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Il Disturbo Narcisistico di Personalità e la Struttura Psicotica: una lettura psicoanalitica

28 set
Tempo di lettura: 8 min

Articolo scritto in collaborazione con @taniacatasso_psicologa


Introduzione

Il disturbo narcisistico di personalità (DNP) occupa, nella storia della psicoanalisi, una posizione ambigua e per certi versi paradossale: da un lato viene descritto come un disturbo di personalità relativamente "alto funzionante", caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia (American Psychiatric Association, 2013); dall'altro, la clinica psicoanalitica più attenta alla struttura intrapsichica ha da sempre osservato come, nei casi più gravi, la facciata grandiosa nasconda un'organizzazione di personalità estremamente fragile, collocabile su un continuum che dal livello nevrotico attraversa quello borderline fino a lambire, in condizioni di scompenso, l'area psicotica (Kernberg, 1975, 1984). Questo articolo si propone di ricostruire, attraverso i principali contributi teorici della tradizione psicoanalitica, la logica di questa "prossimità strutturale" tra narcisismo patologico e psicosi, e di discuterne le implicazioni diagnostiche e cliniche.


Le origini freudiane del concetto

Il punto di partenza per qualsiasi discussione sul narcisismo patologico resta il saggio Introduzione al narcisismo di Freud (1914/1957), nel quale l'autore distingue per la prima volta un narcisismo primario, fase fisiologica dello sviluppo in cui la libido è investita sull'Io prima ancora che sugli oggetti esterni, da un narcisismo secondario, che si costituisce quando la libido, ritirata dagli oggetti a seguito di una frustrazione o di una perdita, rifluisce nuovamente sull'Io. È proprio in questo meccanismo di ritiro libidico che Freud individua il nucleo comune tra narcisismo patologico e psicosi: nella psicosi classica, secondo la formulazione freudiana, l'investimento energetico si ritira totalmente dagli oggetti esterni per concentrarsi sull'Io, producendo i fenomeni di grandiosità, onnipotenza e distacco dalla realtà tipici degli stati deliranti (Freud, 1914/1957). Il narcisismo patologico, in questa prospettiva, condivide con la psicosi lo stesso meccanismo di fondo, pur non raggiungendo la stessa intensità né lo stesso esito clinico.


Il modello di Kernberg: il sé grandioso patologico

Il contributo più sistematico alla comprensione strutturale del narcisismo grave è offerto da Otto Kernberg, che colloca il disturbo narcisistico di personalità all'interno di un più ampio spettro di organizzazioni borderline della personalità (Kernberg, 1975). Secondo Kernberg (1975), il tratto distintivo del narcisista patologico è la presenza di un "sé grandioso patologico", una struttura difensiva risultante dalla fusione tra tre componenti: il Sé reale idealizzato, il Sé ideale e l'oggetto ideale. Questa fusione consente al soggetto di negare simultaneamente la propria dipendenza dall'oggetto, l'invidia verso ciò che l'oggetto possiede e l'aggressività primitiva che ne deriva.


Kernberg (1975) sottolinea come, a differenza dei pazienti borderline "classici", i narcisisti patologici mostrano un funzionamento sociale apparentemente più integrato, sorretto da un Io osservante meno frammentato nella vita quotidiana. Tuttavia, i meccanismi di difesa predominanti — scissione (splitting), identificazione proiettiva, diniego onnipotente, svalutazione — restano gli stessi meccanismi primitivi che caratterizzano l'organizzazione borderline della personalità (Kernberg, 1975). In un lavoro successivo, Kernberg (1984) approfondisce ulteriormente questo punto, distinguendo il narcisismo "normale" e quello "nevrotico" dal narcisismo maligno e dal narcisismo con caratteristiche borderline-psicotiche, in cui l'esame di realtà, pur formalmente conservato, può incrinarsi in condizioni di forte stress relazionale, dando luogo a episodi micro psicotici transitori.


Il punto cruciale, per Kernberg (1975), è che quando la struttura grandiosa cede — a seguito, per esempio, di un fallimento narcisistico significativo, di un abbandono o di un'umiliazione pubblica — il soggetto non regredisce verso un conflitto nevrotico elaborabile, ma rischia un collasso verso l'angoscia di frammentazione, ossia l'esperienza catastrofica di perdita dei confini dell'Io, tipica tanto dei quadri borderline gravi quanto degli stati psicotici.


Il contributo di Kohut: la vulnerabilità del Sé

Una prospettiva per certi versi complementare, ma teoricamente distinta, viene offerta da Heinz Kohut, fondatore della psicologia del Sé. Per Kohut (1971), il narcisismo patologico non va compreso primariamente in termini di conflitto pulsionale, come in Kernberg, bensì come esito di un deficit dello sviluppo strutturale del Sé. Secondo l'autore, il bambino ha bisogno, nelle fasi precoci dello sviluppo, di due tipi di risposte da parte delle figure di accudimento (i cosiddetti "oggetti-Sé"): una funzione di mirroring, che conferma il suo valore e la sua grandiosità infantile, e una funzione di idealizzazione, che gli permette di fondersi con l'immagine di un genitore calmo e potente.


Quando queste funzioni falliscono in modo cronico, il Sé del bambino non riesce a trasformare il narcisismo arcaico in strutture psichiche mature e stabili (ambizioni realistiche, ideali interiorizzati), e resta invece fissato a forme primitive di grandiosità e bisogno di conferma (Kohut, 1971). In un lavoro successivo, Kohut (1977) introduce il concetto di "disturbi del Sé" per descrivere condizioni in cui il Sé non ha mai raggiunto una coesione sufficiente: in questi casi, il rischio non è tanto il conflitto interiore quanto la frammentazione stessa del Sé, un'esperienza che il paziente vive come una minaccia alla propria continuità esistenziale, fenomenologicamente assai vicina al terrore di dissoluzione riportato da pazienti psicotici.


Rosenfeld e il narcisismo distruttivo

Un ulteriore tassello, di matrice kleiniana, è offerto da Herbert Rosenfeld, che nel suo lavoro sul narcisismo distruttivo descrive una organizzazione psichica interna dominata da parti onnipotenti e distruttive del Sé, le quali attaccano sistematicamente ogni parte dipendente, vulnerabile o legata alla realtà (Rosenfeld, 1971). Rosenfeld (1971) osserva come questa organizzazione narcisistica funzioni come una sorta di "gang" interna che tiene in ostaggio le parti più sane della personalità, impedendo al soggetto di riconoscere la propria dipendenza dall'oggetto buono e mantenendo così un controllo onnipotente sulla realtà psichica. Questo modello è particolarmente utile per comprendere i casi di narcisismo maligno, in cui la componente aggressiva e la resistenza al cambiamento terapeutico sono particolarmente marcate.


Winnicott: il falso Sé come barriera protettiva

Donald Winnicott, pur non avendo elaborato una teoria specifica del disturbo narcisistico, ha offerto un contributo fondamentale con il concetto di falso Sé (Winnicott, 1960). Per Winnicott (1960), il falso Sé si costituisce come risposta difensiva a un ambiente di accudimento non sufficientemente sensibile ai bisogni spontanei del bambino (una holding insufficiente): il bambino impara a conformarsi alle richieste dell'ambiente, sviluppando una facciata compiacente e adattiva che protegge, ma al contempo maschera e isola, un Sé vero rimasto immaturo, segreto e non integrato.


Nei quadri narcisistici più gravi, questa organizzazione difensiva diventa estremamente rigida, al punto da impedire qualsiasi contatto autentico con la propria vita emotiva interiore. Quando la barriera del falso Sé si incrina — per esempio in un momento di crisi terapeutica avanzata, o a seguito di un fallimento relazionale grave — l'esito, secondo Winnicott (1960), non è la nevrosi, ma un'esperienza di vuoto, di irrealtà e di disintegrazione che si avvicina fenomenologicamente allo stato psicotico, poiché non esiste, dietro la facciata, un nucleo identitario sufficientemente solido su cui appoggiarsi.


La funzione di supplenza: una lettura lacaniana

La clinica psicoanalitica di orientamento lacaniano offre una chiave di lettura strutturalmente diversa, ma convergente nelle conclusioni cliniche. In questa prospettiva, il narcisismo estremo viene letto come una forma di "supplenza": una soluzione di ripiego identitaria che, pur non risolvendo la forclusione strutturale sottostante (nel senso lacaniano del termine), impedisce lo scatenamento di una psicosi clinica conclamata. La costruzione grandiosa dell'Io opera, in questo senso, come una vera e propria diga protettiva: permette al soggetto di mantenere un aggancio, per quanto precario e artificioso, con il legame sociale e con un ordine simbolico condiviso, evitando così il collasso verso il delirio manifesto.


Green: narcisismo di vita e narcisismo di morte

André Green (1983/2001) ha ulteriormente ampliato la comprensione del fenomeno, distinguendo tra un narcisismo "di vita", orientato all'unificazione, alla coesione del Sé e all'investimento oggettuale, e un narcisismo "di morte", orientato invece al disinvestimento progressivo, al ritiro e, nei casi estremi, a una vera e propria aspirazione alla dissoluzione psichica e alla "morte psichica" del soggetto. Questa distinzione è particolarmente utile in clinica, perché permette di differenziare pazienti narcisisti la cui grandiosità resta al servizio di un investimento vitale, seppur difensivo, da pazienti in cui la stessa grandiosità cela una tendenza più profonda alla disorganizzazione e al disinvestimento, prognosticamente più preoccupante.


Steiner e i rifugi psichici

Un contributo più recente, ma coerente con questa linea teorica, è quello di John Steiner (1993), che ha introdotto il concetto di "rifugi psichici" (psychic retreats): organizzazioni psichiche, spesso a struttura narcisistica, in cui il paziente si ritira per proteggersi sia dall'angoscia persecutoria propria della posizione schizo-paranoide, sia dal dolore depressivo legato al riconoscimento della propria dipendenza e ambivalenza verso l'oggetto. Questi rifugi, per Steiner (1993), offrono un rifugio temporaneo dalla sofferenza psichica, ma al prezzo di un isolamento crescente dalla realtà relazionale, che nei casi più gravi può assumere caratteristiche vicine a un ritiro quasi delirante dal mondo condiviso.


Il continuum strutturale nevrotico-borderline-psicotico

Un contributo di sintesi particolarmente utile in ambito clinico è quello di Nancy McWilliams (1994), che invita a valutare, in ogni paziente narcisista, non solo la fenomenologia descrittiva del disturbo, ma il livello di organizzazione strutturale della personalità sottostante — nevrotico, borderline o psicotico — secondo il modello kernberghiano. McWilliams (1994) osserva come i narcisisti a organizzazione nevrotica mantengano un esame di realtà solido e una capacità di introspezione relativamente conservata, mentre i narcisisti a organizzazione borderline o border-psicotica presentino un esame di realtà più fragile, particolarmente vulnerabile sotto stress, con episodi transitori di distorsione quasi delirante della realtà relazionale (per esempio, idee di riferimento persecutorie in risposta a critiche percepite come annientati).


Diagnosi differenziale: narcisismo grave e psicosi

Sul piano diagnostico, è importante sottolineare che il disturbo narcisistico di personalità, anche nelle sue forme più gravi, resta distinto dai disturbi psicotici conclamati. Ronningstam (2005), nella sua rassegna sistematica del narcisismo patologico, evidenzia come la differenza cruciale risieda nella persistenza, seppur fragile, dell'esame di realtà: il narcisista grave sa, almeno in linea di principio, distinguere la propria fantasia grandiosa dalla realtà condivisa, anche se il giudizio su di essa resta cronicamente distorto dal bisogno di onnipotenza. Nella psicosi conclamata, invece, questa capacità di discriminazione viene meno in modo stabile e pervasivo, e il soggetto non riconosce più la natura patologica dei propri vissuti deliranti o allucinatori.


Ciò che accomuna strutturalmente le due condizioni, secondo la lettura psicoanalitica qui ricostruita, non è dunque l'esito clinico, ma il meccanismo difensivo di fondo: in entrambi i casi si tratta di una risposta a una minaccia di frammentazione psichica, gestita nel narcisismo attraverso una grandiosità compensatoria relativamente stabile, e nella psicosi attraverso un ritiro libidico totale dagli oggetti esterni (Freud, 1914/1957; Kernberg, 1975).


Implicazioni cliniche e tecniche

Queste considerazioni strutturali hanno importanti ricadute sul piano tecnico. Kernberg (1984) sottolinea come il lavoro con pazienti narcisisti a organizzazione borderline-psicotica richieda un approccio terapeutico particolarmente cauto: l'interpretazione precoce e diretta della grandiosità, se non preceduta da un adeguato consolidamento dell'alleanza terapeutica, rischia di essere vissuta dal paziente come un attacco annientante, capace di precipitare un vero e proprio scompenso. Kohut (1971, 1977), dal canto suo, insiste sull'importanza di una funzione empatica sostenuta da parte del terapeuta, capace di svolgere temporaneamente la funzione di oggetto-Sé mancata nell'infanzia, favorendo così una graduale trasformazione del narcisismo arcaico in strutture psichiche più mature, piuttosto che un confronto prematuro con la grandiosità difensiva.


Conclusioni

La lettura psicoanalitica del disturbo narcisistico di personalità invita a superare una concezione puramente descrittiva e comportamentale del disturbo, per accogliere una comprensione strutturale, dinamica e evolutiva. Da Freud a Kernberg, da Kohut a Winnicott, fino ai contributi più recenti di Green e Steiner, la tradizione psicoanalitica converge su un punto fondamentale: la grandiosità narcisistica, nelle sue forme più gravi, non è un semplice eccesso di autostima, ma una sofisticata strategia difensiva contro un nucleo di frammentazione psichica arcaica, strutturalmente imparentato con l'angoscia che sottende gli stati psicotici. Comprendere questa funzione di supplenza e di contenimento è essenziale non solo sul piano teorico, ma soprattutto per orientare correttamente il lavoro clinico con pazienti spesso assai più fragili di quanto la loro presentazione manifesta, apparentemente sicura e autosufficiente, lasci intendere.


Riferimenti bibliografici

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). https://doi.org/10.1176/appi.books.9780890425596


Freud, S. (1957). On narcissism: An introduction. In J. Strachey (Ed. e Trad.), The standard edition of the complete psychological works of Sigmund Freud (Vol. 14, pp. 67–102). Hogarth Press. (Opera originale pubblicata nel 1914)


Green, A. (2001). Life narcissism, death narcissism (A. Weller, Trad.). Free Association Books. (Opera originale pubblicata nel 1983)


Kernberg, O. F. (1975). Borderline conditions and pathological narcissism. Jason Aronson.


Kernberg, O. F. (1984). Severe personality disorders: Psychotherapeutic strategies. Yale University Press.

Kohut, H. (1971). The analysis of the self: A systematic approach to the psychoanalytic treatment of narcissistic personality disorders. International Universities Press.


Kohut, H. (1977). The restoration of the self. International Universities Press.


McWilliams, N. (1994). Psychoanalytic diagnosis: Understanding personality structure in the clinical process. Guilford Press.


Ronningstam, E. (2005). Identifying and understanding the narcissistic personality. Oxford University Press.


Rosenfeld, H. (1971). A clinical approach to the psychoanalytic theory of the life and death instincts: An investigation into the aggressive aspects of narcissism. International Journal of Psycho-Analysis, 52, 169–178.


Steiner, J. (1993). Psychic retreats: Pathological organizations in psychotic, neurotic and borderline patients. Routledge.


Winnicott, D. W. (1960). Ego distortion in terms of true and false self. In The maturational processes and the facilitating environment (pp. 140–152). International Universities Press.


 
 
 

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