Traiettorie #8: Il terzo pianeta della terapia: l'uso della metafora nella clinica
Come il linguaggio simbolico permette di accedere a ciò che le parole non riescono a dire.

L’arte della conversazione, Magritte (1963)
Introduzione al progetto — Traiettorie
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Introduzione al mese di Agosto
In ogni percorso psicologico ci possono essere momenti in cui le parole non sono sufficienti a contenere l'esperienza, momenti in cui il paziente può sentire il bisogno di cercare un’immagine o una storia per dare forma al proprio vissuto. Lo psicologo può fare lo stesso: sceglie le parole per spiegare ma anche per mostrare, restituendo al paziente un’immagine nitida e condivisibile in cui potersi finalmente riconoscere.
In questo senso, la metafora non è un semplice artificio linguistico ma assume una triplice valenza comunicativa, rappresentativa ed emotiva. La metafora funziona come un traduttore simultaneo: mette a fuoco l’origine profonda della sofferenza attuale, sintonizza lo sguardo di terapeuta e paziente su un linguaggio comune e cambia il modo di guardare la propria situazione, rivelando possibilità che prima erano invisibili.
In questo numero della newsletter vi accompagnerò alla scoperta di come il linguaggio simbolico possa entrare attivamente nei nostri studi clinici, trasformandosi in un potente motore di cambiamento.
Racconta il tuo mondo della psicologia - Dott.ssa Chiara Fani
Ciao! Sono la Dott.ssa Chiara Fani Psicologa Clinica (Ordine degli Psicologi della Toscana, n. 10653), specializzanda in Psicoterapia Sistemico-Relazionale, esperta in Criminologia. Sui social mi trovi come @simbolicamente_, uno spazio di divulgazione dove esploro e racconto la psicologia partendo dai simboli.
Il mio percorso nasce da un interesse che non si è mai esaurito: capire come la psicologia clinica si interfacci concretamente con la società, le istituzioni e la cultura di appartenenza. Un passaggio chiave della mia formazione è stato il tirocinio presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, nell'ambito della giustizia civile e penale minorile e delle adozioni. Questa esperienza mi ha permesso di approfondire temi complessi e di far nascere in me un profondo interesse per il sostegno alle famiglie, la tutela dei minori e, in particolare, per il delicato percorso delle adozioni e della ricerca delle origini vissuto dal punto di vista dei figli adottati.
Successivamente, l'esperienza come operatrice in comunità è stata fondamentale per avvicinarmi al mondo delle doppie diagnosi e delle dipendenze, ambiti su cui oggi concentro buona parte della mia attività clinica privata. L'aspetto che trovo più prezioso nel lavoro con le dipendenze e con le fragilità evolutive è la costruzione di una rete multidisciplinare. Collaborare e confrontarsi costantemente con psichiatri, neuropsichiatri infantili, educatori, assistenti sociali e tante altre figure è una risorsa straordinaria: credo fortemente che l'integrazione di sguardi e competenze differenti sia un’ottima strada per offrire uno sguardo e un supporto completo ed efficace.
Oggi affianco questa attività in studio con la gestione, da ormai due anni, di uno sportello di supporto psicologico aziendale presso una realtà produttiva fiorentina, portando la psicologia direttamente nei contesti di vita quotidiana e lavorativa. Nel mio studio porto l'insieme di queste esperienze, integrando la formazione criminologica con l'approccio sistemico-relazionale. Questo mi consente di mantenere uno sguardo complesso, una prospettiva che non isola mai l'individuo ma lo accoglie sempre all'interno della sua rete di relazioni e dei contesti da cui proviene.
Il Terzo Pianeta della terapia: perché la metafora funziona nella clinica
«Le metafore hanno un modo per contenere la massima verità nel minimo spazio» (Orson Scott Card)
Il mio modo di intendere il processo terapeutico affonda le radici in una scoperta personale avvenuta molti anni fa. Durante una lezione di storia dell'arte alle superiori, mi imbattei nel quadro L'arte della conversazione di Magritte (1963). In quella tela trovai qualcosa che non sapevo ancora tradurre in parole: la sensazione che certi momenti di conversazione profonda si realizzino come tra le due figure del quadro, sospesi in un punto che non appartiene a nessuno dei due singolarmente, ma che esiste solo grazie all'incontro con l'Altro. Quel quadro è arrivato nella mia vita prima ancora della mia professione, ma solo dopo, lavorando nella stanza di terapia, ho capito che stava già anticipando visivamente ciò che avrei vissuto ogni giorno con i miei pazienti. Oggi, quell'intuizione visiva trova una precisa rappresentazione metaforica in un concetto ideato da Maurizio Andolfi e Claudio Angelo (1989): la terapia come "Terzo pianeta". Un territorio nuovo, non appartenente né al terapeuta né al paziente, che nasce unicamente dal loro incontro e si co-costruisce seduta dopo seduta. È una metafora che ha la forza di sintetizzare, con la stessa immediatezza di Magritte durante quella lezione di arte, l'essenza dell'esperienza clinica.
Ed è quindi proprio la metafora del Terzo Pianeta a introdurre e rendere pensabile questo concetto: l'esperienza cosciente di questa dimensione terapeutica comune diventa possibile attraverso il contatto con l'immagine e la rappresentazione analogica. La potenza di questa immagine cattura e restituisce un’esperienza profonda di sintonizzazione emotiva, permettendo a terapeuta e paziente di "sperimentare" e abitare quel territorio condiviso anche prima (o al di là) di saperne spiegare la complessità attraverso il linguaggio numerico-digitale (come definito dalla scuola di Palo Alto). Nella clinica, dunque, la metafora non è un semplice ornamento linguistico, ma la chiave d'accesso primaria ad una realtà altrimenti ineffabile.
Boscolo e Bertrando (1996) ci ricordano che la realtà clinica emerge dal linguaggio: “cogliere parole, espressioni verbali, analogiche e ridondanze linguistiche” del paziente permette di offrire nuove e inaspettate immagini con cui guardare la sua storia. La forza della metafora sullo spazio della terapia non è solo un'intuizione clinica; poggia su numerose basi teoriche ed empiriche. George Lakoff (2008), con la sua Neural Theory of Language, dimostra che la metafora è una vera e propria struttura cognitiva ed emotiva precoce. Insieme a Johnson (2022), Lakoff spiegò la metafora come un dispositivo cognitivamente complesso che si basa sulla “mappatura di due domini in conflitto” e che si impone in tutte le dimensioni della vita quotidiana, permettendo di categorizzare le nostre esperienze e mettere ordine nel nostro pensiero. Un'immagine ben scelta attiva e coordina aree cerebrali differenti tra loro, collegando il piano logico a quello corporeo e affettivo. Secondo il filosofo Gert Malan, la metafora è il luogo in cui nasce il vero senso del linguaggio: usare una metafora significa mettere in moto il significato, impedendo che le parole e i nostri vissuti rimangano bloccati in un'unica interpretazione rigida.
Inoltre, evidenzia Littman (1985), “la metafora ha il potere di eludere le difese psichiche”: l'uso del linguaggio analogico permette al paziente di avvicinarsi a nuclei emotivi protetti senza dover forzare la serratura delle resistenze. Vittorio Cigoli e Alberto Zatti (1992) sottolineano come la co-costruzione di un simbolo offra una rappresentazione condivisa del problema su cui si consolida l'alleanza terapeutica, favorendo un processo di “accomunamento”.
Durante un seminario su questo tema, la dott.ssa Diletta de Bernart, psicologa e psicoterapeuta, ha evidenziato come una metafora, per essere clinicamente efficace e generare movimento terapeutico sul Terzo Pianeta, debba possedere tre requisiti fondamentali: isomorfismo, allusività e polisemia. Innanzitutto deve rispecchiare la struttura del vissuto del paziente, la sua specifica mappa del mondo e di ciò che già conosce. Questo perché, per costruire un’immagine comune, sia il terapeuta che il paziente devono essere a conoscenza di ciò di cui parlano. La metafora deve essere inoltre capace di sfiorare “il livello preverbale e inconscio senza pretendere di spiegarlo e esplicitarlo, eludendo alcuni meccanismi di difesa” (Onnis, 2017). Infine deve essere polisemica, ovvero ricca di sfumature e aperta a molteplici interpretazioni, lasciando al paziente la totale libertà di esplorare e ridefinire i propri significati personali.
Vediamo adesso come si può applicare una metafora nella clinica.
Un esempio clinico: la torre di Hans tra successo e solitudine
Per comprendere la potenza clinica di questo approccio possiamo ricorrere a una metafora, che mi capita di usare con alcuni pazienti, ripresa dal lavoro di Alice Miller ne Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé: la storia di Hans.
“Prima i miei sogni della torre mostravano sempre il mio isolamento e la mia solitudine. [...] Hans si era dunque cercato la sua torre, aveva lottato contro gli ostacoli [...] e quando era arrivato lassù, vale a dire era diventato più intelligente degli altri, si era sentito solo e abbandonato. [...] Alla fine visse la sua ribellione contro le pressioni a compiere alte prestazioni e contro lo stress, e la torre scomparve nel primo sogno che portò in terapia. Poté rinunciare alla fantasia grandiosa di vedere tutto dall'alto e riuscì ad accostarsi alle cose nella «sua città prediletta» (nel suo Sé)”
(Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Alice Miller, pag. 109)
Hans è un bambino, poi un uomo, che si costruisce una torre bellissima, altissima e apparentemente invalicabile, superando ogni ostacolo intellettuale ed emotivo pur di essere piú intelligente di tutti gli altri. Ma una volta arrivato in cima, guardandosi attorno, si ritrova completamente solo.
La svolta clinica che questa immagine può offrire risiede nel comprendere che la salita sulla torre non è un atto di superba autonomia o una scelta spontanea di Hans. Salire sulla torre è, per lui, l'unica strategia possibile di adattamento e di sopravvivenza. Hans impara molto presto che l'amore e l'approvazione degli altri sono strettamente condizionati alle sue prestazioni, alla sua adeguatezza e alla sua capacità di non essere mai un peso per le persone che lo circondano. La torre, dunque, rappresenta la materializzazione di un "falso sé" altamente performante, costruito per fuggire dal disprezzo e dal rifiuto, rinunciando ai propri bisogni più autentici pur di essere accettato.
Questa metafora si rivela straordinariamente efficace con una specifica tipologia di individui: persone profondamente strutturate sul dovere, sul raggiungimento di obiettivi e sulla performance, che faticano immensamente a tollerare la propria vulnerabilità e i propri limiti. Per loro l'errore o l'imperfezione possono rappresentare una ferita che rischia di mettere in discussione l'intera identità e il senso stesso della propria esistenza.
L'immagine della torre funziona con queste persone perché rispetta perfettamente le tre qualità cliniche fondamentali della metafora. È isomorfa, perché ricalca l'esperienza faticosa di una scalata continua, gradino dopo gradino, dove fermarsi viene percepito come un fallimento. È allusiva, poiché consente di esplorare la profonda solitudine interna del paziente per via indiretta, parlando di Hans e della sua fortezza anziché forzare la persona ad ammettere e riconoscere la propria fragilità. È infine polisemica, in quanto apre lo spazio per esplorare diversi vissuti legati a quella costruzione: il paziente può scegliere se soffermarsi sulla fatica indicibile del salire, sulla vertigine provata guardando in basso o sulla paura viscerale che la torre possa crollare se solo decidesse di scendere un gradino.
Attraverso questa metafora, il terapeuta non si limita a interpretare un comportamento, ma offre un luogo simbolico sicuro in cui il paziente può finalmente esplorare la propria sofferenza e fragilità sentendo compreso il suo vissuto, a cui riesce a dare un nome e un significato, e scoprendo che è possibile scendere dalla torre senza per questo smettere di esistere o di essere amato.
Domanda alla Community
Grazie per essere stati con me in questo viaggio nella profondità del linguaggio simbolico. Nella speranza che quanto letto possa essere spunto di riflessione, critica o stimolare la vostra fantasia, mi piacerebbe ascoltare le vostre esperienze.
Vi lascio due domande per raccontarle.
Qual è quella metafora o quell'immagine clinica che si è rivelata per voi una vera e propria "chiave passepartout", capace di dare voce ad un vostro vissuto o a quello di un paziente?
Se doveste pensare a una stanza di terapia che avete abitato (come terapeuti o come pazienti), c'è un'immagine, un paragone o una metafora condivisa che vi ha permesso di incontrarvi sul "Terzo pianeta"?
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Bibliografia
Andolfi, M., & Angelo, C. (1989). Tempo e mito nella psicoterapia familiare.
Boscolo, L., Bertrando, P. (1996) Terapia sistemica individuale, Raffaello Cortina, Milano.
Cigoli V., Zatti A. (1992), La svolta e lo scontro. Per un’analisi della funzione comunicativa della metafora in consultazione familiare, Terapia Familiare, 40, pp. 23-37
De Bernart, R. (2019). Immagine e implicito. PSICOBIETTIVO, (2019/1).
Lakoff, G. (2008). The neural theory of metaphor.
Lakoff, G., & Johnson, M. (2022). Metafora e vita quotidiana. Roi edizioni.
Miller, A. (2010). Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé: riscrittura e continuazione. Bollati Boringhieri.
Onnis L. (2017), Teatri di famiglia. La parola e la scena in terapia familiare, Bollati Boringhieri



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