MOBBING E CYBERBULLYING SUL POSTO DI LAVORO: DINAMICHE, CONSEGUENZE E PREVENZIONE
- 5 feb
- Tempo di lettura: 7 min

Articolo scritto in collaborazione con @DOTT.SSA_FEDERICAFLAMMENT
Il mobbing come fenomeno organizzativo
Il mobbing rappresenta una delle forme più pervasive e dannose di violenza psicologica nei contesti lavorativi contemporanei. Non si tratta di un singolo evento isolato, ma di una comunicazione ostile, sistematica e protratta nel tempo, che si sviluppa all’interno delle relazioni professionali (Leymann, 1996). Questo fenomeno colpisce generalmente un individuo che si trova in una posizione di minore potere formale o informale rispetto all’aggressore, rendendo difficile la possibilità di difendersi o di interrompere la dinamica. Il mobbing mina progressivamente il senso di sicurezza e di appartenenza della vittima all’organizzazione. Nel tempo, l’ambiente di lavoro diventa un contesto percepito come minaccioso e imprevedibile. Questa trasformazione ha effetti profondi non solo sull’individuo, ma anche sul funzionamento complessivo dell’organizzazione. Per questo motivo, il mobbing viene oggi considerato un problema strutturale e non esclusivamente individuale.
Dal punto di vista teorico, il mobbing si inserisce nel più ampio quadro dei comportamenti controproduttivi sul lavoro (Counterproductive Work Behaviors, CWBs). Questi comportamenti sono intenzionali e finalizzati a danneggiare individui o l’organizzazione stessa, attraverso atti di aggressione, sabotaggio o esclusione (Spector & Fox, 2005). Il mobbing rappresenta una forma specifica di CWB, caratterizzata da una forte componente relazionale e simbolica. L’aggressione non è sempre esplicita, ma spesso si manifesta attraverso micro-comportamenti ripetuti che, nel loro insieme, producono un impatto devastante. Il carattere subdolo di queste azioni rende il fenomeno difficile da riconoscere e da denunciare. Ciò contribuisce alla sua persistenza nel tempo. La letteratura evidenzia come la normalizzazione di tali comportamenti favorisca un clima organizzativo disfunzionale.
È importante sottolineare che il mobbing non nasce nel vuoto, ma si sviluppa all’interno di contesti organizzativi specifici. Fattori come carichi di lavoro eccessivi, ambiguità di ruolo e stili di leadership disfunzionali aumentano il rischio di comportamenti ostili (Einarsen et al., 2020). In organizzazioni caratterizzate da scarsa comunicazione e forte competitività, il mobbing può essere implicitamente tollerato o persino incentivato. Questo porta a una progressiva erosione delle norme etiche e relazionali. L’assenza di politiche chiare di prevenzione contribuisce ulteriormente al problema. In questo senso, il mobbing può essere letto come un indicatore di malessere organizzativo. Affrontarlo significa intervenire sul sistema nel suo complesso.
Attori coinvolti e tipologie di mobbing
Nel fenomeno del mobbing è possibile identificare diversi attori con ruoli distinti. Il mobber è colui che mette in atto comportamenti ostili, degradanti e persecutori nei confronti della vittima. Queste azioni possono includere minacce, accuse infondate e svalutazione sistematica del lavoro svolto (Giorgi & Majer, 2009). Il mobber non agisce necessariamente da solo, ma può essere sostenuto da un gruppo o da una cultura organizzativa permissiva. Spesso utilizza il potere formale o informale per mantenere il controllo della situazione. Il comportamento aggressivo viene giustificato come “gestione” o “richiesta di performance”. In realtà, si tratta di una dinamica distruttiva che compromette la dignità della persona. La responsabilità non è mai della vittima.
La persona mobbizzata subisce un progressivo processo di delegittimazione e isolamento. Viene derisa, umiliata e privata delle risorse necessarie per svolgere adeguatamente il proprio lavoro (Leymann, 1996). Questo porta a una perdita di fiducia in sé stessi e nelle proprie competenze professionali. Il senso di impotenza cresce con il protrarsi delle aggressioni. Spesso la vittima interiorizza la colpa, sviluppando sentimenti di vergogna e autosvalutazione. La mancanza di supporto sociale aggrava ulteriormente la situazione. Nel tempo, la persona può arrivare a considerare l’uscita dall’organizzazione come unica soluzione possibile. Questo esito rappresenta una grave perdita sia per l’individuo sia per l’azienda.
Dal punto di vista delle tipologie, il mobbing può assumere forme diverse. Il mobbing verticale si verifica quando l’aggressione proviene da una figura gerarchicamente superiore, configurandosi spesso come abuso di potere (Einarsen et al., 2020). Questa forma è particolarmente insidiosa, poiché la vittima ha meno possibilità di difendersi. Il mobbing orizzontale, invece, è attuato da colleghi di pari livello. In questo caso, entrano in gioco dinamiche di competizione, invidia o conformismo di gruppo. Entrambe le tipologie hanno effetti altrettanto dannosi. Comprendere le differenze è fondamentale per attuare interventi mirati. La prevenzione deve tenere conto di queste specificità.
Dalle dinamiche offline al cyberbullying lavorativo
Con la digitalizzazione del lavoro, il fenomeno del mobbing ha assunto nuove forme, dando origine al cyberbullying sul posto di lavoro. Questo tipo di aggressione si manifesta attraverso l’uso delle tecnologie digitali, come email, chat e piattaforme di lavoro collaborativo (Farley et al., 2016). Il cyberbullying è caratterizzato da comportamenti negativi ripetuti e persistenti nel tempo. La dimensione online amplifica l’impatto dell’aggressione, rendendola potenzialmente continua e pervasiva. La vittima può essere raggiunta anche al di fuori dell’orario lavorativo. Questo contribuisce a un senso di invasione costante. La distinzione tra vita lavorativa e privata diventa sempre più sfumata.
Un elemento centrale del cyberbullying lavorativo è l’esclusione sociale online. Essere ignorati nelle comunicazioni, esclusi da riunioni virtuali o ricevere informazioni importanti in ritardo sono esempi frequenti (Privitera & Campbell, 2009). Questi comportamenti, sebbene apparentemente innocui, producono effetti significativi sul benessere psicologico. L’esclusione mina il bisogno fondamentale di appartenenza. La mancanza di confronto diretto rende difficile attribuire un’intenzionalità chiara, aumentando la confusione della vittima. Nel tempo, l’isolamento percepito si trasforma in stress cronico. Questo tipo di aggressione è spesso sottovalutato dalle organizzazioni. Tuttavia, i suoi effetti sono paragonabili a quelli del mobbing tradizionale.
La pandemia da COVID-19 ha accelerato in modo significativo la diffusione del lavoro da remoto, aumentando il rischio di cyberbullying. Lo smart working, se non adeguatamente regolato, può favorire il deterioramento delle relazioni tra colleghi (Eurofound, 2020). L’alterazione dei ritmi di sonno e la sedentarietà contribuiscono a un aumento dello stress. Lo squilibrio tra vita lavorativa e personale diventa più marcato. In questo contesto, le tensioni si riflettono anche a livello familiare. Il cyberbullying si inserisce quindi in un quadro di vulnerabilità più ampio. Le organizzazioni devono riconoscere questi rischi emergenti. Intervenire tempestivamente è fondamentale per tutelare la salute dei lavoratori.
Effetti del mobbing sulla salute e sulla performance
Le conseguenze del mobbing e del cyberbullying sulla salute psicologica sono ampiamente documentate. Le vittime riportano elevati livelli di stress cronico, sintomi ansiosi e depressivi e, nei casi più gravi, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) (Nielsen & Einarsen, 2012). L’esposizione prolungata a comportamenti ostili compromette il funzionamento emotivo e cognitivo. La persona può sviluppare difficoltà di concentrazione e memoria. Anche il senso di identità professionale viene messo in discussione. Questi effetti non scompaiono automaticamente con la cessazione delle aggressioni. Spesso richiedono interventi clinici mirati. Il costo umano di queste dinamiche è estremamente elevato.
Oltre agli effetti psicologici, il mobbing ha ripercussioni significative sulla salute fisica. Disturbi del sonno, problemi gastrointestinali e sintomi cardiovascolari sono frequentemente riportati (Giorgi et al., 2016). Lo stress cronico attiva risposte fisiologiche disfunzionali. Nel tempo, il corpo diventa meno capace di adattarsi alle richieste ambientali. Questo aumenta la vulnerabilità a malattie psicosomatiche. La salute fisica e mentale sono strettamente interconnesse. Ignorare una dimensione significa aggravare l’altra. Le organizzazioni spesso sottovalutano questi segnali. Ciò contribuisce a un aumento dei costi sanitari e sociali.
Dal punto di vista organizzativo, il mobbing incide negativamente sulla performance. Si osserva un calo della produttività, un aumento dell’assenteismo e un elevato turnover del personale (Hoel et al., 2011). La perdita di risorse umane qualificate rappresenta un danno economico rilevante. Inoltre, il clima organizzativo peggiora, influenzando anche i lavoratori non direttamente coinvolti. La percezione di ingiustizia e insicurezza si diffonde rapidamente. Questo riduce l’engagement e la motivazione. Le organizzazioni che tollerano il mobbing compromettono la propria reputazione. Investire nella prevenzione è quindi una scelta strategica oltre che etica.
Prevenzione e responsabilità organizzativa
La prevenzione del mobbing e del cyberbullying richiede un approccio multilivello. La formazione del personale rappresenta uno strumento fondamentale per aumentare la consapevolezza e sviluppare competenze relazionali (Argentero & Cortese, 2016). Attraverso percorsi formativi mirati, i lavoratori possono imparare a riconoscere i segnali precoci di disagio. La conoscenza favorisce l’empowerment individuale. Inoltre, la formazione contribuisce a creare una cultura organizzativa basata sul rispetto. Non si tratta solo di trasmettere informazioni, ma di promuovere cambiamenti di atteggiamento. La prevenzione primaria è sempre più efficace rispetto agli interventi tardivi. Investire nella formazione è una scelta sostenibile nel lungo periodo.
La leadership organizzativa gioca un ruolo cruciale nella prevenzione di questi fenomeni. I leader influenzano il clima emotivo e relazionale del gruppo di lavoro (Kelloway & Barling, 2010). Stili di leadership etici e trasformazionali riducono il rischio di comportamenti ostili. Al contrario, leadership autoritarie o assenti possono favorire l’insorgere del mobbing. I leader devono essere formati per gestire i conflitti in modo costruttivo. Devono inoltre essere in grado di intervenire tempestivamente in situazioni di rischio. La responsabilità della prevenzione non può essere delegata esclusivamente alle risorse umane. È un compito condiviso a tutti i livelli dell’organizzazione.
Un ulteriore elemento chiave è lo sviluppo dell’intelligenza emotiva. La capacità di comprendere e regolare le emozioni proprie e altrui è associata a relazioni lavorative più sane (Goleman, 1995). Promuovere l’intelligenza emotiva significa favorire empatia, comunicazione efficace e gestione dello stress. Questo contribuisce a ridurre l’aggressività e l’esclusione sociale. Inoltre, la promozione della sicurezza psicologica permette ai lavoratori di esprimere il disagio senza paura di ritorsioni. Un ambiente di lavoro sicuro è un ambiente produttivo. La prevenzione del mobbing è quindi un investimento nel benessere collettivo. Il cambiamento inizia dalla consapevolezza organizzativa.
Conclusioni
Il mobbing e il cyberbullying rappresentano forme di violenza psicologica che lasciano segni profondi, spesso invisibili. Riconoscerli è il primo passo per contrastarli in modo efficace. Non si tratta di problemi individuali, ma di fenomeni sistemici che richiedono risposte strutturate. La responsabilità è condivisa tra individui, organizzazioni e istituzioni. Promuovere ambienti di lavoro sani significa tutelare la dignità e la salute delle persone. La prevenzione è possibile e necessaria. Investire nel benessere organizzativo è una scelta etica e strategica. Parlare di mobbing significa dare voce a chi spesso rimane in silenzio.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Argentero, P., & Cortese, C. (2016). Psicologia del lavoro. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Einarsen, S., Hoel, H., Zapf, D., & Cooper, C. L. (2020). Bullying and harassment in the workplace: Theory, research and practice (3rd ed.). CRC Press.
Eurofound. (2020). Living, working and COVID-19. Publications Office of the European Union.
Farley, S., Coyne, I., D’Cruz, P., & Sprigg, C. (2016). Cyberbullying at work: Understanding the influence of technology. Human Resource Management Journal, 26(1), 1–15.
Giorgi, G., & Majer, V. (2009). Mobbing: Virus organizzativo. Firenze: Giunti O.S.
Giorgi, G., et al. (2016). Workplace bullying and employee health. Frontiers in Psychology, 7, 152.
Goleman, D. (1995). Emotional intelligence. New York: Bantam Books.
Hoel, H., Cooper, C. L., & Faragher, B. (2011). The experience of bullying in Great Britain. Journal of Community & Applied Social Psychology, 11(6), 423–436.
Leymann, H. (1996). The content and development of mobbing at work. European Journal of Work and Organizational Psychology, 5(2), 165–184.
Nielsen, M. B., & Einarsen, S. (2012). Outcomes of exposure to workplace bullying. Work & Stress, 26(4), 309–332.
Privitera, C., & Campbell, M. A. (2009). Cyberbullying: The new face of workplace bullying? CyberPsychology & Behavior, 12(4), 395–400.
Spector, P. E., & Fox, S. (2005). The stressor–emotion model of counterproductive work behavior. Human Resource Management Review, 15(3), 167–184.



Commenti