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L'inconscio della Storia #1: Muri e Menti: La storia dei manicomi e la rivoluzione di Basaglia

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Introduzione alla rubrica:  L'inconscio della Storia

La storia non finisce nei libri di testo. Sopravvive nelle istituzioni che abitiamo, nei modi in cui pensiamo alla cura, nel linguaggio con cui descriviamo chi soffre. "L'inconscio della Storia" nasce da una convinzione semplice: che capire come il passato abbia costruito le categorie psicologiche che usiamo oggi — di normalità, di devianza, di terapia, di esclusione — sia un atto clinico e intellettuale necessario, non un esercizio nostalgico.


Ogni uscita prevede un momento storico, un movimento, una riforma, una figura, e lo porta nel presente. Non per celebrare o condannare, ma per chiederci: cosa di quel momento è ancora vivo in noi? Cosa ci dice la pratica di oggi?


La rubrica si rivolge a chiunque lavori o si muova nel mondo della psicologia — ricercatori, clinici, studenti, educatori — e a chiunque si occupi di storia o scienze umane, con la curiosità di guardare la propria disciplina anche dall'esterno. L'Inconscio della Storia nasce proprio nell'intersezione: non è un testo di psicologia applicata alla storia, né di storia della psicologia, ma uno spazio in cui le due prospettive si interrogano a vicenda, convinte che capire il passato aiuti a leggere meglio il presente — e che la psicologia, per conoscere se stessa, abbia bisogno anche di sapere da dove viene.


Tema di questo mese: Muri e Menti: La storia dei manicomi e la rivoluzione di Basaglia

Per quasi un secolo, l'Italia ha dato per scontata una cosa: che le persone con disturbi mentali dovessero essere separate dal resto della società. Non curate — contenute. Il manicomio non era un luogo di cura mal funzionante: era uno strumento di esclusione socialmente legittimato, dove la diagnosi psichiatrica funzionava come sentenza senza appello.


Nel 1961, un giovane psichiatra veneziano di trentasette anni viene nominato direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Quello che Franco Basaglia trovò lì — e quello che decise di fare — avrebbe cambiato per sempre il sistema psichiatrico italiano e ispirato riforme in tutto il mondo.


Questo mese esploriamo quella storia: le sue radici storiche, la rottura rappresentata dall'esperienza basagliana, le categorie psicologiche contemporanee che aiutano a comprenderla — stigma, trauma istituzionale, alleanza terapeutica, recovery — e, soprattutto, la domanda che Basaglia ci lascia ancora aperta: quanto dello spirito manicomiale sopravvive nelle nostre istituzioni attuali, e forse in noi stessi come clinici?


01 — Il mondo com'era: contesto storico, politico e culturale

Agli inizi del Novecento, l'Europa aveva ormai consolidato un sistema istituzionale per rispondere alla devianza mentale: il manicomio. In Italia, la cornice normativa fu definita dalla Legge n. 36 del 14 febbraio 1904, promossa dall'allora Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, che istituì ufficialmente gli ospedali psichiatrici e ne regolamentò il funzionamento (Legge 36/1904). Il primo articolo stabiliva che dovevano essere custodite e curate nei manicomi le persone affette da alienazione mentale giudicate pericolose a sé o agli altri, oppure di pubblico scandalo.


Quella clausola di  “pubblico scandalo" apriva una porta enorme all'arbitrio. Non si trattava solo di patologia clinica: il manicomio diventò il contenitore sociale per tutto ciò che la società borghese non voleva vedere. Donne considerate ninfomani o malinconiche (quasi certamente affette da depressione clinica), omosessuali, prostitute, dissenzienti politici, bambini con disturbi dell'apprendimento o semplicemente indesiderati dalle proprie famiglie: tutti potevano essere internati su semplice segnalazione di terzi (Il Post, 2018).


Il dato è raggelante: dal 1913 al 1974, nel solo manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma furono internati 293 bambini di età inferiore ai 4 anni, e oltre 2.400 tra i 5 e i 14 anni (Il Post, 2018). Il ricovero avvenga in modo coatto; dopo una fase provvisoria poteva diventare definitivo. Con l'entrata in vigore del Codice Penale Rocco del 1931 — il codice del regime fascista — gli internati cominciarono a essere iscritti nel casellario giudiziario, equiparando di fatto ai criminali. Durante il fascismo, le strutture servirono anche come luoghi di detenzione per i dissenzienti politici: tra il 1926 e il 1941, la popolazione manicomiale passò da 60.000 a 96.000 persone (Il Post, 2018).


All'interno di queste strutture, la vita era quella di prigionieri, non di pazienti: sovraffollamento, malnutrizione, camicie di forza, elettroshock usato non terapeuticamente ma per sedare e rendere passivi gli internati. Il sapere psichiatrico dell'epoca era ancora rudimentale su molte patologie; la logica prevalente era quella della custodia e del contenimento, non della cura. Ciò che oggi chiameremmo trauma cronico da istituzionalizzazione era, allora, lo sfondo normale della vita manicomiale.


Nel 1978, prima che la legge cambiasse tutto, in Italia esistevano 98 ospedali psichiatrici con oltre 89.000 persone internate (Il Post, 2018). La società dava per scontato che la sofferenza mentale dovesse essere separata dal mondo, che la presunta pericolosità di chi ne era colpito giustificasse la perdita di ogni diritto, e che il confine tra "normale" e "patologico" fosse naturale, oggettivo, e ben tracciato dai medici.


02 — La frattura: L'evento, la figura e il conflitto che ha incrinato ogni certezza

La crepa nel sistema si aprì lentamente, e da più parti. Sul piano internazionale, opere come Asylums di Erving Goffman (1961) avevano già introdotto il concetto di "istituzione totale" per descrivere strutture — tra cui ospedali psichiatrici, carceri e caserme — che sistematicamente mortificano l'identità dei loro ospiti, privandoli dei ruoli sociali e della capacità di autodeterminazione. Parallelamente, Michel Foucault, in Folie et déraison (1961), aveva mostrato come la nascita del manicomio moderno fosse un fenomeno storico e politico, non semplicemente medico: il confino di chi veniva definito "altro dalla ragione" rispondeva a logiche di potere, non a esigenze terapeutiche.


In Italia, il nome che divenne simbolo di questa frattura è quello di Franco Basaglia (1924–1980). Psichiatra veneziano di formazione fenomenologica, Basaglia prese la direzione del manicomio di Gorizia nel 1961. Quello che trovò lo sconvolse: pazienti ridotti a non-persone, trattati con metodi coercitivi, privati di qualsiasi autonomia. Invece di adattarsi al sistema, Basaglia decise di cambiarlo dall'interno.


Eliminò le contenzioni fisiche, abolì l'elettroshock, aprì i cancelli dei reparti e introdusse attività ricreative, riunioni comunitarie tra pazienti e operatori, e — cosa radicale per l'epoca — la possibilità per gli internati di visitare il mondo esterno. Il manicomio di Gorizia divenne un laboratorio di trasformazione. Nel 1968, Basaglia pubblicò L'istituzione negata, un resoconto diretto di quell'esperienza che divenne un testo fondamentale del movimento antipsichiatrico internazionale (Basaglia, 1968).


Basaglia non si limitò a riformare le pratiche: mise in discussione la categoria stessa di 'malattia mentale' come strumento di controllo sociale, chiedendo che i pazienti fossero riconosciuti prima di tutto come persone, come soggetti con diritti.


Va sottolineato, come rileva Badano (2024) in una ricerca pubblicata su History of Psychiatry, che la Legge 180 non fu opera di un solo uomo: fu il risultato di un movimento collettivo che coinvolse operatori sanitari, intellettuali, attivisti, e un contesto politico — quello del 'compromesso storico' e dell'Italia del Sessantotto — che aveva reso possibile un dibattito pubblico sulle istituzioni. Il deputato democristiano Bruno Orsini fu il principale redattore tecnico della legge. Basaglia ne fu, però, l'anima e la voce più potente.


Il 13 maggio 1978, il Parlamento italiano approvò la Legge n. 180, conosciuta oggi come 'Legge Basaglia'. Fu la prima legge al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici (Il Post, 2018). Vietò nuovi ricoveri negli istituti esistenti, ne dispose la graduale chiusura, e orientò l'assistenza psichiatrica verso i servizi territoriali e la comunità.


03 — La lente psicologica: Trauma, potere, identità e diagnosi: come leggere questo episodio

Leggere la storia dei manicomi attraverso la psicologia dello sviluppo e clinica apre dimensioni che la semplice narrazione storica non cattura.


Il trauma dell'istituzionalizzazione. Ciò che oggi la ricerca sul trauma ci insegna — attraverso il concetto di trauma complesso, di trauma relazionale cronico e di adverse childhood experiences (ACEs) — illumina retroattivamente cosa accadeva nelle corsie manicomiali. L'esposizione prolungata a condizioni di impotenza, imprevedibilità, assenza di controllo e umiliazione sistematica corrisponde esattamente ai meccanismi che producono danno neurologico e psicologico profondo. Non solo: l'istituzione stessa funzionava come agente traumatizzante. Il paradosso era totale: si portavano persone già vulnerabili in un contesto che le poteva traumatizzare ulteriormente.


Il potere della diagnosi. La diagnosi psichiatrica non è mai un atto puramente tecnico: è un atto sociale carico di implicazioni di potere. Basaglia comprese che dietro la categoria di 'alienato' si celava non solo una condizione clinica, ma una costruzione culturale e politica. Seguendo Foucault (1961) e l'antipsichiatria britannica di R.D. Laing, egli denunciò come il sapere psichiatrico potesse diventare strumento di controllo e normalizzazione. Questo non significava negare la sofferenza mentale, ma chiedersi: chi ha il potere di definire cos'è normale? E a quale scopo?


L'istituzione totale e la perdita di identità. Goffman (1961) aveva mostrato come le istituzioni totali operino un sistematico processo di mortificazione del sé: si tolgono i vestiti personali, si assegnano uniformi, si elimina la privacy, si riduce ogni margine di scelta. Il risultato è ciò che egli chiamò 'career morale' del paziente: un progressivo smantellamento dell'identità pre-istituzionale e la costruzione di un'identità istituzionalizzata, passiva, dipendente. Chi usciva dal manicomio — se mai usciva — spesso non riusciva a reinserirsi nel mondo, non perché la sua condizione fosse peggiorata, ma perché aveva perso le competenze e la fiducia necessarie per farlo.


Il pregiudizio e la stigmatizzazione. La psicologia sociale ci offre strumenti per capire come il pregiudizio verso i 'pazzi' si sia strutturato e perpetuato. La stigmatizzazione del malato mentale non era una distorsione episodica: era funzionale al sistema. Rendere l'internato un 'altro' radicale — pericoloso, imprevedibile, irrazionale — giustificava la sua esclusione e rendeva invisibile la sua sofferenza. Questa dinamica ha ancora effetti oggi, nelle forme più sottili di stigma che le persone con disturbi mentali incontrano nel lavoro, nelle relazioni, e nell'accesso ai servizi.


La psicologia dello sviluppo e i bambini internati. Forse uno degli aspetti più perturbanti è il destino dei bambini rinchiusi nei manicomi. L'attuale teoria dell'attaccamento e la ricerca sullo sviluppo neurocognitivo ci dicono con chiarezza che separare un bambino dalle figure di cura primarie — e immergerlo in un ambiente caotico, impersonale e privo di stimoli adeguati — produce danni permanenti allo sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale. Molti di quei bambini, con ogni probabilità, non avevano alcuna condizione psichiatrica di rilievo: erano poveri, orfani, o semplicemente 'scomodi'.


04 — L'eredità: Cosa è cambiato davvero. Cosa ci ha lasciato la riforma

La Legge 180 del 1978 segnò una svolta epocale, ma la sua eredità è complessa e ancora controversa. Sul piano formale, i manicomi furono chiusi — definitivamente con la Legge 724 del 1994, che pose il termine ultimo per la dismissione di tutte le strutture residuali. Al loro posto sorsero i Centri di Salute Mentale (CSM), i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) negli ospedali generali, e una rete di strutture residenziali comunitarie.


Ciò che cambiò davvero fu un paradigma: la persona con disturbo mentale smise di essere — almeno in linea di principio — un soggetto da custodire e tornò a essere un cittadino con diritti. Il trattamento psichiatrico obbligatorio (TSO) rimase possibile, ma come eccezione circoscritta e temporanea, non come norma. La psichiatria di comunità — lavorare con le persone nel loro contesto di vita — diventò il modello di riferimento.


Sul piano internazionale, la riforma italiana ispirò movimenti simili in molti altri paesi e influenzò i dibattiti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulla salute mentale (Badano, 2024). L'approccio di Basaglia — riconoscere la persona prima della patologia — è considerato un precursore degli attuali modelli di recovery e delle pratiche centrate sull'utente.


Eppure l'eredità è anche fatta di ombre. La chiusura dei manicomi avvenne spesso senza un'adeguata costruzione della rete di servizi territoriali. In molte aree del paese — soprattutto al Sud — i servizi di salute mentale rimangono cronicamente sottofinanziati e incompleti. Il risultato è che una quota significativa di persone con disturbi psichiatrici gravi è finita nelle famiglie (spesso senza supporto adeguato), nelle carceri, o nelle strade.


Come sintetizza Peloso (2022) nel volume Ritorno a Basaglia?, la de-istituzionalizzazione è stata realizzata a metà: si è smantellato il vecchio sistema senza costruirne compiutamente uno nuovo. La domanda che Basaglia poneva — come garantire cura e libertà insieme — resta aperta.


05 — La domanda aperta: Il nodo irrisolto. Il collegamento con il presente

La storia della psichiatria istituzionale non si conclude nel 1978. La Legge 180 segnò un prima e un dopo, ma il dopo non fu lineare. Ciò che rimase aperto non fu solo un problema organizzativo — quanti servizi costruire, quante risorse allocare — ma una questione più profonda: se il manicomio era stato lo specchio di una certa idea di uomo, cosa era diventata quella idea dopo la sua chiusura?


I dati ci dicono che la sofferenza psichica non è diminuita. I disturbi mentali rappresentano oggi una delle principali cause di disabilità globale, eppure i servizi restano frammentati e cronicamente sottofinanziati in molte aree del paese. Il bisogno è rimasto; sono cambiate le cornici in cui viene accolto — o non accolto.


Per chi lavora in psicologia clinica e in psicoterapia, la storia dei manicomi continua a parlare in modo diretto alla pratica contemporanea. Non come monito generico, ma come invito a riconoscere dinamiche che non scompaiono con le istituzioni che le hanno generate.


L'asimmetria di potere che strutturava la relazione tra medico e internato non è sparita con la Legge 180: si è trasformata, si è fatta più sottile, e abita ancora ogni relazione clinica. Riconoscerla — senza negarne la necessità, ma senza smettere di interrogarla — è parte del lavoro.


Allo stesso modo, le categorie diagnostiche che hanno permesso decenni di internamenti arbitrari non erano strumenti neutrali allora, e non lo sono oggi. Questo non significa rinunciare alla diagnosi, ma usarla sapendo che ogni etichetta porta con sé una storia, e che quella storia può liberare o imprigionare.


Basaglia credeva che la salute mentale fosse affare della società intera, non solo dei clinici. I contesti comunitari — le reti sociali, il lavoro, le relazioni — sono fattori protettivi che nessun intervento individuale può sostituire. Eppure i modelli dominanti tendono ancora a isolare il sintomo dall'ambiente che lo produce.


Infine, c'è una continuità storica che merita attenzione: le logiche dell'istituzione totale descritte da Goffman non sono scomparse con i manicomi. Si ripropongono, in forme diverse, nelle carceri, in certi reparti ospedalieri, nei centri per migranti, in alcune strutture residenziali per anziani. Riconoscerle è parte del mandato etico di chi lavora in questo campo.


L'eredità di Basaglia non è un modello da applicare: è un metodo. Quello di non smettere mai di chiedersi chi stiamo escludendo, come lo stiamo facendo, e in nome di cosa.


06 — Testi storici e scientifici consigliati: Per chi vuole approfondire

Opere fondamentali di Basaglia

  • L'istituzione negata — Basaglia, F. (1968). Einaudi. 

    • Il testo manifesto della rivoluzione di Gorizia, resoconto diretto dell'esperienza e critica radicale del sistema manicomiale.

  • Che cos'è la psichiatria? — Basaglia, F. (a cura di). (1967). Einaudi. 

    • Riflessioni teoriche collettive sul sistema psichiatrico e sul suo rapporto con il potere.

  • Scritti (Vol. I e II) — Basaglia, F. (1981–1982). Einaudi. 

    • Raccolta dell'intera produzione saggistica, curata da Franca Ongaro Basaglia.


Classici del pensiero critico sulle istituzioni

  • Asylums — Goffman, E. (1961). Anchor Books.

    •  Il testo che ha definito il concetto di 'istituzione totale' e le sue conseguenze sull'identità dei pazienti.

  • Histoire de la folie à l'âge classique — Foucault, M. (1961). Plon.  

    • Analisi genealogica della nascita del manicomio come istituzione di controllo sociale.

  • The Divided Self — Laing, R. D. (1960). Tavistock. 

    • Prospettiva fenomenologica sulla schizofrenia, pionieristica nell'antipsichiatria britannica.


Studi storici e sociologici sulla riforma italiana

  • Ritorno a Basaglia? La de-istituzionalizzazione nella psichiatria di ogni giorno -  Peloso, P. (2022). Edizioni Pendragon. 

    • Analisi storica e critica degli sviluppi e degli esiti della riforma fino ai giorni nostri.

  • The Basaglia Law: Returning dignity to psychiatric patients — Badano, V. (2024). History of Psychiatry, 35(2), 226–233.

    •  Studio accademico sui fattori storici, sociali e politici che portarono alla Legge 180.

  • Matti per sempre (webdoc) — Lanza, M.G., & Sala, D. 

    • Inchiesta giornalistica sulla storia degli internati nei manicomi italiani, con fonti d'archivio. Disponibile su: mattipersempre.it


Risorse online affidabili

  • State of Mind – Scheda bibliografica su Basaglia 

  • Ministero della Salute 

    • Salute mentale dalla legge Basaglia ad oggi — Pagina istituzionale con dati aggiornati sui servizi: salute.gov.it

  • Il Post – Storia e eredità della Legge Basaglia 

    • Approfondimento giornalistico con dati storici. ilpost.it (13 maggio 2018)


"La libertà non è l'assenza di muri. È la capacità di accorgersi di quelli che non vediamo ancora."

Conclusione

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Riferimenti Bibliografici 

Badano, V. (2024). The Basaglia Law: Returning dignity to psychiatric patients. The historical, political and social factors that led to the closure of psychiatric hospitals in Italy in 1978. History of Psychiatry, 35(2), 226–233. https://doi.org/10.1177/0957154X231224650


Basaglia, F. (a cura di). (1967). Che cos'è la psichiatria? Einaudi.


Basaglia, F. (1968). L'istituzione negata: Rapporto da un ospedale psichiatrico. Einaudi.


Basaglia, F. (1981). Scritti (Vol. I). Einaudi.


Basaglia, F. (1982). Scritti (Vol. II). Einaudi.


Foucault, M. (1961). Folie et déraison: Histoire de la folie à l'âge classique. Plon.


Goffman, E. (1961). Asylums: Essays on the social situation of mental patients and other inmates. Anchor Books.

Il Post. (2018, 13 maggio). Il 13 maggio 1978 furono aboliti i manicomi. https://www.ilpost.it/2018/05/13/legge-basaglia-chiusura-manicomi/


Laing, R. D. (1960). The divided self: An existential study in sanity and madness. Tavistock Publications.


Legge 13 maggio 1978, n. 180. (1978). Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 133.


Legge 14 febbraio 1904, n. 36. (1904). Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia.


Peloso, P. (2022). Ritorno a Basaglia? La de-istituzionalizzazione nella psichiatria di ogni giorno. Edizioni Pendragon.


Psychiatry Online Italia. (2023, 10 febbraio). Recensione: Ritorno a Basaglia? La de-istituzionalizzazione nella psichiatria di ogni giorno. https://www.psychiatryonline.it/speciale-legge-180/recensione-ritorno-a-basaglia-la-de-istituzionalizzazione-nella-psichiatria-di-ogni-giorno/


State of Mind. (s.d.). Basaglia Franco: La vita e il pensiero del padre della psichiatria moderna. https://www.stateofmind.it/bibliography/basaglia-franco/

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