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Come nasce l'autostima: un confronto tra le principali teorie psicologiche

7 ott
Tempo di lettura: 5 min

Articolo scritto in collaborazione con @taniacatasso_psicologa

Introduzione

Parliamo di autostima continuamente, spesso come se fosse una qualità che si ha o non si ha. La ricerca psicologica la descrive invece come un costrutto complesso, che si forma nelle relazioni, si modifica nel corso della vita e può essere letto da prospettive molto diverse. In questo articolo ripercorro le principali teorie e le evidenze empiriche più recenti.


Che cos'è l'autostima

In psicologia l'autostima è la valutazione soggettiva che una persona dà del proprio valore. Rosenberg (1965) la definì un atteggiamento globale, positivo o negativo, verso il Sé, e costruì una scala di misura che è ancora tra gli strumenti più utilizzati in ricerca. Le teorie che seguono non la definiscono sempre allo stesso modo, ma ciascuna mette in luce un aspetto diverso: i risultati, i bisogni, le relazioni, le esperienze di competenza.


La discrepanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere

Per James (1890) l'autostima dipende dal rapporto tra i successi ottenuti e le pretese, cioè le aspettative che abbiamo su noi stessi. Possiamo quindi sentirci bene aumentando i risultati o ridimensionando le pretese. Questa intuizione è stata ripresa da Higgins (1987), secondo cui la distanza tra il Sé reale e i Sé ideale e "dovuto" è associata a emozioni negative: delusione e tristezza quando si è lontani dall'ideale, ansia e senso di colpa quando si è lontani dal dovere.


L'autostima come bisogno

Maslow (1943) colloca la stima tra i bisogni fondamentali dell'essere umano, e ne distingue due forme: quella che proviene dagli altri (riconoscimento, prestigio) e quella verso di sé (fiducia, competenza, indipendenza). La sua gerarchia è stata molto discussa e criticata per la rigidità dell'ordine dei bisogni, ma resta influente per aver riconosciuto il valore personale come una motivazione centrale.


Accettazione e congruenza

Nella prospettiva umanistica di Rogers (1959), il valore di sé si sviluppa quando una persona riceve accettazione positiva incondizionata. Se invece l'affetto è subordinato al rispetto di certe condizioni, il bambino tende a interiorizzare "condizioni di valore" e a scollare la propria immagine di sé dalla sua esperienza reale. L'autostima sana è quindi legata alla congruenza, cioè alla coerenza tra ciò che si è e ciò che si percepisce di essere.


Autoefficacia: credere di potercela fare

Bandura (1977, 1997) ha introdotto il concetto di autoefficacia, la convinzione di poter affrontare con successo compiti specifici. Il concetto è distinto dall'autostima: la prima riguarda ciò che pensiamo di saper fare, la seconda il valore che ci attribuiamo come persone. Le due dimensioni sono però collegate. Secondo Bandura, la fonte più potente di autoefficacia sono le esperienze dirette di padronanza, comprese quelle in cui si impara dagli insuccessi.


Le radici nell'educazione

Coopersmith (1967) studiò i fattori familiari associati all'autostima nei bambini. I genitori dei bambini con autostima elevata tendevano a essere affettuosi, a stabilire regole chiare e coerenti e a rispettare l'individualità dei figli. Identificò inoltre quattro fonti di autostima: significatività (sentirsi amati), competenza, virtù (aderenza a valori etici) e potere (capacità di influenzare gli altri).


I sei pilastri

Branden (1994) definisce l'autostima come la fiducia nella propria capacità di affrontare le sfide della vita e nel proprio diritto a essere felici. La descrive come il risultato di sei pratiche: vivere consapevolmente, accettare se stessi, assumersi la responsabilità, affermarsi, vivere con uno scopo e agire con integrità. Si tratta di un modello meno sperimentale e più orientato alla pratica, spesso utilizzato in ambito divulgativo e di sviluppo personale.


Il sociometro

La teoria del sociometro propone una prospettiva evolutiva: l'autostima funzionerebbe come un indicatore interno del grado in cui siamo accettati o rifiutati dagli altri (Leary et al., 1995). Poiché l'appartenenza al gruppo è stata cruciale per la sopravvivenza della specie, un calo di autostima segnalerebbe il rischio di esclusione e motiverebbe a riparare i legami (Leary & Baumeister, 2000). In questa ottica l'autostima è meno un obiettivo da perseguire e più un segnale da interpretare.


Cosa dice la ricerca: sviluppo ed effetti

Gli studi longitudinali mostrano che l'autostima cambia nel corso della vita. In una revisione, Orth e Robins (2014) riportano che l'autostima è relativamente alta nell'infanzia, diminuisce nell'adolescenza, aumenta gradualmente lungo l'età adulta fino a un picco intorno ai 50-60 anni e tende a calare nella vecchiaia.


Sul piano degli effetti, il quadro è articolato. Baumeister et al. (2003) hanno concluso che un'alta autostima non provoca di per sé migliori prestazioni scolastiche o lavorative, né comportamenti più salutari, mentre è associata a maggiore felicità e iniziativa. Studi successivi, basati su campioni ampi e disegni longitudinali, hanno invece indicato che l'autostima predice in modo moderato ma significativo esiti rilevanti, come relazioni, successo lavorativo e salute (Orth et al., 2012; Orth & Robins, 2022). Il dibattito riguarda dunque soprattutto l'ampiezza e la direzione causale di questi effetti.


Autostima contingente e autocompassione

Un'autostima basata su successi, approvazione o aspetto fisico può risultare fragile. Crocker e Wolfe (2001) parlano di "contingenze del valore di sé": quando il proprio valore dipende da specifici ambiti, ogni fallimento in quegli ambiti diventa una minaccia. Neff (2003) ha proposto l'autocompassione come alternativa a un atteggiamento sano verso di sé, perché non richiede di sentirsi migliori degli altri ed è meno legata ai risultati. Si compone di gentilezza verso se stessi, consapevolezza della comune umanità e mindfulness.


Conclusioni

Le teorie non si escludono a vicenda, ma si integrano. L'autostima è influenzata da come ci valutiamo rispetto ai nostri ideali (James, Higgins), da come siamo stati amati e accolti (Rogers, Coopersmith), dalle esperienze di competenza (Bandura) e dalla qualità delle relazioni attuali (Leary). Per questo non esiste una scorciatoia: lavorare sull'autostima significa agire su più livelli, dalle aspettative che abbiamo su noi stessi al modo in cui ci relazioniamo con gli altri.

Riferimenti bibliografici

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Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. W. H. Freeman.


Baumeister, R. F., Campbell, J. D., Krueger, J. I., & Vohs, K. D. (2003). Does high self-esteem cause better performance, interpersonal success, happiness, or healthier lifestyles? Psychological Science in the Public Interest, 4(1), 1–44. https://doi.org/10.1111/1529-1006.01431


Branden, N. (1994). The six pillars of self-esteem. Bantam Books.


Coopersmith, S. (1967). The antecedents of self-esteem. W. H. Freeman.


Crocker, J., & Wolfe, C. T. (2001). Contingencies of self-worth. Psychological Review, 108(3), 593–623. https://doi.org/10.1037/0033-295X.108.3.593


Higgins, E. T. (1987). Self-discrepancy: A theory relating self and affect. Psychological Review, 94(3), 319–340. https://doi.org/10.1037/0033-295X.94.3.319


James, W. (1890). The principles of psychology (Vol. 1). Henry Holt and Company.


Leary, M. R., & Baumeister, R. F. (2000). The nature and function of self-esteem: Sociometer theory. Advances in Experimental Social Psychology, 32, 1–62. https://doi.org/10.1016/S0065-2601(00)80003-9


Leary, M. R., Tambor, E. S., Terdal, S. K., & Downs, D. L. (1995). Self-esteem as an interpersonal monitor: The sociometer hypothesis. Journal of Personality and Social Psychology, 68(3), 518–530. https://doi.org/10.1037/0022-3514.68.3.518


Maslow, A. H. (1943). A theory of human motivation. Psychological Review, 50(4), 370–396. https://doi.org/10.1037/h0054346


Neff, K. D. (2003). Self-compassion: An alternative conceptualization of a healthy attitude toward oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101. https://doi.org/10.1080/15298860309032


Orth, U., & Robins, R. W. (2014). The development of self-esteem. Current Directions in Psychological Science, 23(5), 381–387. https://doi.org/10.1177/0963721414547414


Orth, U., & Robins, R. W. (2022). Is high self-esteem beneficial? Revisiting a classic question. American Psychologist, 77(1), 5–17. https://doi.org/10.1037/amp0000922


Orth, U., Robins, R. W., & Widaman, K. F. (2012). Life-span development of self-esteem and its effects on important life outcomes. Journal of Personality and Social Psychology, 102(6), 1271–1288. https://doi.org/10.1037/a0025558


Rogers, C. R. (1959). A theory of therapy, personality, and interpersonal relationships as developed in the client-centered framework. In S. Koch (Ed.), Psychology: A study of a science (Vol. 3, pp. 184–256). McGraw-Hill.


Rosenberg, M. (1965). Society and the adolescent self-image. Princeton University Press.

 
 
 

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