Dalla g di Spearman al modello CHC: Evoluzione teorica dell’intelligenza e sviluppi contemporanei
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Articolo scritto in collaborazione con @mensana.psy
Introduzione
La storia delle teorie dell’intelligenza rappresenta un percorso ricco di trasformazioni teoriche, dispute metodologiche e progressivi tentativi di integrazione. Dalle prime formulazioni fattoriali di Charles Spearman ai modelli multilivello contemporanei, il concetto di intelligenza si è evoluto da costrutto monolitico a sistema dinamico e stratificato. La ricerca psicometrica e neuroscientifica ha progressivamente chiarito come le abilità cognitive possano essere comprese sia come manifestazioni di un principio unitario sia come competenze differenziate influenzate da sviluppo, esperienza e contesto culturale (Deary et al., 2010).
Il presente articolo ripercorre questa evoluzione, integrando il contenuto originale con riferimenti aggiornati e ulteriori contributi teorici fondamentali per comprendere l’attuale cornice del modello Cattell–Horn–Carroll (CHC).
Spearman e l’intuizione originaria dell’intelligenza generale (1904)
Charles Spearman inaugurò la psicometria moderna osservando che le prestazioni cognitive tendevano a covariare: individui brillanti in un compito mostravano spesso competenza anche in altri. Tale regolarità portò alla formulazione del fattore g, definito come “energia mentale” comune a tutti i processi cognitivi (Spearman, 1904).
Accanto a g, Spearman postulò abilità specifiche (s-factors), utili a spiegare varianze residue nei singoli compiti. L’aspetto rivoluzionario della sua teoria risiedeva nella capacità di modellare matematicamente la struttura dell’intelligenza, anticipando lo sviluppo delle moderne analisi fattoriali.
Le neuroscienze contemporanee hanno confermato l’intuizione spearmaniana: l’efficienza delle reti fronto-parietali risulta fortemente associata all’intelligenza generale (Duncan, 2010; Jung & Haier, 2007). Ricerche recenti suggeriscono inoltre che g riflette la capacità del cervello di coordinare in modo efficiente sistemi distribuiti, riducendo il costo metabolico dei processi cognitivi complessi (Colom et al., 2006; Dubois et al., 2018).
Thurstone e la pluralità delle abilità
Louis Thurstone criticò la centralità assoluta del fattore g, proponendo un modello basato su abilità mentali primarie relativamente indipendenti: comprensione verbale, ragionamento, memoria, abilità numerica, rapidità percettiva e visualizzazione spaziale (Thurstone, 1938).
Thurstone riportò l’attenzione sulla varietà del funzionamento cognitivo, promuovendo una concezione dell’intelligenza come profilo articolato. A livello applicativo, la sua teoria fu determinante per lo sviluppo dei test attenti alle differenze intraindividuali, valorizzando la complessità funzionale piuttosto che una misura globale.
Studi successivi hanno mostrato come le abilità primarie non siano in contraddizione con l’esistenza del fattore g, bensì manifestazioni intermedie di una struttura cognitiva organizzata gerarchicamente (Carroll, 1993).
Cattell e Horn: dall’unità alla dinamica
La successiva svolta teorica si deve a Raymond Cattell, che propose la distinzione tra intelligenza fluida (Gf) – la capacità di affrontare problemi nuovi – e intelligenza cristallizzata (Gc) – la conoscenza derivante dall’esperienza e dall’apprendimento (Cattell, 1963).
John Horn ampliò la teoria, introducendo ulteriori abilità ampie (come velocità di elaborazione, memoria a lungo termine, capacità visuospaziale), sostenendo una struttura dell’intelligenza basata su domini multipli interconnessi ma non completamente subordinati al fattore g (Horn, 1965).
La prospettiva Cattell-Horn introdusse una dimensione evolutiva cruciale: Gf tende a declinare con l’età, mentre Gc si mantiene o aumenta, in funzione delle esperienze culturali (Salthouse, 2004).
Carroll e la gerarchia unificata
John B. Carroll realizzò la più vasta analisi fattoriale della letteratura psicometrica, proponendo un modello gerarchico a tre strati (Carroll, 1993).
Strato I: abilità specifiche.
Strato II: abilità ampie (fluidità, comprensione verbale, memoria, abilità visuospaziali, velocità).
Strato III: il fattore g come principio organizzativo superiore.
Il lavoro di Carroll fornì una mappa rigorosa che concilia l’unità spearmaniana e la pluralità thurstoniana, rappresentando la base strutturale per l’integrazione teorica successiva.
Il modello CHC: integrazione definitiva
Dalla convergenza tra il modello di Cattell-Horn e la gerarchia di Carroll nasce il modello CHC, oggi considerato lo standard per la valutazione cognitiva (McGrew, 2009; Flanagan & Dixon, 2014). Il modello integra:
Livello delle abilità specifiche,
Livello delle abilità ampie,
Fattore g.
Questa struttura stratificata permette una comprensione raffinata dei profili cognitivi individuali e ha grandi applicazioni cliniche nel campo dei disturbi del neurosviluppo, delle plusdotazioni e del declino cognitivo. Studi recenti hanno confermato che il modello CHC riflette sia correlati psicometrici sia correlati neurali coerenti, ponendolo come ponte tra psicologia cognitiva e neuroscienze (Kievit et al., 2016).
Conclusioni
L’evoluzione che conduce dal fattore g al modello CHC non è una semplice progressione lineare, ma una sintesi complessa tra unità e molteplicità.
Spearman ha fornito la radice unitaria.
Thurstone ha evidenziato la varietà funzionale.
Cattell e Horn hanno introdotto la dimensione dinamica e sviluppativa.
Carroll ha fornito la mappa gerarchica.
Il CHC rappresenta la sintesi più completa ed empiricamente fondata.
Il futuro della ricerca non mira a superare queste teorie, ma a integrarle ulteriormente con modelli di rete, prospettive evolutive e analisi neuroscientifiche avanzate, per rispondere alla domanda fondamentale: che cosa significa essere intelligenti?
Riferimenti Bibliografici
Carroll, J. B. (1993). Human cognitive abilities: A survey of factor-analytic studies. Cambridge University Press.
Cattell, R. B. (1963). Theory of fluid and crystallized intelligence: A critical experiment. Journal of Educational Psychology, 54(1), 1–22.
Colom, R., Jung, R. E., & Haier, R. J. (2006). Distributed brain sites for the g‐factor of intelligence. NeuroImage, 31(3), 1359–1365.
Deary, I. J., Penke, L., & Johnson, W. (2010). The neuroscience of human intelligence differences. Nature Reviews Neuroscience, 11(3), 201–211.
Dubois, J., Galdi, P., Paul, L. K., & Adolphs, R. (2018). A distributed brain network predicts general intelligence from resting-state human neuroimaging data. Philosophical Transactions of the Royal Society B, 373(1756), 20170284.
Duncan, J. (2010). The multiple-demand (MD) system of the primate brain. Trends in Cognitive Sciences, 14(4), 172–179.
Flanagan, D. P., & Dixon, S. G. (2014). The Cattell–Horn–Carroll theory of cognitive abilities. In D. P. Flanagan & P. Harrison (Eds.), Contemporary intellectual assessment (pp. 249–402). Guilford Press.
Horn, J. L. (1965). Fluid and crystallized intelligence. Psychometrika, 30(2), 179–185.
Jung, R. E., & Haier, R. J. (2007). The parieto-frontal integration theory of intelligence. Behavioral and Brain Sciences, 30(2), 135–187.
Kievit, R. A., et al. (2016). Integrated cognitive neuroscience approaches to individual differences in intelligence. Current Opinion in Behavioral Sciences, 11, 74–82.
McGrew, K. S. (2009). CHC theory and the human cognitive abilities project. Intelligence, 37(1), 1–10.
Salthouse, T. A. (2004). What and when of cognitive aging. Current Directions in Psychological Science, 13(4), 140–144.
Spearman, C. (1904). “General intelligence,” objectively determined and measured. The American Journal of Psychology, 15(2), 201–292.
Thurstone, L. L. (1938). Primary mental abilities. University of Chicago Press.



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