L'inconscio della storia #3: Watson, il Piccolo Albert e l'origine appresa delle nostre paure
- 15 lug
- Tempo di lettura: 8 min

Newsletter scritta da: @dentro.psiche
Introduzione alla rubrica: L'inconscio della Storia
La storia non finisce nei libri di testo. Sopravvive nelle istituzioni che abitiamo, nei modi in cui pensiamo alla cura, nel linguaggio con cui descriviamo chi soffre. "L'inconscio della Storia" nasce da una convinzione semplice: che capire come il passato abbia costruito le categorie psicologiche che usiamo oggi — di normalità, di devianza, di terapia, di esclusione — sia un atto clinico e intellettuale necessario, non un esercizio nostalgico.
Ogni uscita prevede un momento storico, un movimento, una riforma, una figura, e lo porta nel presente. Non per celebrare o condannare, ma per chiederci: cosa di quel momento è ancora vivo in noi? Cosa ci dice la pratica di oggi?
Introduzione al tema del mese: Watson, il Piccolo Albert e l'origine appresa delle nostre paure
C'è un esperimento che la psicologia non ha mai smesso di ricordare, e forse non ha mai smesso di interrogarsi su se stessa a causa sua.
Siamo nel 1920. John B. Watson — il padre del comportamentismo, l'uomo che aveva promesso di trasformare la psicologia in una scienza rigorosa quanto la biologia — entra in laboratorio con una domanda precisa: si può insegnare la paura?
Il soggetto è Albert. Ha nove mesi. Non ha ancora parole per quello che sta per accadere.
Quello che Watson dimostrò in quelle sessioni non riguardava soltanto un bambino e un topo bianco. Riguardava qualcosa di molto più grande: l'idea che le emozioni non siano semplicemente qualcosa che proviamo, ma qualcosa che impariamo. Che la paura, l'amore, la rabbia possano essere costruiti — mattone su mattone — attraverso l'esposizione ripetuta a ciò che ci circonda.
Un'idea che nel 1920 era rivoluzionaria. E che oggi, nell'era dei feed algoritmici e degli ambienti digitali progettati per massimizzare la risposta emotiva, suona quasi come una profezia.
In questo episodio esploriamo il caso del Piccolo Albert: cosa è accaduto davvero in quel laboratorio, cosa ci ha insegnato sul funzionamento della mente, e perché quella storia — incompiuta, controversa, eticamente scomoda — continua a dirci qualcosa di urgente sul presente.
Un episodio realizzato insieme a @dentropsiche, con cui condividiamo la convinzione che la psicologia abbia ancora molto da raccontare — e da far capire.
01 — Il mondo com'era: contesto storico, politico e culturale
La rubrica si rivolge a chiunque lavori o si muova nel mondo della psicologia — ricercatori, clinici, studenti, educatori — e a chiunque si occupi di storia o scienze umane, con la curiosità di guardare la propria disciplina anche dall'esterno. L'Inconscio della Storia nasce proprio nell'intersezione: non è un testo di psicologia applicata alla storia, né di storia della psicologia, ma uno spazio in cui le due prospettive si interrogano a vicenda, convinte che capire il passato aiuti a leggere meglio il presente — e che la psicologia, per conoscere se stessa, abbia bisogno anche di sapere da dove viene.
Per oltre duemila anni la psicologia è stata intesa nel suo significato originario: una disciplina dedicata allo studio dell’anima. Con il tempo, soprattutto tra Settecento e Ottocento, questo oggetto di studio iniziò a trasformarsi. Non venne abbandonata l’idea di “psiche”, ma cambiò il modo in cui veniva interpretata: da sostanza interiore a insieme di funzioni osservabili attraverso l’esperienza. All’inizio del Novecento, questo processo di trasformazione culminò in una svolta radicale. Il comportamentismo rappresentò infatti un cambiamento profondo nell’oggetto stesso della psicologia: non più la coscienza, ma il comportamento osservabile. Uno degli obiettivi fondamentali di questa corrente era conferire alla psicologia uno statuto scientifico rigoroso, avvicinandola il più possibile alle scienze biologiche. In questa prospettiva, ciò che non era osservabile direttamente veniva progressivamente escluso dall’analisi scientifica. Il comportamentismo nasce ufficialmente nel 1913, anno in cui John B. Watson pubblica l’articolo “La psicologia così come la vede il comportamentista”, testo che verrà successivamente considerato il manifesto della nuova disciplina. In questa visione, il comportamento viene definito come l’insieme delle risposte dell’organismo all’ambiente, osservabili e misurabili. L’unità di analisi non è più la singola reazione isolata, ma l’azione complessa dell’organismo nella sua totalità. Watson interpreta questi comportamenti come il risultato di combinazioni di elementi più semplici, riducendo l’attività psicologica a meccanismi fondamentali di stimolo e risposta. In questa prospettiva riduzionista, anche le emozioni vengono ricondotte a schemi elementari. Secondo Watson, infatti, le emozioni primarie dell’essere umano sono poche e fondamentali: paura, rabbia e amore. Tutte le altre emozioni deriverebbero dalla loro combinazione e dall’interazione con l’ambiente.
02 — La frattura: L'evento, la figura e il conflitto che ha incrinato ogni certezza
Un caso emblematico degli esperimenti di Watson sull’apprendimento delle emozioni è quello del cosiddetto Piccolo Albert (1920), condotto insieme a Rosalie Rayner. Albert era un bambino di circa nove mesi, selezionato da un ospedale pediatrico locale. L’obiettivo dei test era verificare se fosse possibile indurre in un bambino una risposta emotiva di paura attraverso il condizionamento, e se tale paura potesse poi generalizzarsi ad altri stimoli simili. Nella fase iniziale dell’esperimento, Albert veniva esposto a diversi oggetti e animali, tra cui un topo bianco, un cane, un coniglio, una scimmia e vari oggetti animati. In questa fase non mostrava alcuna reazione di paura: si comportava in modo tranquillo e, in alcuni casi, tendeva persino ad allungare la mano per toccare gli stimoli presentati. Questo primo passaggio serviva a stabilire una linea di base del comportamento del bambino, per osservare eventuali cambiamenti successivi. In un secondo momento, Watson introdusse lo stimolo incondizionato. Mentre Albert si trovava sul materasso e interagiva con gli oggetti, veniva colpita alle sue spalle una barra metallica con un martello, producendo un rumore improvviso, forte e terrificante. Questo suono provocava nel bambino una risposta immediata di paura e pianto. A questo punto Watson disponeva di due elementi fondamentali: uno stimolo neutro (il topo bianco) e uno stimolo incondizionato (il rumore), capace di generare autonomamente una risposta emotiva. L’esperimento vero e proprio iniziò quando i due stimoli vennero associati ripetutamente. Il topo veniva posto accanto al bambino e, nel momento in cui veniva toccato, Watson produceva il rumore metallico con il martello sulla barra. La procedura venne ripetuta più volte nel corso di due sedute, distanziate da circa una settimana. Progressivamente, la risposta del bambino cambiò. Dopo le associazioni ripetute, la semplice presenza del topo bianco era sufficiente a suscitare segni evidenti di paura, anche in assenza del rumore.
Il fenomeno non rimase però limitato allo stimolo originale. Si osservò infatti una generalizzazione della risposta emotiva: anche altri oggetti dal pelo bianco o simili nella consistenza come un coniglio, un cane e persino un cappotto di montone, provocarono nel bambino la stessa reazione di agitazione e pianto. Cinque giorni dopo il condizionamento iniziale, questi stimoli vennero nuovamente presentati e la risposta di paura risulta ancora presente, suggerendo che l’effetto non fosse immediato o transitorio. Watson interpreta questi risultati come una dimostrazione diretta del condizionamento classico, già studiato da Pavlov negli animali, ma applicato per la prima volta in modo sistematico alle emozioni umane. La conseguenza teorica fu radicale: le emozioni, non solo i comportamenti, potevano essere apprese attraverso l’associazione tra stimoli ambientali.
03 — La lente psicologica: Trauma, potere, identità e diagnosi: come leggere questo episodio
L’esperimento del Piccolo Albert (1920) può essere compreso attraverso il paradigma del condizionamento classico, secondo cui una risposta emotiva può essere appresa mediante l’associazione ripetuta tra uno stimolo neutro e uno stimolo incondizionato. In questa prospettiva, la paura non è un’esperienza esclusivamente innata, ma un processo che può essere costruito attraverso l’interazione con l’ambiente. Uno stimolo inizialmente neutro può acquisire una valenza emotiva negativa proprio in virtù delle associazioni ripetute a cui viene esposto. Questo evidenzia la natura profondamente plastica del sistema emotivo, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo. L’apprendimento non riguarda soltanto comportamenti osservabili, ma anche risposte emotive che possono stabilizzarsi e generalizzarsi nel tempo, diventando parte del modo in cui l’individuo reagisce al mondo. In questa prospettiva, il concetto di trauma non coincide necessariamente con l’evento in sé, ma con il significato emotivo che viene costruito attraverso l’esperienza ripetuta. Il sistema emotivo non registra semplicemente ciò che accade, ma organizza risposte sulla base delle associazioni che si formano nel tempo. Un secondo livello di lettura riguarda la dimensione del potere nel processo di apprendimento: chi controlla le condizioni dello stimolo controlla anche la possibilità di modulare la risposta emotiva. Questo evidenzia una forte asimmetria tra chi osserva e chi è oggetto dell’esperienza. Nel complesso, il caso mostra che le emozioni non sono entità statiche, ma processi dinamici che emergono dall’interazione continua tra organismo e ambiente.
04 — L'eredità: Cosa è cambiato davvero. Cosa ci ha lasciato la riforma
L’esperimento del Piccolo Albert ha avuto un impatto significativo nella storia della psicologia, contribuendo a consolidare i principi del comportamentismo e a rafforzare l’idea che il comportamento umano potesse essere studiato in termini di relazione tra stimoli e risposte. In questo senso, ha rappresentato una svolta teorica importante, ma anche uno dei casi più controversi nella storia della disciplina. Fin da subito, infatti, l’esperimento ha sollevato interrogativi etici legati all’utilizzo di un soggetto umano molto piccolo e vulnerabile, privo delle tutele che oggi sono considerate fondamentali nella ricerca scientifica. Già all’epoca vennero avanzate critiche sulla legittimità di una sperimentazione di questo tipo, proprio perché coinvolgeva direttamente la costruzione intenzionale di una risposta emotiva di paura. Oggi, fortunatamente, un esperimento di questo tipo non sarebbe considerato replicabile, sia per motivi etici sia per il rispetto dei diritti del soggetto coinvolto. Un ulteriore elemento di incertezza riguarda il destino delle risposte condizionate di Albert: non è chiaro se la paura appresa sia stata successivamente attenuata o eliminata attraverso un processo di de-condizionamento, ipotizzato ma mai completato a causa dell’allontanamento del bambino. Nel tempo, il comportamentismo stesso è stato in parte ridimensionato e criticato, soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento, con l’emergere di approcci che hanno riportato al centro i processi cognitivi e interni. L’eredità di questo esperimento rimane quindi duplice: da un lato ha contribuito allo sviluppo di una nuova concezione scientifica del comportamento e dell’apprendimento; dall’altro ha aperto una riflessione duratura sui limiti etici della ricerca psicologica e sul rapporto tra progresso scientifico e tutela dell’individuo.
05-domanda aperta
Se le emozioni possono essere apprese attraverso l’associazione con l’ambiente, fino a che punto l’essere umano è davvero consapevole dei processi che modellano la propria vita emotiva? Questa domanda assume un significato ancora più attuale nel contesto contemporaneo, in cui gli individui sono costantemente esposti a stimoli ripetuti, selezionati e carichi di forte valenza emotiva. Ambienti sociali, relazionali e soprattutto digitali diventano spazi in cui determinate risposte emotive vengono non solo rinforzate, ma anche costruite nel tempo. Sui social media, ad esempio, la continua esposizione a modelli idealizzati di successo, ricchezza o perfezione personale può generare associazioni emotive automatiche. La ripetizione di immagini e narrazioni di vite apparentemente perfette può trasformarsi in confronto costante, senso di inadeguatezza o pressione interna, come se quella realtà rappresentasse la norma. In questa prospettiva, diventa sempre più difficile distinguere ciò che è spontaneo da ciò che è il risultato di apprendimenti impliciti, costruiti attraverso ripetizione ed esposizione continua. Anche dal punto di vista della pratica clinica, questa lettura è centrale: molte forme di intervento psicologico lavorano proprio sulla possibilità di modificare risposte emotive apprese, attraverso nuovi apprendimenti, esposizione graduale o ristrutturazione delle associazioni emotive.Il caso di Watson, quindi, non si chiude con un esperimento, ma si estende al presente: apre una riflessione ancora attuale sul modo in cui l’ambiente contribuisce a costruire la nostra esperienza emotiva e sul livello di consapevolezza che abbiamo di questi processi.
06-testi consigliati
Watson, J. B. (1913). Psychology as the Behaviorist Views It
Watson, J. B., & Rayner, R. (1920). Conditioned Emotional Reactions
Pavlov, I. P. (studi sul condizionamento classico)
Gribaldo (a cura di). Il libro della psicologia
Legrenzi, P. (a cura di). Storia della psicologia, 6ª ed., Il Mulino
Conclusione
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