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L'inconscio della Storia #2: L’incidente del Vermicino - Il trauma collettivo di un paese in fondo al pozzo

  • 9 giu
  • Tempo di lettura: 10 min

Introduzione alla rubrica:  L'inconscio della Storia

La storia non finisce nei libri di testo. Sopravvive nelle istituzioni che abitiamo, nei modi in cui pensiamo alla cura, nel linguaggio con cui descriviamo chi soffre. "L'inconscio della Storia" nasce da una convinzione semplice: che capire come il passato abbia costruito le categorie psicologiche che usiamo oggi — di normalità, di devianza, di terapia, di esclusione — sia un atto clinico e intellettuale necessario, non un esercizio nostalgico.


Ogni uscita prevede un momento storico, un movimento, una riforma, una figura, e lo porta nel presente. Non per celebrare o condannare, ma per chiederci: cosa di quel momento è ancora vivo in noi? Cosa ci dice la pratica di oggi?


La rubrica si rivolge a chiunque lavori o si muova nel mondo della psicologia — ricercatori, clinici, studenti, educatori — e a chiunque si occupi di storia o scienze umane, con la curiosità di guardare la propria disciplina anche dall'esterno. L'Inconscio della Storia nasce proprio nell'intersezione: non è un testo di psicologia applicata alla storia, né di storia della psicologia, ma uno spazio in cui le due prospettive si interrogano a vicenda, convinte che capire il passato aiuti a leggere meglio il presente — e che la psicologia, per conoscere se stessa, abbia bisogno anche di sapere da dove viene.

Introduzione al tema di questo mese: L’incidente del Vermicino: il trauma collettivo di un paese in fondo al pozzo


Il 13 giugno 1981, alle prime ore del mattino, un giornalista in studio scoppiò a piangere in diretta davanti a milioni di italiani. Non era un'eccezione: era il punto di arrivo di diciotto ore in cui la televisione aveva smesso di raccontare un evento e aveva cominciato a diventarlo.


Questo mese L'inconscio della Storia si occupa di Vermicino — non come fatto di cronaca, ma come caso clinico collettivo. Perché quello che accadde intorno a quel pozzo nella campagna laziale non riguarda solo un bambino, una famiglia, un sistema di soccorsi impreparato. Riguarda cosa succede alla mente di una comunità quando viene esposta, in tempo reale e senza mediazione, a un trauma che non riesce a risolvere.


La domanda che ci portiamo dentro non è cosa è successo — è cosa ci ha fatto. Come si forma un trauma collettivo? In che modo i media non si limitano a documentare il dolore, ma lo costruiscono, lo amplificano, lo rendono condiviso fino a renderlo costitutivo di un'identità nazionale? E cosa rimane, nelle istituzioni e nel linguaggio, di una ferita che non è mai stata davvero elaborata — solo trasformata?


Vermicino è ancora vivo. Lo troviamo nella Protezione Civile, nel modo in cui l'Italia gestisce le emergenze, nel rapporto mai risolto tra informazione e spettacolo. Scendere in quel pozzo, quarant'anni dopo, significa chiedersi quanto di quella notte abbiamo davvero attraversato — e quanto invece ci portiamo ancora dentro, senza saperlo.


Questa newsletter è stata scritta in collaborazione con @spazioemozione

L’incidente del Vermicino: Il trauma collettivo di un paese in fondo al pozzo

Era una sera di giugno. Una sera tranquilla nella campagna italiana, alle porte di Roma. 

In quella notte qualcosa cambierà per sempre la storia dell’Italia e della nostra società anche se allora nessuna delle persone coinvolte in questa vicenda lo sapeva.


Un bambino, una madre, un vigile del fuoco, uno speleologo: sono loro i protagonisti di questa vicenda, uniti nella sconfitta del mostro della storia, il pozzo.


Vedremo assieme le fasi cruciali dell’incidente di Vermicino e le conseguenze che ha portato, conseguenze molto concrete che hanno avuto un impatto enorme su come è cambiato il sistema di soccorso italiano e su come si è sviluppata la psicologia dell’emergenza nel nostro paese. 


Vedremo quanto peso hanno avuto i media nella vicenda, e che cosa significa il trauma collettivo e quali effetti ha sul vissuto psicologico di una comunità, anzi di un'intera nazione in questo caso.

01 — Il mondo com'era: La fine della Prima Repubblica

Erano gli anni Ottanta dell’ormai secolo scorso, politicamente l’Italia attraversava un momento molto complesso, con la Prima Repubblica in declino e un governo in forte crisi. L’allora Presidente era Sandro Pertini, il partigiano, un uomo che interpretava il suo ruolo istituzionale in prima persona e che sarà, come vedremo, una presenza importante nell’incidente del Vermicino. 


Dobbiamo immaginarci un mondo diverso da quello odierno, prima di tutto a livello di comunicazioni. In Italia la televisione era la fonte principale di notizie per le famiglie, non esistevano i social media, e neppure gli smartphone. Le informazioni giungevano lente alle persone, i giornalisti avevano una funzione importante su quali notizie portare e come comunicarle.


Non possiamo raccontare quello che successe quella sera estiva del 1981 senza ricordare quanto accaduto solo l’anno precedente. Nel 1980 un violento terremoto scuote l’Irpinia, una zona impervia tra Campania e Basilicata. I danni furono enormi, con interi paesi sventrati e centinaia di morti, una situazione aggravata dal fatto che i soccorsi ebbero gravi difficoltà ad arrivare nella zona sismica. Sandro Pertini pubblicamente criticò aspramente quelli che riteneva dei gravi errori nel sistema di soccorsi.


Torniamo al 10 giugno 1981. Era l’inizio dell’estate e questo significava per molte famiglie dell’epoca la villeggiatura. Chi poteva si spostava nella seconda casa e trascorreva lì i caldi mesi estivi: così come la famiglia di Alfredino, i Rampi, che soggiornavano nella casa dei nonni a Frascati, vicino a Roma. I bambini andavano a fare passeggiate nelle campagne lì attorno e proprio al ritorno da una di queste Alfredo, un bambino di sei anni, cadde nel pozzo.


02 — La frattura:  Il pozzo e il pendolo dei soccorsi


“Non so come facevo, che cosa riuscivo a dirgli per consolarlo, forse pensavo a quello che avrei detto ai miei quattro figli, che erano poco più grandi di lui, quando avevano paura.”

Nando Broglio


La sequenza di quello che accadde è ben documenta, come vedremo, ma di quelle prime ore sappiamo solo che Alfredo Rampi si separò dal padre di ritorno da una passeggiata, promettendogli di andare dritto verso casa dei nonni. Non ci arriverà mai.


I genitori iniziarono a cercarlo con l’aiuto dei nonni, ma solo dopo l’arrivo dell’unità cinofila della polizia scoprirono che il figlio era caduto in un pozzo artesiano poco distante, coperto da una lamiera, in una zona chiamata il Vermicino.


Gli eventi che si dipanarono nelle 60 ore successive costituiscono una sequenza incredibile di tentativi sempre più disperati per raggiungere quel bambino bloccato a 36 metri in uno stretto cunicolo largo solo 30 cm. A complicare ulteriormente il quadro, Alfredino aveva una cardiopatia genetica. Sappiamo bene quel che accadde in quei giorni perché la televisione dedicò una diretta ininterrotta di 18 ore documentando diverse fasi della ricerca.


Abbiamo detto che ci sono diversi protagonisti della vicenda. Uno era un vigile del fuoco, Nando Broglio, di cui abbiamo una foto significativa accanto ad un cumulo di terra, la cuffia in testa. Comunicava per ore con Alfredino tramite un microfono per tenerlo sveglio, per capire come stava, fino a quel mattino del 13 giugno.


Arrivò poi lo speleologo, Donato Caruso, l’ultimo dei tanti che si calò in quel budello di terra per raggiungere Alfredino, imbragarlo e portarlo in superficie. La situazione era stata così frenetica durante i soccorsi che erano disposti a mandare anche un ragazzino di 15 anni, senza grossa esperienza, giù nel pozzo.


Della mamma, Franca Rampi, abbiamo diverse immagini, con il megafono in mano accanto al pozzo, mentre si ripara sotto l’ombrellone, con le mani dei capelli, abbracciata al presidente: fu aspramente criticata per la sua reazione operativa e poco emotiva ma fu la prima a raccontare a Pertini cosa era successo in quelle ore, su cosa avevano fatto i soccorsi.


Non sono i soli ad aspettare frementi che Alfredino fosse salvato. Milioni di italiani sono incollati al loro televisore. La diretta iniziò in coda TG1 del 12 giugno, l’allora direttore Emilio Fede stava cercando qualcosa di emozionante (parole sue) che mancava alla scaletta del telegiornale: lo trovò. Quella che doveva essere una diretta veloce che avrebbe mostrato il momento del salvataggio diventò una diretta fiume che si concluse alle 7 del mattino del 13 giugno.


Tutta Italia era presente al Vermicino, simbolicamente nella figura del suo presidente, Sandro Pertini e realmente per tutti quelli che seguivano la vicenda nelle loro case.


Donato Caruso era tornato dal pozzo comunicando la notizia: Alfredino era morto. Massimo Valentini, il giornalista in studio, dichiarò “Riposi in pace” e scoppiò a piangere. 


03 — La lente psicologica:  Il trauma collettivo, la comunità ferita e l’occhio scrutatore dei media.


“È stata una notte come quella del primo sbarco sulla luna: il trionfo della tecnologia allora; la sua tragica sconfitta ora, davanti al pozzo di Vermicino. Si può andare sulla luna, ma non si può salvare un bambino caduto in un pozzo. Ne veniva un senso di angosciosa impotenza, di disperazione“. 

Leonardo Sciascia


Nella psicologia c’è un soggetto che rimane sempre marginale nei processi di intervento e di cura: la comunità. Definire cosa è una comunità non è sempre semplice: possiamo dire che è una entità collettiva che supera la persona e crea una rete di connessioni, relazioni e significati. La comunità nasce infatti dall’interfaccia tra l’individuale e il collettivo.


La psicologia dell’emergenza esprime la massima forma di intervento psicologico sulla comunità proprio quando quest’ultima è lacera, ferita e impotente.

 

Il Vermicinio passa dall’essere un fatto di cronaca locale, tragico è vero ma pur sempre limitato nello spazio e nel tempo di una comunità di campagna, all’essere una delle più gravi tragedie della storia italiana perché entra in gioco il ruolo dei media, della televisione, che risulta cruciale nella narrazione dell’evento.


Sotto il profilo della comunicazione, Vermicino è stato, per citare le analisi di Aldo Nove e Carlo Tirinanzi De Medici, il primo "programma davvero spontaneo" capace di stabilizzare l'identità nazionale attraverso lo sguardo televisivo. I giornalisti volevano documentare un salvataggio eroico: si trovarono tra le mani un soggetto narrativo che sfuggì al loro controllo perché era qualcosa che non era mai accaduto prima. Documentarono una serie di sconfitte, prima tra tutte l’assenza di un vero e proprio coordinamento nei soccorsi. I tentativi erano guidati da intuizione, dallo spirito di sacrificio e dal richiamo dell’aiuto spontaneo, che purtroppo non bastarono al successo. Mancavano mezzi adatti (la trivella per gli scavi che si resero necessari fu cercata tramite un appello) e alla fine ci fu il sospetto che certe manovre avessero arrecato più danno che beneficio.


La presenza di Sandro Pertini diede una dimensione ancora più istituzionale alla vicenda. Benché ci fu chi lo criticò per essere stato presente sul luogo, la sua partecipazione amplificò l’effetto che l’incidente ebbe sull’opinione pubblica fino ad assumere una dimensione di “affare di stato”. Non era più la tragedia di una famiglia, diventò una sofferenza nazionale.


Il trauma collettivo non si limita a colpire i singoli individui, ma altera profondamente la coesione e l'identità di un gruppo sociale in seguito a eventi catastrofici. Cathy Caruth descrive il trauma come una ferita che non viene integrata dopo l’evento ma ritorna sotto forma di flashback e frammenti, sfidando la sua comprensione e la sua accettazione. Nella collettività il trauma vive nelle narrazioni, nei simboli e nelle dinamiche di potere.


Tuttavia, sempre a livello collettivo l’evento traumatico, per quanto di difficile narrazione con i mezzi ordinari, rimane come memoria storica, un serbatoio di ricordi non sempre coerenti e non sempre chiari che vengono trasmessi per garantire la sopravvivenza della comunità.


Secondo Jan Assmann, risulta un processo attivo di selezione e interpretazione del passato attraverso riti, testi e monumenti che definiscono l'identità di una comunità che produce la memoria culturale.


Dunque, la memoria collettiva non è una mera somma di ricordi individuali, ma una dimensione sociale che si realizza all'interno di cornici condivise. Come affermava Maurice Halbwachs, "non si ricorda che insieme ad altri" e i ricordi permettono di creare una identità condivisa all’interno di un gruppo. Nel caso dell’incidente del Vermicino la memoria dell’evento è sopravvissuta a noi perché diventata anche parte del nostro apparato istituzionale. 


Intrecciata alla memoria abbiamo la dimensione della resilienza, la reazione di una comunità ferita e scossa dalla perdita di uno dei suoi figli più piccoli. La resilienza di gruppo è la capacità di resistere ai cambiamenti traumatici attraverso flessibilità e adattabilità, riconoscendo i punti di forza per uscire dalla crisi "più forti di prima". Per attivare la resilienza collettiva è necessario un ribaltamento di prospettiva che permetta di identificare esplicitamente le risorse ancora disponibili (materiali e immateriali), di puntare sui valori culturali e sul senso di appartenenza e di attivare reti di supporto esterno con un atteggiamento attivo. In questo senso la figura del leader (Sandro Pertini) quale più alta carica della nazione ha svolto un ruolo di catalizzatore nel dopo incidente.


04 — L'eredità:  Cosa cosa non possiamo dimenticare.

“Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini era arrivato sul luogo senza avvertire le autorità presenti e mi dissero che era ancora lì vicino. Decisi di andare a parlare con lui, perché avevo visto troppe cose assurde in quei giorni. Volevo raccontargli tutto: da quando mio figlio si era perso fino al momento della sua morte. E così feci: Lui mi rispose: “Signora sono sconcertato, non so che dirle, non ho parole, possibile che ci sia stata tutta questa confusione? Possibile che niente abbia funzionato?” Dopo alcuni mesi ricevetti una sua telefonata e mi disse che per me aveva creato un Ministero, quello della Protezione Civile”

Franca Rampi


Ogni anno il Dipartimento di Protezione Civile ricorda Alfredino Rampi con l’unica immagine che abbiamo pubblicamente di lui, un bambino in canottiera a righe che sorride felice.


Sandro Pertini accelerò il processo che portò alla nomina del ministro della Protezione Civile. Nel 1990 venne istituto la sua evoluzione in Dipartimento della Protezione Civile, la struttura che si occupa attualmente del coordinamento del sistema di soccorsi in Italia.


L'eredità di Vermicino ha trovato un esito nell'impegno civile della famiglia Rampi. La nascita del Centro Alfredo Rampi ha rappresentato la volontà di trasformare l'orrore della "voragine" in cittadinanza attiva. Il Centro si è posto l’obiettivo di introdurre in Italia una cultura del rischio, promuovendo la prevenzione e la sicurezza come valori condivisi. 


Il passaggio dal trauma all'impegno ha permesso di convertire lo smarrimento collettivo in una struttura civile permanente, capace di operare quotidianamente per la tutela della vita umana, segnando il passaggio definitivo dalla passività del dolore alla solidità dell'azione. 


Vermicino rimane un pilastro della memoria storica italiana, un evento in cui la fragilità dell'uomo si è scontrata con la "sfinitezza". La sua eredità è profondamente duale: da una parte, ha generato un sistema di Protezione Civile all'avanguardia, capace di dare risposte "solide" e unitarie alle crisi del Paese; dall'altra, ha inaugurato un linguaggio mediatico dove il dolore è spesso ridotto a spettacolo. Mentre le immagini di allora appaiono oggi consumate dalla distanza del tempo, le istituzioni nate da quella crisi restano l'unico argine concreto contro la "voragine del buio" e del silenzio che inghiottì Alfredino. 


05 — La domanda aperta: Qualcosa che sa di speranza

“La tragedia del piccolo Alfredino è una storia che ha segnato profondamente tutti quelli che l’hanno vissuta, anche solo come spettatori. Poi è finita in qualche angolo remoto della nostra coscienza, individuale e collettiva. Ma nessuno l’ha mai dimenticata. Ora è giunto il momento di raccontarla.”

Massimo Gamba, autore di Vermicino. L’Italia nel pozzo.


In Italia ogni bambino che cade in un pozzo è Alfredino. Quel bambino che nessuno è riuscito a salvare e che nello stesso tempo ha permesso il salvataggio di tantissime altre persone nei quarant’anni successivi.


La dimensione tragica di una emergenza risiede proprio nel suo essere una lezione severa per il futuro, e nello stesso tempo tale lezione dal punto di vista psicologico ci permette di rendere nostro il dolore che ci causa l’emergenza, dargli una parvenza di senso e costruire da quelle macerie qualcosa di nuovo - qualcosa che sa di speranza.

Conclusione

Se questo progetto ti ha detto qualcosa — se pensi che la psicologia abbia bisogno della storia per capire sé stessa — c'è un modo semplice per restare in contatto.


Puoi iscriverti alla newsletter, scriverci una mail o mandarci un messaggio. Siamo curiosi di sapere cosa pensi, cosa ti ha convinto e cosa no, quali domande ti sono rimaste aperte.


L'inconscio della Storia è un progetto aperto. Portaci le tue domande.

 
 
 

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