genitore, che rende difficile immaginare che ci possa essere qualcosa di positivo nel futuro.
05 — La domanda aperta
Le storie non esistono se non c'è qualcuno che le racconta.Marco Paolini
Mentre mettevo insieme il materiale sul Vajont, sono rimasta sorpresa da quanti adolescenti scrivessero di non saperne nulla sotto i video o sotto i podcast che ne parlavano. Fin da bambina conoscevo questa storia, la storia di una diga mai crollata, un capolavoro ingegneristico costruito nel posto sbagliato. Perché la diga era anche questo, e ancora sopravvive a dispetto di tutto, proprio sopra Longarone, come un ricordo dell'hybris degli uomini che vollero costruire.
Mettendo in fila i pezzi di quello che ricordavo, dando un senso con le chiavi di lettura della me psicologa, ho compreso quanto il disastro del Vajont sia attuale.
Di quanto ci parli ogni volta che una zona è colpita da un disastro naturale (e penso ad Amatrice) o di cui siamo noi umani (e penso al Ponte Morandi e alla comunità di Via Porro).
Di come ci racconti che siamo in grado di costruire opere incredibili ma se non lo facciamo nel rispetto di quanto ci circonda, di quella natura che dobbiamo comprendere, non possiamo che soffrirne.
Del modo in cui sopravvive in chi ancora vive nella valle del Piave.
E dunque, unendomi a Tina Merlin chiedo: “Ma si può dimenticare il Vajont?”
Conclusione
Se questo progetto ti ha detto qualcosa — se pensi che la psicologia abbia bisogno della storia per capire sé stessa — c'è un modo semplice per restare in contatto.
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L'inconscio della Storia è un progetto aperto. Portaci le tue domande.



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