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L'inconscio della Storia #4: I processi di Norimberga e la psicologia del male ordinario

  • 15 ago
  • Tempo di lettura: 21 min

Introduzione alla rubrica:  L'inconscio della Storia

La storia non finisce nei libri di testo. Sopravvive nelle istituzioni che abitiamo, nei modi in cui pensiamo alla cura, nel linguaggio con cui descriviamo chi soffre. "L'inconscio della Storia" nasce da una convinzione semplice: che capire come il passato ha costruito le categorie psicologiche che usiamo oggi — di normalità, di devianza, di terapia, di esclusione — sia un atto clinico e intellettuale necessario, non un esercizio nostalgico.


Ogni uscita prevede un momento storico, un movimento, una riforma, una figura, e lo porta nel presente. Non per celebrare o condannare, ma per chiederci: cosa di quel momento è ancora vivo in noi? Cosa ci dice sulla pratica di oggi?


La rubrica si rivolge a chiunque lavori o si muova nel mondo della psicologia — ricercatori, clinici, studenti, educatori — e a chiunque si occupi di storia o scienze umane, con la curiosità di guardare la propria disciplina anche dall'esterno. L'Inconscio della Storia nasce proprio nell'intersezione: non è un testo di psicologia applicata alla storia, né di storia della psicologia, ma uno spazio in cui le due prospettive si interrogano a vicenda, convinte che capire il passato aiuti a leggere meglio il presente — e che la psicologia, per conoscere se stessa, abbia bisogno anche di sapere da dove viene.

Introduzione al tema di questo mese: I processi di Norimberga e la psicologia del male ordinario

Novembre 1945. Il mondo osserva, esausto, i gerarchi nazisti seduti sul banco degli imputati a Norimberga. E il mondo si aspetta di trovare mostri.


Quello che trova, invece, è qualcosa di molto più difficile da accettare.


Due psicologi entrano nelle celle del carcere militare con taccuini e test standardizzati. Misurano il QI, somministrano il Rorschach, ascoltano. E i dati che raccolgono non confermano nessuna delle ipotesi rassicuranti che tutti speravano di trovare: i responsabili dello sterminio di milioni di persone sono, psichiatricamente parlando, nella norma.


Questa scoperta — scomoda, quasi insopportabile — apre una domanda che avrebbe impegnato una generazione intera di ricercatori: se non erano mostri, chi erano? E soprattutto: cosa ci dice questo di noi?


In questo numero esploriamo proprio quella domanda. Seguiamo il filo che porta dai test di Norimberga agli esperimenti di Milgram sull'obbedienza, agli studi di Asch sul conformismo, fino alle ricerche contemporanee sulla radicalizzazione. Un filo che non riguarda solo la storia — riguarda le organizzazioni in cui lavoriamo, le équipe di cui facciamo parte, le pressioni a cui tutti, ogni giorno, siamo esposti.


Perché il problema del male ordinario non è una questione del passato. È una domanda del presente.

01 — Il mondo com'era: Quando il male aveva un volto riconoscibile

Nel novembre del 1945, quando si aprirono i processi di Norimberga, il mondo era psicologicamente esausto. Sei anni di guerra, milioni di morti, i campi di sterminio appena liberati: la brutalità era stata così totale, così metodica, così organizzata, che l'unica spiegazione accettabile sembrava essere la follia. I gerarchi nazisti che sedevano sul banco degli imputati dovevano essere, per forza, mostri. Esseri psicologicamente devianti, moralmente corrotti fino al midollo, irrimediabilmente altri rispetto all'umanità normale.


Questa narrativa non era solo una reazione emotiva comprensibile. Era anche una struttura cognitiva necessaria. Credere che i perpetratori fossero fondamentalmente diversi significava credere che il sistema democratico, l'educazione, la cultura, la civiltà fossero un argine sufficiente contro simili atrocità. Significava credere che ciò che era accaduto in Germania non potesse accadere altrove — non in Francia, non in Inghilterra, non negli Stati Uniti. Il mostro era un'eccezione alla regola; la regola rimaneva intatta.


Questa visione aveva radici profonde, sia nella cultura popolare che in quella scientifica. La psichiatria dell'epoca era ancora in buona parte influenzata da un modello deterministico che tracciava linee nette tra normalità e patologia, tra sanità mentale e devianza. Il criminale, il tiranno, il carnefice erano figure clinicamente distinguibili: li si riconosceva nei tratti del viso, nella storia familiare, nella psicopatologia. La frenologia era tramontata, ma l'idea che il male fosse scritto da qualche parte — nel corpo, nella mente, nel cervello — era ancora viva sotto forme più sofisticate.


Sul piano politico, la narrazione della follia nazista aveva anche una funzione diplomatica e storica: circoscriveva la responsabilità. Se Hitler era un pazzo, se Göring era un narcisista patologico, se Himmler era un sadico clinicamente classificabile, allora il problema era risolto con la loro sconfitta e la loro morte. Il nazismo era stato un accidente della storia, non una possibilità latente in qualsiasi società umana.


Nessuno, nell'autunno del 1945, era ancora pronto ad accettare l'ipotesi alternativa.


02 — La frattura: Quando i test rivelarono l'insopportabile normalità

Kelley e Gilbert entrarono nel carcere di Norimberga con strumenti, taccuini e una domanda semplice: chi sono, psicologicamente, questi uomini? Quello che trovarono sconvolse le loro certezze — e avrebbe impiegato decenni a essere pienamente assorbito dalla cultura scientifica e pubblica.


I protagonisti dell'indagine

Douglas Kelley era uno psichiatra militare brillante e ambizioso, formato alla Columbia University. Gustave Gilbert era uno psicologo sociale di origine austriaca, figlio di immigrati ebrei, che parlava tedesco correntemente — un dettaglio cruciale, perché gli permetteva di conversare con gli imputati senza intermediari, cogliendo sfumature e reazioni che un interprete avrebbe inevitabilmente filtrato. I due lavorarono insieme ma con approcci e temperamenti diversi: Kelley era più clinico e distaccato, Gilbert più interessato alla psicologia sociale e al giudizio morale. Questa differenza di prospettiva avrebbe generato, negli anni successivi, una frattura profonda nelle loro interpretazioni dei dati.


I test somministrati

La Scala di Intelligenza Wechsler-Bellevue era lo strumento più avanzato dell'epoca per la misurazione del quoziente intellettivo. Kelley la somministrò a tutti gli imputati principali, ottenendo risultati che avrebbero fatto notizia. Il QI medio del gruppo era notevolmente superiore alla norma della popolazione generale. Göring ottenne 138, il terzo punteggio più alto; Hjalmar Schacht, l'ex ministro dell'economia, raggiunse 143; Arthur Seyss-Inquart 141. Solo Julius Streicher, il violento editore del giornale antisemita Der Stürmer, scese sotto la media con un QI di 106. L'intelligenza, dunque, non era un fattore protettivo contro la partecipazione allo sterminio. Era, semmai, un fattore amplificante: rendeva questi uomini più efficaci nell'organizzare, pianificare e giustificare.


Il Test di Rorschach — le celebri macchie d'inchiostro sviluppate dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach nel 1921 — fu il contributo più controverso e discusso dell'intera valutazione. Il test si basa sull'assunto che il modo in cui una persona interpreta stimoli ambigui riveli strutture profonde della personalità: il tipo di risposte, la qualità formale delle percezioni, il contenuto, il livello di organizzazione del pensiero. Nel caso di Göring, le risposte evidenziano una personalità narcisistica ed egocentrica, con un forte bisogno di controllo e un senso grandioso di sé — tratti che concordano perfettamente con il comportamento osservato durante il processo, dove Göring si distingue per il carisma, la reattività e la tendenza a monopolizzare la scena. Tuttavia, l'utilizzo del test a Norimberga presentava limiti metodologici seri: la procedura di somministrazione non era standardizzata, i criteri di scoring non erano uniformi tra i due esaminatori, e le condizioni di detenzione rendevano il contesto tutt'altro che neutro. La psicologa clinica Molly Harrower, che avrebbe dedicato decenni alla rivalutazione di questi protocolli, giunse alla conclusione che le risposte dei gerarchi nazisti non erano distinguibili statisticamente da quelle di un campione di adulti normali — una scoperta che confermava, per altra via, la tesi della normalità psicologica (Harrower, 1976).


Il Thematic Apperception Test (TAT), basato sull'interpretazione di immagini ambigue che il soggetto deve utilizzare per costruire storie, completava il quadro diagnostico. Le storie raccontate dai gerarchi erano spesso piatte emotivamente, con un'elaborazione delle relazioni interpersonali notevolmente ridotta — un dato che Kelley interpretò come segno di un funzionamento emotivo superficiale e strumentale.


Le conclusioni scomode

I risultati convergevano verso una conclusione che nessuno voleva sentire: i responsabili dello sterminio di sei milioni di ebrei e di milioni di altre vittime erano, da un punto di vista psichiatrico, nella norma. Solo Robert Ley, il capo del Fronte del Lavoro tedesco, presentava segni di compromissione neurologica significativa — e Ley si suicidò prima dell'inizio del processo. Tutti gli altri erano capaci di intendere, di volere, di pianificare, di scegliere.


Kelley e Gilbert, tuttavia, giunsero a interpretazioni diverse da questi dati condivisi. Per Kelley, la leadership nazista incarnava una specifica struttura di personalità — autoritaria, nazionalista, gerarchica — che era replicabile in altri contesti storici e geografici. La sua conclusione era perturbante: uomini come Göring non erano unici. Potevano nascere altrove. Potevano nascere in America. Per Gilbert, invece, c'era qualcosa di specificamente tedesco e ideologicamente costruito nel carattere dei genarchi — una deformazione culturale e politica più che psicologica. Questa divergenza avrebbe segnato un conflitto personale e intellettuale tra i due che non si sarebbe mai risolto.


03 — La lente psicologica: Sei risposte a una domanda enorme

La domanda che Norimberga aveva aperto — perché persone normali commettono atti atroci? — avrebbe impegnato una generazione di psicologi. Le risposte che emersero nei due decenni successivi formano una delle costellazioni più dense e coerenti della storia della psicologia sociale. Ogni studio illumina un angolo diverso dello stesso problema.


La personalità autoritaria — Adorno e colleghi (1950)

Negli anni immediatamente successivi alla guerra, Theodor W. Adorno — filosofo tedesco di origini ebraiche, esule negli Stati Uniti dopo le leggi razziali — guidò un gruppo di ricercatori in un progetto ambizioso: identificare empiricamente le radici psicologiche del fascismo. Il risultato fu The Authoritarian Personality (Adorno et al., 1950), un'opera imponente di quasi mille pagine che cercava di rispondere a una domanda precisa: esiste un tipo di personalità strutturalmente predisposta al pensiero totalitario?


La risposta fu sì — e per misurarlo il gruppo sviluppò la F-Scale (scala del fascismo), uno strumento psicometrico che misurava nove dimensioni della personalità autoritaria: il convenzionalismo (adesione rigida alle norme del proprio gruppo), la sottomissione autoritaria (deferenza acritica all'autorità), l'aggressività autoritaria (tendenza a punire chi viola le norme), l'anti-intracettività (rifiuto del pensiero soggettivo e dell'introspezione), la superstizione e lo stereotipo, il complesso potere-durezza, la distruttività e il cinismo, il proiettivismo, e la preoccupazione per il sesso.


Il profilo che emerge era quello di un individuo che aveva interiorizzato, in modo difensivo, un bisogno rigido di ordine, gerarchia e certezza — spesso come risposta a un'infanzia caratterizzata da autorità genitoriale severa e condizionale. L'ostilità che non poteva essere espressa verso i genitori veniva spostata verso gruppi esterni: minoranze, stranieri, nemici costruiti. La personalità autoritaria non era un'anomalia patologica: era una risposta psicologica comprensibile a determinate condizioni di sviluppo — il che significava che poteva formarsi in qualsiasi contesto culturale.


The Authoritarian Personality è rimasto uno dei testi più influenti e più discussi della psicologia del Novecento. Le critiche metodologiche non mancano — la F-Scale presenta problemi di acquiescenza (tutti gli item sono formulati nella stessa direzione), e il legame tra punteggi alla scala e comportamento reale è più complesso di quanto suggerito dagli autori. Eppure il suo contributo concettuale è indiscutibile: ha aperto la strada a decenni di ricerca sulla psicologia del pregiudizio, dell'autoritarismo e della rigidità cognitiva.


Il conformismo come revisione percettiva — Asch (1951)

Solomon Asch era un sociologo e psicologo gestaltista polacco emigrato negli Stati Uniti. Come Adorno, era stato profondamente segnato dall'osservazione di come milioni di tedeschi avessero aderito al nazismo senza resistenza apparente — e voleva capire il meccanismo psicologico alla base di quella adesione.


Il suo esperimento del 1951 era elegante nella sua semplicità. A un soggetto veniva chiesto di abbinare la lunghezza di una linea campione a una di tre linee di confronto. La risposta giusta era evidente, non lasciava spazio a interpretazioni. Ma nella stanza erano presenti altri partecipanti — in realtà complici dell'esperimento — che davano tutti la risposta sbagliata.


I risultati furono sorprendenti: il 75% dei soggetti si conformava alla risposta sbagliata del gruppo almeno una volta; circa il 32% delle risposte totali in condizioni di pressione sociale era scorretto. Solo il 25% dei soggetti non si conformò mai.


Ma la scoperta più sottile era un'altra. Nelle interviste post-esperimento, alcuni soggetti riferivano di avere effettivamente percepito la linea diversamente dagli altri, non semplicemente di avere scelto di rispondere come il gruppo. La pressione del gruppo non produceva solo compiacenza pubblica — produceva, in alcuni casi, una genuina revisione della percezione. Asch chiamò questo fenomeno distorsione percettiva: la realtà visibile veniva reinterpretata per renderla coerente con il consenso sociale.


Questo meccanismo è particolarmente rilevante per capire il nazismo: non si trattava solo di persone che sapevano che le cose erano sbagliate ma tacevano per paura. Si trattava, in molti casi, di persone che avevano genuinamente smesso di vedere ciò che era ovvio — perché tutto il contesto sociale, ideologico e istituzionale attorno a loro lo negava.


L'obbedienza distruttiva — Milgram (1961–1963)

Stanley Milgram aveva ventisei anni quando progettò quello che sarebbe diventato l'esperimento più famoso e più controverso della storia della psicologia. Era il 1961, e il processo a Adolf Eichmann a Gerusalemme dominava le notizie. Eichmann — il funzionario SS che aveva organizzato la logistica delle deportazioni di massa — si difendeva presentandosi come un semplice esecutore di ordini. Non aveva odio per gli ebrei, diceva. Aveva solo fatto il suo dovere. Milgram voleva sapere se questa giustificazione fosse psicologicamente plausibile — e in che misura.


Il suo disegno sperimentale era semplice e geniale. Un soggetto veniva reclutato come "insegnante" in uno studio sulla memoria e l'apprendimento. L'"allievo" — in realtà un complice dell'esperimento — era assicurato a una sedia in una stanza adiacente. Ogni volta che l'allievo sbagliava una risposta, l'insegnante doveva somministrare una scossa elettrica di intensità crescente, da 15 a 450 volt, su un pannello di controllo chiaramente etichettato con indicazioni che andavano da "Scossa leggera" a "Pericolo: scossa grave" fino al sinistro "XXX". Le scosse non erano reali, ma i soggetti non lo sapevano. L'allievo recitava reazioni di dolore crescente: a 150 volt chiedeva di fermarsi, a 300 volt smetteva di rispondere.


Quando il soggetto esitava o voleva interrompere, uno sperimentatore in camice bianco lo incoraggiava a continuare con frasi standardizzate: "Per favore, continui." "L'esperimento richiede che lei continui." "Non ha altra scelta, deve continuare."


Il risultato: il 65% dei soggetti arrivò fino alla scossa massima di 450 volt. Tutti i soggetti proseguirono almeno fino a 300 volt. Questo in condizioni di laboratorio, con uno sconosciuto, senza nessuna minaccia diretta alla propria incolumità, senza alcuna ideologia di supporto (Milgram, 1963).


Milgram ripeté l'esperimento in decine di varianti, modificando sistematicamente le condizioni per capire cosa aumentasse o diminuisse l'obbedienza. La vicinanza fisica alla vittima diminuiva l'obbedienza: quando il soggetto doveva tenere la mano della vittima sul pannello di scosse, il tasso scendeva drasticamente. La vicinanza all'autorità aumentava l'obbedienza: quando lo sperimentatore era in stanza, i tassi erano più alti che quando impartiva istruzioni per telefono. La presenza di altri "insegnanti" disobbedienti — in realtà complici che si rifiutavano di continuare — riduceva significativamente l'obbedienza del soggetto reale.


Milgram elaborò il concetto di stato agentivo per spiegare questi risultati (Milgram, 1974): in presenza di un'autorità legittima, le persone si percepiscono come agenti di una volontà altrui, non come autori autonomi delle proprie azioni. La responsabilità morale viene percepita come trasferita verso l'alto nella gerarchia. Questo non è debolezza o viltà: è un meccanismo psicologico profondamente radicato, probabilmente adattivo in molti contesti sociali, che diventa catastrofico quando l'autorità persegue fini distruttivi.


L'esperimento di Milgram ha ricevuto critiche metodologiche ed etiche considerevoli nel tempo — soprattutto riguardo alla mancanza di consenso informato e alla possibilità di trauma psicologico nei partecipanti. Alcuni studi successivi hanno sollevato dubbi sulla generalizzabilità dei risultati. Eppure la sua forza concettuale rimane intatta: il problema dell'obbedienza non è un problema di persone eccezionalmente malvagie, ma di meccanismi psicologici ordinari in contesti straordinari.


La nascita del regime in miniatura — La Terza Onda, Jones (1967)

Nessuno aveva programmato l'esperimento di Ron Jones. Nel 1967, Jones insegnava storia contemporanea alla Cubberley High School di Palo Alto, California. Durante una lezione sul nazismo, uno studente pose una domanda che Jones non sapeva come rispondere: come era possibile che il popolo tedesco avesse affermato di non sapere nulla delle atrocità? Come si poteva non sapere?


Jones decise di rispondere con un'esperienza diretta. Il lunedì, introdusse il concetto di disciplina: postura corretta, risposte brevi e precise, movimenti coordinati. I ragazzi reagirono con entusiasmo sorprendente. Il martedì aggiunse il concetto di comunità: il movimento si chiamava "La Terza Onda", aveva un motto — "La forza attraverso la disciplina, la forza attraverso la comunità" — e un saluto esclusivo. Il mercoledì introdusse il concetto di azione: i membri del movimento avevano il compito di convincere altri a unirsi e di segnalare chi non rispettava le regole. In quel giorno, tredici studenti di altre classi avevano già chiesto di partecipare.


Il giovedì, Jones distribuì tessere di appartenenza — alcune con una croce rossa sul retro, simbolo di un incarico speciale. I ragazzi non sapevano che le croci rosse non avevano alcun significato. Il comportamento di controllo e delazione si intensificò. Il venerdì, Jones convocò tutti nell'auditorium, annunciando l'imminente rivelazione del leader nazionale del movimento, di cui La Terza Onda era solo un'avanguardia locale. Alle 12.05, lo schermo rimase bianco per due minuti — minuti di attesa collettiva in silenzio — e poi Jones prese la parola e spiegò: non c'era nessun leader. Non c'era nessun movimento. Ciò che avevano vissuto in cinque giorni era la risposta alla loro domanda: così era possibile che i tedeschi non sapessero (Jones, 1976).


La Terza Onda rimane uno degli esempi più potenti — e più inquietanti — di come le dinamiche di gruppo, la struttura di autorità e l'identità collettiva possano formarsi in tempi brevissimi, senza coercizione esplicita, in persone giovani, istruite, viventi in una democrazia.


La deindividuazione e il potere del ruolo — Stanford Prison Experiment, Zimbardo (1971)

Philip Zimbardo e Stanley Milgram si conoscevano dall'infanzia: erano cresciuti nello stesso quartiere del Bronx, a New York. Non è quindi sorprendente che l'esperimento di Zimbardo sia stato concepito, almeno in parte, come un'estensione e un approfondimento del lavoro di Milgram. Se Milgram aveva dimostrato che le persone obbediscono agli ordini di un'autorità, Zimbardo voleva capire qualcosa di diverso: cosa succede quando le persone assumono un ruolo che legittima il potere su altri?


Nell'agosto del 1971, Zimbardo selezionò ventiquattro studenti universitari maschi, psicologicamente sani, e li divise casualmente in due gruppi: dodici "guardie" e dodici "prigionieri". Le guardie ricevettero uniformi, occhiali specchiati per impedire il contatto visivo, e manganelli. Ai prigionieri furono assegnati numeri di identificazione al posto dei nomi, abiti simili a camice da notte, catene alle caviglie. La prigione era stata allestita nei sotterranei del Dipartimento di Psicologia di Stanford.


L'esperimento doveva durare due settimane. Fu interrotto dopo sei giorni.

Nel giro di poche ore, le guardie avevano cominciato a trattare i prigionieri in modo sempre più degradante: sveglie notturne forzate, mortificazioni fisiche, punizioni arbitrarie. I prigionieri mostrarono rapidamente segni di stress acuto: pianto, rabbia, disorganizzazione, in un caso una crisi che Zimbardo interpretò come esaurimento nervoso. Zimbardo stesso, che aveva assunto il ruolo di soprintendente della prigione, tardò a rendersi conto di quanto la situazione fosse degenerata — fu la sua fidanzata dell'epoca, la psicologa Christina Maslach, a convincerlo a fermare l'esperimento quando lo visitò il quinto giorno (Zimbardo, 2007).


Il concetto chiave che Zimbardo elaborò a partire da questa esperienza fu quello di deindividuazione: il processo per cui l'immersione in un ruolo, unita all'anonimato della divisa e alla struttura istituzionale, erode progressivamente il senso di identità individuale e la responsabilità personale. La persona smette di agire come sé stessa e comincia ad agire come il ruolo che ricopre — con i diritti, i permessi impliciti e l'impunità che il ruolo porta con sé.


È importante segnalare che l'esperimento di Stanford ha ricevuto negli ultimi anni critiche methodologiche severe. Il giornalista Thibault Le Texier, nel 2019, ha documentato come Zimbardo avesse istruito le guardie a comportarsi in modo duro, e come il suo doppio ruolo di ricercatore e soprintendente avesse fortemente orientato la dinamica dell'esperimento (Le Texier, 2019). Questo non annulla il contributo concettuale — ma invita a leggere i risultati con il rigore che ogni buona psicologia richiede.


Il conformismo cognitivo nella propaganda — la ricerca di Tajfel sull'identità sociale (1979)

Henri Tajfel era uno psicologo polacco di origini ebraiche che aveva trascorso la guerra nei campi di prigionia francesi, salvandosi nascondendo la propria identità. Dopo la guerra, si dedicò a capire come l'appartenenza a un gruppo potesse trasformarsi in odio verso altri gruppi — e lo fece con una semplicità sperimentale quasi brutale.


Nei suoi esperimenti sul minimo group paradigm (paradigma del gruppo minimale), Tajfel divise i partecipanti in gruppi in modo arbitrario — a volte sulla base delle loro preferenze pittoriche (Klee vs. Kandinsky), a volte con un lancio di moneta. Nessun contatto tra i gruppi, nessun interesse condiviso, nessuna storia comune. Eppure, anche in queste condizioni minimaliste, i partecipanti mostravano consistenti favoritismi verso il proprio gruppo nella distribuzione di risorse, e tendevano a massimizzare il vantaggio relativo del proprio gruppo rispetto all'altro — anche a scapito del proprio guadagno assoluto.


La teoria dell'identità sociale che Tajfel sviluppò insieme a John Turner (1979) sostiene che gli individui derivano parte della propria autostima dall'appartenenza a gruppi — e che questa dinamica porta naturalmente a favorire il proprio gruppo e a svalutare i gruppi esterni. Non è necessaria una storia di conflitto, una differenza culturale, né un'ideologia: basta la distinzione. L'antisemitismo, il razzismo, il nazionalismo — nella prospettiva di Tajfel — non sono aberrazioni, ma amplificazioni estreme di un meccanismo psicologico universale.


04 — L'eredità: Cosa è cambiato — e cosa resiste ancora

La banalità del male come categoria concettuale

Hannah Arendt seguì il processo a Eichmann a Gerusalemme nel 1961 come corrispondente del New Yorker, e quello che vide la sconvolse. Non trovò un mostro. Trovò un burocrate di mezza età, privo di carisma, incapace di pensiero indipendente, ossessionato dalle procedure e dalla propria carriera. Eichmann non aveva odio ideologico per gli ebrei — o almeno, non era questo il motore principale del suo agire. Era semplicemente qualcuno che, come disse lui stesso, non aveva mai avuto un pensiero suo.


Arendt coniò l'espressione banalità del male per descrivere questa figura (Arendt, 1963): il male che non nasce dall'odio o dalla follia, ma dalla superficialità, dall'incapacità o dal rifiuto di pensare. Eichmann non aveva smesso di essere umano nel senso biologico. Aveva smesso di essere umano nel senso morale: aveva delegato la coscienza alla gerarchia, aveva sostituito il giudizio con la procedura.


Questa categoria concettuale è stata una delle più dibattute del Novecento. Alcuni storici dell'Olocausto — in particolare Daniel Goldhagen nel suo Hitler's Willing Executioners (1996) — hanno contestato la tesi di Arendt, sostenendo che i perpetratori fossero mossi da un antisemitismo genuino e profondo, non dalla mera obbedienza. Il dibattito non è risolto, e probabilmente non lo sarà mai completamente: il male di massa è troppo complesso per ridursi a una sola spiegazione. Ma la tensione tra le due posizioni — il male come ideologia e il male come abdicazione al pensiero — rimane uno degli interrogativi più fecondi che la psicologia e la storia condividono.


La nascita della psicodiagnostica forense moderna

Prima di Norimberga, la psichiatria aveva una presenza marginale nei tribunali — serviva essenzialmente a determinare la capacità di intendere e di volere, non a tracciare profili di personalità o a comprendere i meccanismi psicologici del crimine. I processi del 1945–46 cambiarono questo: per la prima volta, strumenti come il Rorschach, il Wechsler-Bellevue e il TAT furono impiegati sistematicamente nel contesto di un processo penale internazionale. I limiti metodologici erano seri, ma il gesto era rivoluzionario: la psicologia entrava nell'aula di tribunale non come curiosità ma come disciplina applicata.


Nei decenni successivi, la psicodiagnostica forense si sviluppò enormemente: gli standard di somministrazione e di scoring dei test furono progressivamente formalizzati; nacquero protocolli specifici per la valutazione della pericolosità, della simulazione e della responsabilità; la figura dello psicologo forense divenne un interlocutore riconosciuto del sistema giuridico. Tutto questo aveva una radice, per quanto imperfetta, in quelle celle di Norimberga.


La riforma del diritto penale internazionale

I principi giuridici emersi dai processi di Norimberga — formalizzati dalla Commissione di Diritto Internazionale delle Nazioni Unite nel 1950 e noti come Principi di Norimberga — stabilirono tre precedenti fondamentali. Primo: esistono crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l'umanità che il diritto internazionale punisce indipendentemente dal diritto interno degli Stati. Secondo: la posizione ufficiale — essere capi di Stato, ministri, ufficiali militari — non esonera dalla responsabilità penale. Terzo: l'esecuzione di un ordine di governo o di un superiore non costituisce esimente, sebbene possa essere considerata un'attenuante (Commissione di Diritto Internazionale, 1950).


Quest'ultimo principio è particolarmente rilevante in dialogo con gli esperimenti di Milgram: il diritto internazionale riconosce implicitamente che l'obbedienza agli ordini è una risposta psicologica potente — altrimenti non si spiegherebbe l'attenuante — ma afferma che la responsabilità individuale non può essere completamente delegata. La tensione tra la forza dei meccanismi psicologici e la permanenza della responsabilità morale è al cuore di entrambi.


Il disimpegno morale — Bandura (1999)

Albert Bandura, partendo da una tradizione diversa — la teoria dell'apprendimento sociale — elaborò negli anni Novanta un framework per comprendere come persone capaci di comportamenti prosociali possano giustificare a se stesse e agli altri azioni profondamente dannose: il disimpegno morale (Bandura, 1999).


I meccanismi che Bandura identificò sono molteplici e riconoscibili: la giustificazione morale (l'azione violenta viene presentata come necessaria per un bene superiore — la patria, la razza, la purezza); la etichettatura eufemistica (le uccisioni diventano "operazioni di pulizia", le vittime "elemento nemico"); la comparazione vantaggiosa (le proprie azioni vengono relativizzate confrontandole con atrocità ancora peggiori); la dislocazione della responsabilità (come in Milgram, la colpa viene trasferita verso chi comanda); la diffusione della responsabilità (in un sistema collettivo, nessuno si sente pienamente responsabile); la disumanizzazione della vittima (privare la vittima della sua umanità rende più facile farle del male); e la attribuzione di colpa alla vittima (le vittime meritano ciò che ricevono).


Questi meccanismi non operano solo nei genocidi. Operano nelle organizzazioni, nelle istituzioni, nelle équipe professionali. Operano ogni volta che un sistema produce danni sistematici e i suoi membri riescono a non sentirsi responsabili.


Il potere predittivo del contesto — la ricerca contemporanea sulla radicalizzazione

La tradizione inaugurata dagli studi post-Norimberga ha influenzato profondamente la ricerca contemporanea sulla radicalizzazione e il terrorismo. McCauley e Moskalenko (2017) hanno proposto un modello a "piramide" della radicalizzazione che distingue tre livelli — opinioni, emozioni, azioni — e identifica i meccanismi di transizione tra ciascuno. Il punto cruciale è che la radicalizzazione non è un fenomeno che riguarda solo individui psicologicamente devianti: ha strutture e dinamiche identificabili che operano su persone ordinarie in determinate condizioni di privazione, umiliazione percepita, appartenenza a gruppi coesi e presenza di narrazioni identitarie forti.


Questo non significa giustificare o relativizzare. Significa capire — e capire è la precondizione per prevenire.


05 — La domanda aperta: Il nodo che nessuno studio ha sciolto

Tutti gli studi che abbiamo esaminato convergono verso una risposta che molti trovano insopportabile: il male organizzato non è un'anomalia. È l'amplificazione di meccanismi psicologici ordinari — obbedienza, conformismo, identità di gruppo, deindividuazione, disimpegno morale — in condizioni straordinarie. Non richiede mostri. Richiede contesti, ruoli, autorità e persone che smettono di pensare.


Questa risposta genera una domanda che non ha ancora trovato una soluzione soddisfacente: se i meccanismi sono universali, perché non tutti obbediscono? Negli esperimenti di Milgram, il 35% dei soggetti si rifiutò di arrivare alla scossa massima. Negli esperimenti di Asch, il 25% non si conformò mai. Nella storia reale, ci furono coloro che nascosero ebrei, che disobbedirono agli ordini, che testimoniarono contro i propri compagni. Cosa li distingueva?


La ricerca suggerisce alcune piste. La presenza di un modello di dissenso — anche di uno solo — riduce significativamente la compliance negli esperimenti di Milgram. Il senso di identità personale forte e stabile sembra correlare con la resistenza alla pressione del gruppo. La capacità di pensiero critico e la familiarità con la complessità morale sembrano fattori protettivi. Ma queste risposte sono ancora parziali.


Per chi lavora in ambito clinico, educativo o istituzionale, la domanda ha implicazioni concrete e immediate. I meccanismi studiati da Milgram, Asch, Zimbardo e Bandura non operano solo nei regimi totalitari: operano nelle organizzazioni sanitarie, nelle scuole, negli studi professionali, nelle équipe terapeutiche. La pressione a conformarsi al "clima" di un gruppo, la tendenza a seguire il supervisore anche quando qualcosa non quadra, il progressivo scivolamento verso pratiche che individualmente sembrano ragionevoli ma nel loro insieme producono danno: sono dinamiche riconoscibili in molti contesti di cura e di lavoro.


La domanda che Norimberga ha aperto — ottant'anni fa, nelle celle di un carcere militare tedesco — è ancora la più urgente: quali strutture istituzionali, quali pratiche riflessive, quali culture organizzative rendono più difficile lo scivolamento verso il danno? Come si progetta un contesto che non si affida alla bontà individuale — che è variabile, fragile, sempre soggetta a pressione — ma che strutturalmente sostiene la responsabilità, il dissenso e il pensiero critico?


Non è una domanda storica. È una domanda del presente.


06 — Per approfondire:  Testi storici e scientifici affidabili

  • Fonti primarie e testi storici

    • Arendt, H. (1963). Eichmann in Jerusalem: A report on the banality of evil. Viking Press.

    • Gilbert, G. M. (1947). Nuremberg diary. Farrar, Straus.

    • Kelley, D. M. (1947). 22 cells in Nuremberg: A psychiatrist examines the Nazi criminals. Greenberg.

  • Studi psicologici classici

    • Adorno, T. W., Frenkel-Brunswik, E., Levinson, D. J., & Sanford, R. N. (1950). The authoritarian personality. Harper & Row.

    • Asch, S. E. (1951). Effects of group pressure upon the modification and distortion of judgments. In H. Guetzkow (Ed.), Groups, leadership, and men (pp. 177–190). Carnegie Press.

    • Milgram, S. (1963). Behavioral study of obedience. Journal of Abnormal and Social Psychology, 67(4), 371–378. https://doi.org/10.1037/h0040525

    • Milgram, S. (1974). Obedience to authority: An experimental view. Harper & Row.

    • Tajfel, H., & Turner, J. C. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. In W. G. Austin & S. Worchel (Eds.), The social psychology of intergroup relations (pp. 33–47). Brooks/Cole.

    • Zimbardo, P. G. (2007). The Lucifer effect: Understanding how good people turn evil. Random House.

  • Sviluppi teorici e applicativi

    • Bandura, A. (1999). Moral disengagement in the perpetration of inhumanities. Personality and Social Psychology Review, 3(3), 193–209. https://doi.org/10.1207/s15327957pspr0303_3

    • Goldhagen, D. J. (1996). Hitler's willing executioners: Ordinary Germans and the Holocaust. Knopf.

    • Harrower, M. (1976). Rorschach records of the Nazi war criminals: An experimental study after thirty years. Journal of Personality Assessment, 40(4), 341–351. https://doi.org/10.1207/s15327752jpa4004_1

    • Le Texier, T. (2019). Debunking the Stanford Prison Experiment. American Psychologist, 74(7), 823–839. https://doi.org/10.1037/amp0000401

    • McCauley, C., & Moskalenko, S. (2017). Friction: How radicalization happens to them and us. Oxford University Press.

  • Per un approfondimento narrativo

    • Conti, N. (2012). I pazzi di Hitler: La storia dimenticata degli psichiatri di Norimberga. Bollati Boringhieri. (Per un'introduzione accessibile in italiano al contesto degli esperimenti psicologici di Norimberga.)

    • Browning, C. R. (1992). Ordinary men: Reserve Police Battalion 101 and the Final Solution in Poland. HarperCollins. (Un'analisi storica rigorosa di come uomini ordinari diventarono perpetratori di massa — il complemento storico perfetto agli studi psicologici.)


"Ogni generazione crede di essere immune. È precisamente questa credenza che la rende vulnerabile."

Conclusione

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Bibliografia

Adorno, T. W., Frenkel-Brunswik, E., Levinson, D. J., & Sanford, R. N. (1950). The authoritarian personality. Harper & Row.


Arendt, H. (1963). Eichmann in Jerusalem: A report on the banality of evil. Viking Press.


Asch, S. E. (1951). Effects of group pressure upon the modification and distortion of judgments. In H. Guetzkow (Ed.), Groups, leadership, and men (pp. 177–190). Carnegie Press.


Bandura, A. (1999). Moral disengagement in the perpetration of inhumanities. Personality and Social Psychology Review, 3(3), 193–209. https://doi.org/10.1207/s15327957pspr0303_3


Bauman, Z. (1989). Modernity and the Holocaust. Cornell University Press.


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Zimbardo, P. G. (2007). The Lucifer effect: Understanding how good people turn evil. Random House.


 
 
 

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