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TRAIETTORIE #1: Oltre il reato: uno sguardo sull'autore

  • 23 gen
  • Tempo di lettura: 11 min

Aggiornamento: 23 feb


Martina Erba, Psicologa


Introduzione al tema del mese

Questo mese la nostra biblioteca si apre su un territorio complesso e spesso evitato: lo sguardo sull’autore di reato.


Parlare di sviluppo umano significa anche interrogarsi su traiettorie difficili, su storie che non si lasciano leggere solo attraverso la lente del giudizio o della colpa.


In questo numero attraversiamo il confine tra psicologia dello sviluppo, criminologia e pratica clinica, per chiederci cosa significa lavorare con chi ha commesso un reato, quali strumenti esistono e quale posizione etica e professionale siamo chiamati ad abitare come psicologi e psicologhe.


Troverai il racconto in prima persona di un’esperienza clinica in ambito penitenziario, riflessioni sul lavoro gruppale con autori di reati sessuali, spunti teorici e suggerimenti di lettura per continuare a esplorare un tema che tocca profondamente la tutela delle vittime, la responsabilità individuale e la prevenzione della recidiva.


Un invito, come sempre, a restare nella complessità e a coltivare uno sguardo che tenga insieme sviluppo, contesto e relazione.


Buona lettura! 

The Developmental Library


Buongiorno a tutt*! 

Mi chiamo Martina Erba, ho 27 anni e da un anno esercito ufficialmente come psicologa. 


Ho completato il mio ciclo di studi nel 2023, conseguendo l’abilitazione a gennaio 2025.  Attualmente, lavoro part-time come collaboratrice di ricerca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (dove mi sono formata) e, allo stesso tempo, porto avanti un’esperienza che per me ha un valore significativo: la co-conduzione di un gruppo trattamentale per autori di reati sessuali presso il Carcere di San Vittore, insieme alla cooperativa CIPM (Centro Italiano per la Promozione della Mediazione). 


Com’è iniziato questo percorso? 

Ve lo spiego successivamente! 


L’ESPERIENZA UNIVERSITARIA 

Una volta terminata la laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche, ho scelto come indirizzo della magistrale “Psicologia dello Sviluppo e dei Processi di Tutela”, un percorso che si focalizza in maniera specifica sul minore, approfondendone la crescita in tutte le sue fasi (dall’infanzia alla giovane età adulta) e i diversi contesti in cui vive e agisce, come la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari. 


All’interno di questa magistrale, un corso che fin da subito ha catturato la mia attenzione è stato “Normativa a Tutela della Persona”; il suo obiettivo era quello di fornire le competenze necessarie per orientarsi tra le principali norme di tutela dedicate alla persona e, in particolare, al minore. 


Le normative non riguardavano solo la persona in quanto potenziale vittima, ma anche come potenziale autore di comportamenti penalmente rilevanti. 


È stato proprio questo secondo aspetto a stimolare il mio interesse. Fino a quel momento, infatti, i corsi si erano sempre focalizzati sulla protezione del minore-vittima e della sua famiglia in caso di abuso e maltrattamento. La figura dell’autore del reato restava sempre sullo sfondo: chi è, come viene trattato, quali percorsi sono previsti per lui erano aspetti che venivano affrontati superficialmente o del tutto trascurati.  


Questo interrogativo mi ha avvicinata al mondo della criminologia, portandomi a concentrare l’attenzione sul trattamento degli autori di reato.  


Una prima occasione di contatto concreto con quest’area mi è stata offerta dall’Università, grazie al laboratorio “Interventi Trattamentali su Autori di Reato” tenuto dal professor Giulini e alle Esperienze Professionalizzanti guidate dal dottor Scotti. Le Esperienze Professionalizzanti costituiscono una peculiarità dell’Università Cattolica; si tratta di attività da svolgere in un contesto specifico, sotto la guida di un tutor, che permettono agli studenti di avvicinarsi a una realtà professionale e di toccare con mano temi che, altrimenti, rimarrebbero solo teorici.  


Grazie a questi percorsi ho conosciuto il CIPM - Centro Italiano per la Promozione della Mediazione -, una cooperativa attiva dal 1995 sul territorio milanese che si occupa di mediazione penale, supporto psicotraumatologico alle vittime di reato e interventi trattamentali su autori di reati sessuali e violenti (come maltrattamenti e stalking), sia in ambito intramurario (all’interno del carcere) che in ambito extramurario. Nel territorio milanese, questi trattamenti vengono svolti nelle carceri di Bollate, Opera e San Vittore. 


Entrambe le esperienze si sono rivelate preziose: mi hanno permesso non solo di approfondire le dinamiche e le caratteristiche di questa specifica utenza - attraverso l’utilizzo di materiali come report, anamnesi, colloqui individuali e verbali dei gruppi di trattamento - ma anche di assistere di persona a gruppi intramurari di autori di reati sessuali e maltrattamenti presso il Carcere di Bollate. 


Pertanto, una volta concluso il mio percorso di studi, ho deciso di svolgere il tirocinio abilitante di 750 ore presso la Cooperativa CIPM, per approfondire ulteriormente queste dinamiche psicologiche e criminologiche e capire, in modo più consapevole, se questa potesse diventare la mia futura area professionale. 


Il TIROCINIO

L’ENTE; CHE COS’È IL CIPM?

Il Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (CIPM) nasce a Milano nel 1995 come Associazione per la promozione delle pratiche della Giustizia Riparativa e della gestione pacifica dei conflitti. Nel luglio del 2018 si costituisce come cooperativa sociale e, ad oggi, è presente con undici sedi sul territorio nazionale: Lombardia, Piemonte, Liguria, Lombardia Orientale (Brescia), Triveneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Puglia, Calabria e Sardegna. 


Il CIPM si occupa di mediazione, supporto psicotraumatologico alle vittime di reato e, in particolare, di interventi trattamentali rivolti ad autori di reati relazionali, quali maltrattamenti, violenza domestica, violenza sessuale, stalking e omicidio, sia in ambito intramurario (all’interno del carcere) sia extramurario. 


Gli interventi proposti si ispirano al Good Lives Model, un modello canadese di matrice umanistica elaborato da Marshall e Ward, che pone al centro la responsabilità personale dell’autore della condotta criminosa, identificandolo come il miglior “esperto di sé stesso”, ovvero la persona che meglio conosce il proprio comportamento e le motivazioni che lo sostengono. L’obiettivo è coinvolgere l’autore in un percorso di rieducazione, riabilitazione e sostegno, che favorisca una maggiore comprensione di sé stesso e degli altri, permetta di riconoscere le cause della condotta criminosa, ricostruire la “catena del reato” e prevenire possibili future recidive.  


I trattamenti si svolgono all’interno di un setting di gruppo, composto da persone che hanno commesso lo stesso tipo di reato. Questo facilita l’apertura e la condivisione della propria storia di vita, della vicenda criminosa e di pensieri, esperienze ed emozioni, riducendo al minimo stereotipi, giudizi e stigmi. 


I gruppi sono generalmente condotti da due psicologi, che intervengono per aprire e chiudere gli incontri, nei momenti di difficoltà o per orientare il lavoro su temi rilevanti o situazioni complesse. Il gruppo diventa così lo strumento privilegiato del trattamento, favorendo l’apprendimento diretto, il confronto, la crescita e il sostegno reciproco tra i membri. 


All’interno del contesto carcerario, il trattamento è intensivo e fortemente strutturato, con incontri quotidiani (ad eccezione del sabato e della domenica) che alternano: 


Gruppi di parola, dove si approfondisce la conoscenza di sé stessi, della propria storia e della catena del reato. 

Gruppi a matrice espressiva, come arteterapia, yoga o attività fisica, che favoriscono il contatto con il proprio corpo e una maggiore consapevolezza delle modalità con cui vengono vissute ed espresse le emozioni. 


Il lavoro è sostenuto da un’équipe multidisciplinare, composta da criminologi, psicologi, educatori, psico-diagnosti e un’arteterapeuta, in modo da garantire una presa in carico integrata e strutturata, in dialogo con i diversi servizi coinvolti nel percorso dell’utente.  


In ambito intramurario, invece, i gruppi hanno cadenza settimanale e si concentrano principalmente sul reato commesso, sulle sue conseguenze nella vita quotidiana e sulle difficoltà legate al reinserimento sociale. 


Questi percorsi di rieducazione rappresentano una forma di tutela fondamentale non solo per l’utente, ma anche per le vittime dirette e indirette create e per la società nel suo insieme, nella quale l’autore del reato verrà reinserito una volta conclusa la pena detentiva o la misura alternativa (pena sospesa, domiciliari, affidamento terapeutico, ecc.). 


LA MIA ESPERIENZA DI TIROCINIO 

Il mio tirocinio prevedeva due principali mansioni: il servizio di call center e la verbalizzazione dei gruppi trattamentali, sia intramurari che extramurari. 


Il servizio di call center veniva svolto presso la sede centrale del CIPM di Milano e il Presidio Criminologico Territoriale, un servizio del Comune di Milano gestito, tramite bando, dalla cooperativa CIPM e orientato agli stessi ambiti di intervento. 


Durante questa attività, ho avuto modo di confrontarmi non solo con utenti e vittime in prima persona, ma anche con i diversi servizi coinvolti nella loro presa in carico, come avvocati, assistenti sociali, funzionari giuridico-pedagogici, funzionari UEPE, comunità terapeutiche, SERD e NOA. Questo mi ha permesso di approfondire le competenze giuridico-legali, ma soprattutto di imparare come accogliere una richiesta, come orientare una persona verso il servizio più adeguato e come gestire situazioni emotivamente complesse, talvolta caratterizzate da frustrazione o aggressività legate alla condizione giuridico-penale dell’utente. 


La seconda mansione riguardava la verbalizzazione dei gruppi di trattamento a cui ero stata assegnata; il mio compito era riportare in modo dettagliato e fedele gli interventi di conduttori e utenti, così da inserire i verbali nel database condiviso con tutti gli operatori e monitorare l’andamento del percorso trattamentale. 


Ho avuto l’opportunità di seguire un gruppo esterno di autori di maltrattamenti e atti persecutori (stalking) e tre gruppi intramurari presso il Carcere di Bollate; essi erano Stress, Trauma ed Empatia con la vittima, indirizzato ad autori di maltrattamenti, Educazione Sessuale e Assemblea, indirizzati invece ad autori di reati sessuali. 


Il gruppo “Stress, Trauma ed Empatia con la vittima” partiva dal concetto di stress, approfondendone il significato e i contesti di vita nel quale una persona può averlo sperimentato. Il lavoro si sviluppava da un focus inizialmente autocentrato verso uno progressivamente orientato alla vittima, esplorando il tipo di stress che quest’ultima poteva aver vissuto durante la perpetrazione del reato e i relativi vissuti emotivi. L’obiettivo era quello di stimolare e rafforzare le capacità empatiche e relazionali, che risultano carenti e deficitarie all’interno di questi soggetti, caratterizzati da una personalità incentrata sul dominio e sulla sopraffazione dell’altro.  


Il gruppo di Educazione Sessuale, a differenza degli altri, aveva una durata più breve (un mese, per un totale di quattro incontri) e una struttura simile a quella di un corso di educazione sessuale per adolescenti. La sua peculiarità consisteva nel lavorare su specifici aspetti della sessualità che, frequentemente, nella mente di questi autori di reato, risultano confusi o distorti. 


I principali sono:


Il rapporto con il proprio corpo e quello del partner, per stimolare ricordi rispetto a come si è vissuto il cambiamento del proprio corpo e a come ci si è presi cura del corpo del partner.  

Le differenze tra le varie fasi dello sviluppo della sessualità umana, per evidenziarle e fornire spiegazioni precise rispetto all’importanza che queste differenze svolgono nella propria vita quotidiana. 

La percezione dei confini del sé, finalizzata a individuare e riconoscere l'esistenza di un proprio mondo interno sostenuto da esperienze soggettive, in rapporto continuo e costante con il mondo che sta al di fuori. 

L'aspetto relazionale della sessualità umana, per sottolineare gli aspetti aggressivi che riguardano la relazione e i costanti adattamenti dell’equilibrio tra i partner. 


Il lavoro era orientato dunque a favorire una riflessione critica sulle proprie cognizioni ed esperienze personali (spesso caratterizzate da distorsioni), partendo da stimoli teorici proposti durante gli incontri. 


L’Assemblea, infine, rappresentava un momento settimanale di confronto tra il programma trattamentale e la vita all’interno del carcere. Era assimilabile a una sorta di assemblea condominiale, alla quale partecipavano, oltre al conduttore, anche il funzionario giuridico-pedagogico del piano, con l’obiettivo di poter affrontare eventuali problematiche e mantenere un dialogo costante tra l’équipe del CIPM e l’istituzione penitenziaria. 


Durante il tirocinio ho avuto inoltre la possibilità di assistere a colloqui iniziali di valutazione, finalizzati a un primo assessment della situazione giuridico-penale dell’utente, alla conoscenza della sua storia di vita e alla comprensione della posizione assunta rispetto al reato commesso (negazione o riconoscimento come estremi). 


È stato un tirocinio estremamente formativo, che mi ha permesso di consolidare le competenze criminologiche e psicologiche maturate durante il percorso universitario, conoscere diversi setting di trattamento (individuale e di gruppo), confrontarmi con professionisti differenti e imparare a lavorare in equipe. Quest’ultimo aspetto costituisce un elemento fondamentale nel contesto penale e, più in generale, nel lavoro psicologico, dove le differenze individuali e professionali diventano una risorsa preziosa per arricchire e migliorare l’intervento trattamentale. 


IL GRUPPO CINEMA – CASA CIRCONDARIALE “FRANCESCO DI CATALDO” (SAN VITTORE)

Da settembre 2025 co-conduco, insieme a una collega psicologa, il gruppo trattamentale “Cinema” per autori di reato sessuale presso la Casa Circondariale “Francesco di Cataldo”, più conosciuta come San Vittore.


Il gruppo Cinema, presente anche all’interno del trattamento svolto presso il Carcere di Bollate, costituisce un intervento peculiare, in cui si alternano la visione di film e veri e propri gruppi di parola.  


I film selezionati non affrontano direttamente il tema del reato, ma toccano una serie di tematiche che, in modo diretto o indiretto, possono essere collegate ad esso e che spesso rappresentano fattori di rischio nella storia di vita degli utenti; ad esempio, le emozioni, il contesto famigliare, l’isolamento o la mancanza di legami significativi dal punto di vista relazionale. 


Nella settimana successiva alla visione, si discute in gruppo del film, partendo da impressioni semplici e immediate (mi è piaciuto/non mi è piaciuto), per approfondire progressivamente ciò che ha suscitato quelle sensazioni o emozioni, arrivando spesso a collegamenti con episodi della propria storia di vita o della quotidianità. 


Uno degli aspetti più significativi di questo gruppo è che il film permette agli utenti di avvicinarsi gradualmente a tematiche molto attivanti e dolorose, che faticano a raccontare o non riconoscono ancora come nodi rilevanti della propria storia, aiutandoli a identificarle e a rappresentarle mentalmente come significative. 


Naturalmente, questo processo non è sempre lineare né solo positivo; talvolta, le tematiche affrontate risultano così attivanti da suscitare fastidio, irritazione o chiusura, soprattutto nei confronti del gruppo e dell’operatore.  


Si tratta dunque di un’esperienza tutt’altro che semplice. Ci sono momenti in cui esco dal gruppo molto affaticata o mi confronto con grandi difficoltà nel trovare il modo giusto per veicolare un messaggio, affinché venga accolto come uno spunto di riflessione e non come una critica o un rimando diretto al reato commesso. 


Allo stesso tempo, però, è un’esperienza che mi apre nuove e ampie prospettive; mi permette, ad esempio, di avere uno sguardo più approfondito sulle tematiche della violenza (ivi inclusa quella di genere), di entrare in contatto con emozioni e sofferenze con cui raramente ci si confronta, e di osservare come, a volte, piccoli spunti e dettagli possano aprire conversazioni e confronti profondi e personali. 


Inoltre, questa esperienza mi sta formando moltissimo come professionista, insegnandomi come costruire un setting adeguato e accogliente (a partire anche dallo spazio fisico in cui il gruppo si svolge, che viene sempre assegnato), come il silenzio non sia solo un elemento di disagio, ma talvolta uno strumento necessario per elaborare , riflettere e intervenire in modo più consapevole, e come accogliere, contenere e utilizzare le reazioni emotive che emergono nel gruppo, trasformandole in chiavi di lettura utili e significativi per la persona. 


ANGOLO DI PSICOLOGIA 

Se quanto hai letto ti ha incuriosito o ti ha fatto nascere nuove domande, qui trovi alcuni suggerimenti di lettura per esplorare più da vicino il tema del trattamento degli autori di reato e della violenza di genere; 

  • Buttare la chiave? La sfida del trattamento per gli autori di reati sessuali” di Paolo Giulini e Carla Maria Xella Raffaello Cortina Editore (collana Psicologia clinica e psicoterapia, 2011)

    • Un testo che entra nel vivo del trattamento degli autori di reato sessuale, approfondendone le modalità di intervento e le principali basi teoriche e scientifiche.  

  • Era una brava persona – sguardi sulla violenza maschile contro le donne” di Emanuele Corn, Leandro Malgesini e Ivan Pezzotta Il Margine (Trento), collana Pinova, 2024

    • Il libro affronta il tema della violenza di genere, mettendo in discussione stereotipi e narrazioni diffuse, offrendo una lettura che intreccia le dimensioni psicologica, sociale e giuridica.


Concludendo

Chiudiamo questo numero con una consapevolezza che forse non offre risposte semplici, ma apre domande necessarie: guardare allo sviluppo umano significa anche saper stare nella complessità.


Avvicinarsi alle storie degli autori di reato non vuol dire giustificare, ma provare a comprendere; non significa togliere spazio alle vittime, ma lavorare perché non ci siano nuove vittime.


Come psicologi, psicologhe, studenti e ricercatori, siamo spesso chiamati a tenere insieme responsabilità, cura, limiti e possibilità di cambiamento. È un lavoro che richiede strumenti, formazione, ma anche uno sguardo capace di ascolto e di dubbio.


Se questo numero ha suscitato domande, resistenze o nuove curiosità, allora ha già fatto il suo lavoro. La nostra biblioteca cresce proprio qui: negli spazi in cui il sapere incontra l’esperienza e si lascia trasformare.


Come professionisti o studenti di psicologia, che spazio diamo allo sguardo sull’autore di reato nella nostra formazione e nella nostra pratica? È un tema che senti distante, scomodo, necessario?



Vuoi condividere il tuo mondo della psicologia o condividere le tue risorse? Inviaci un'email: thedevelopmentallibrary@gmail.com — la nostra biblioteca cresce grazie a te.


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