top of page

La costanza oggettuale: come il bambino impara che l'amore non scompare con l'assenza

24 set
Tempo di lettura: 5 min

Articolo scritto in collaborazione con @maricagobbatelli_psicologa

Per un adulto, sapere che una persona cara esiste anche quando non è nella stessa stanza è un'ovvietà. Per un bambino piccolo, questa certezza non è affatto scontata: va costruita, giorno dopo giorno, attraverso migliaia di micro-esperienze di presenza, assenza e ritorno. Questo processo psichico ha un nome preciso in psicologia dello sviluppo: costanza oggettuale.


Due concetti che spesso si confondono

Prima di entrare nel merito, è utile distinguere due nozioni che nel linguaggio comune vengono spesso sovrapposte: la permanenza dell'oggetto e la costanza oggettuale.


La permanenza dell'oggetto è un concetto cognitivo, introdotto da Jean Piaget (1937) nei suoi studi sullo sviluppo senso-motorio. Indica la capacità del bambino di rappresentarsi mentalmente un oggetto anche quando questo esce dal campo visivo — capacità che si consolida generalmente tra i 18 e i 24 mesi. È il motivo per cui un bambino di due anni, a differenza di uno di sei mesi, cerca il giocattolo caduto sotto il divano: sa che continua a esistere anche se non lo vede.


La costanza oggettuale è invece un concetto affettivo-relazionale, teorizzato in particolare da Margaret Mahler nell'ambito della sua teoria della separazione-individuazione (Mahler, Pine, & Bergman, 1975). Non riguarda la capacità di sapere che un oggetto fisico esiste, ma quella di mantenere un'immagine mentale stabile e rassicurante della figura di attaccamento, indipendentemente dal fatto che in quel momento sia fonte di soddisfazione o di frustrazione. È un traguardo molto più tardivo e molto più fragile, che secondo Mahler si consolida solo verso i tre anni, e che in realtà continua a rafforzarsi ben oltre l'infanzia.


In altre parole: sapere che la mamma esiste anche quando non la vedo è permanenza dell'oggetto. Sentire che posso continuare ad amarla, fidarmi di lei e sentirmi al sicuro anche quando è lontana, o anche quando mi ha appena detto di no, è costanza oggettuale.


Winnicott e la funzione dell'ambiente affidabile

Donald Winnicott ha affrontato questo tema da una prospettiva diversa ma complementare, centrata non tanto sulla struttura cognitiva del bambino quanto sulla qualità dell'ambiente che lo circonda. Per Winnicott, la fiducia che l'altro continui a esistere e a "tornare" si costruisce attraverso l'esperienza ripetuta di una funzione di holding, cioè di un sostegno ambientale sufficientemente buono e prevedibile, che permette al bambino di attraversare le separazioni senza esserne sopraffatto (Winnicott, 1971).


In questo quadro assume un ruolo centrale il concetto di oggetto transizionale — il peluche, la copertina, il lembo di tessuto che il bambino porta sempre con sé. Winnicott (1971) descrive questi oggetti come un "ponte" psichico tra la dipendenza totale dal genitore e la capacità di stare da soli: non sostituiscono la figura di attaccamento, ma aiutano il bambino a portarne dentro di sé una rappresentazione stabile nei momenti di assenza.


È importante sottolineare che, per Winnicott, ciò che rende possibile questo processo non è la perfezione del genitore, ma la sua sufficiente affidabilità: un adulto "abbastanza buono", capace di tornare con regolarità dopo le separazioni, più che un adulto costantemente presente e privo di fallimenti.


Il contributo dell'attaccamento

La teoria dell'attaccamento di John Bowlby offre una chiave di lettura complementare. Bowlby (1969) ha mostrato come i bambini sviluppino, sulla base delle esperienze ripetute con le figure di accudimento, dei veri e propri modelli operativi interni: rappresentazioni mentali di sé, dell'altro e della relazione, che orientano le aspettative del bambino rispetto alla disponibilità e alla responsività dell'adulto.


Gli studi di Mary Ainsworth attraverso la procedura della Strange Situation hanno mostrato empiricamente come bambini esposti a cure sensibili e prevedibili sviluppino un attaccamento sicuro, caratterizzato proprio dalla capacità di tollerare la separazione dal genitore confidando nel suo ritorno, mentre pattern di cura incoerenti o imprevedibili si associano più frequentemente a forme di attaccamento insicuro o ambivalente (Ainsworth, Blehar, Waters, & Wall, 1978). Questi modelli operativi interni, una volta consolidati, tendono a mantenersi relativamente stabili e a influenzare anche le relazioni adulte.


Quando la costanza oggettuale non si struttura pienamente

Quando le esperienze precoci di presenza e ritorno sono state discontinue, imprevedibili o eccessivamente cariche di angoscia, il processo di costruzione della costanza oggettuale può risultarne compromesso. Fonagy e Target (2003), lavorando nell'ambito della teoria della mentalizzazione, hanno evidenziato come un ambiente di accudimento poco sintonizzato possa ostacolare anche lo sviluppo della capacità di regolare gli affetti e di rappresentarsi gli stati mentali propri e altrui — capacità strettamente intrecciate con la possibilità di mantenere un'immagine interna stabile dell'altro anche nei momenti di distanza o di conflitto.


Nella vita adulta, una costanza oggettuale non pienamente consolidata può manifestarsi in modo diverso da persona a persona, ma spesso ricorrono alcuni pattern: difficoltà a tollerare la distanza fisica o emotiva nelle relazioni significative; bisogno di conferme frequenti sull'esistenza del legame; vissuti di abbandono sproporzionati rispetto a segnali oggettivamente minori; fatica a "tenere dentro" la persona amata durante un conflitto, come se il legame si azzerasse a ogni frizione, per poi tornare intatto una volta risolto il disaccordo.


Va precisato che questi pattern non costituiscono di per sé una diagnosi, ma tendenze relazionali che meritano attenzione clinica quando compromettono in modo significativo il funzionamento della persona.


Implicazioni per la pratica quotidiana

Dal punto di vista clinico ed educativo, questi contributi teorici suggeriscono alcune indicazioni operative per genitori, educatori e professionisti che lavorano con bambini piccoli:

  • Nominare l'assenza prima che accada. Anticipare verbalmente una separazione ("adesso esco, torno dopo la nanna") aiuta il bambino a costruire un senso del tempo e dell'attesa, invece di essere colto di sorpresa.

  • Costruire rituali stabili di saluto e ricongiungimento. La ripetitività di un gesto, una frase, un piccolo rito, funziona da àncora simbolica che rende prevedibile ciò che altrimenti sarebbe vissuto come discontinuità improvvisa.

  • Validare l'emozione senza amplificarla né minimizzarla. Riconoscere la fatica del bambino di fronte alla separazione, senza né drammatizzarla né liquidarla, sostiene la capacità di elaborarla.

  • Puntare sulla prevedibilità del ritorno, più che sull'assenza dell'allontanamento. Non è l'assenza in sé il fattore critico, quanto la sua imprevedibilità: un genitore che si allontana ma torna con regolarità costruisce fiducia più di un genitore sempre presente ma imprevedibile nelle risposte.

  • Sostenere l'uso di oggetti transizionali, quando il bambino li richiede spontaneamente, come ponte simbolico nei momenti di attesa (Winnicott, 1971).

Una conquista che non riguarda solo l'infanzia

Sebbene la costanza oggettuale abbia le sue radici nei primissimi anni di vita, si tratta di una capacità che continua a essere sollecitata e rafforzata lungo tutto l'arco dello sviluppo, comprese le relazioni adulte. Ogni legame significativo — di coppia, amicale, terapeutico — richiede in qualche misura la capacità di mantenere viva, dentro di sé, un'immagine stabile dell'altro anche nei momenti di distanza fisica o di conflitto emotivo. In questo senso, comprendere le origini precoci di questo processo non serve solo a leggere l'infanzia, ma offre anche una chiave per comprendere molte dinamiche relazionali dell'età adulta.


Riferimenti bibliografici

Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of attachment: A psychological study of the strange situation. Lawrence Erlbaum Associates.


Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.


Fonagy, P., & Target, M. (2003). Psychopathology and the development of self: Developmental research from attachment theory to research in psychoanalysis. Whurr Publishers.


Mahler, M. S., Pine, F., & Bergman, A. (1975). The psychological birth of the human infant: Symbiosis and individuation. Basic Books.


Piaget, J. (1937). La construction du réel chez l'enfant. Delachaux et Niestlé.


Winnicott, D. W. (1971). Playing and reality. Tavistock Publications.


 
 
 

Commenti


© 2035 by Charley Knox. Powered and secured by Wix

bottom of page