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Suicidio e stigma sociale nelle donne: comprendere il silenzio e costruire prevenzione

  • 7 nov 2025
  • Tempo di lettura: 8 min

Parlare di suicidio femminile significa affrontare un tema complesso, intrecciato con aspetti biologici, psicologici e socioculturali. Nonostante i progressi nella salute mentale, il suicidio nelle donne resta uno dei fenomeni più sottovalutati e stigmatizzati. Le narrazioni pubbliche spesso si concentrano sul suicidio maschile — statisticamente più frequente — ma trascurano le peculiarità del vissuto suicidario femminile, che richiedono un approccio specifico e informato.


1. Dati e tendenze epidemiologiche

A livello mondiale, oltre 700.000 persone muoiono ogni anno per suicidio, con un tasso medio globale di 9 per 100.000 abitanti (Organizzazione Mondiale della Sanità [OMS], 2021). Gli uomini rappresentano circa il 75% delle morti per suicidio, ma le donne compiono fino a tre volte più tentativi (Istituto Nazionale di Statistica [ISTAT], 2023).


Questa differenza, chiamata “paradosso di genere del suicidio”, è un fenomeno riconosciuto a livello internazionale (Canetto & Sakinofsky, 1998). Le donne manifestano una maggiore propensione a cercare aiuto, ma incontrano barriere sociali, culturali e psicologiche che spesso impediscono un intervento tempestivo.


2. Differenze psicologiche e biologiche

Le cause del suicidio sono multifattoriali. Tuttavia, nei soggetti di sesso femminile emergono specificità emotive e relazionali. La letteratura indica una correlazione significativa tra suicidio e disturbi dell’umore, ansia, disturbi post-traumatici e disturbi di personalità (Chesney, Goodwin, & Fazel, 2020).


Le donne riportano livelli più elevati di ruminazione emotiva, auto-colpevolizzazione e vergogna (Nolen-Hoeksema, 2001), che possono amplificare il rischio suicidario. Sul piano biologico, fluttuazioni ormonali legate a gravidanza, postpartum e menopausa possono incidere sulla regolazione dell’umore e sulla vulnerabilità al suicidio (Bloch et al., 2003). Questi fattori non devono essere intesi in senso deterministico, ma come elementi che interagiscono con contesti relazionali e sociali spesso non protettivi.


3. Stigma e suicidio

Uno dei problemi più significativi legati al suicidio è lo stigma, ossia un marchio sociale negativo associato non solo a chi ha tentato il suicidio, ma anche a chi ha perso una persona cara per questa causa. Storicamente, la società ha risposto al suicidio con punizioni e condanne morali: in passato, i corpi dei suicidi venivano sottoposti a pubblica umiliazione, privati del rito funebre e della sepoltura nei cimiteri, mentre le famiglie subivano confische e ripercussioni legali (Alvarez, 1973; Pompili & Tatarelli, 2007). Queste pratiche avevano l’obiettivo di dissuadere altri dal compiere lo stesso gesto, ma in realtà generavano ulteriore dolore e isolamento nei sopravvissuti.


Sebbene oggi tali sanzioni non esistano più, permangono forme sottili di emarginazione e silenzio nei confronti di chi è toccato dal suicidio. Le persone sopravvissute a un tentativo o coloro che hanno perso un familiare sperimentano spesso una riduzione dei contatti sociali, vergogna e colpa interiorizzata. Questo isolamento, che si manifesta in modi taciti e quotidiani, alimenta ulteriormente la sofferenza (Shneidman, 1972).


Ogni suicidio non colpisce solo la persona che muore, ma ha ripercussioni profonde sulla famiglia, sulla comunità e sull’intera società. Come sottolinea l’American Foundation for Suicide Prevention, “il suicidio è un atto personale, ma tutti ne sentono gli effetti”. Si stima che ogni anno circa 180.000 individui diventino survivors, ossia persone che hanno perso un caro per suicidio (Farberow et al., 1992a). Negli Stati Uniti, dove si registrano circa 31.000 suicidi l’anno, almeno sei persone per ogni vittima sono direttamente coinvolte emotivamente: una cifra che porta a milioni di sopravvissuti negli ultimi decenni (Shneidman, 1972).


Il lutto per suicidio rappresenta una delle esperienze più traumatiche che una persona possa affrontare. L’American Psychiatric Association lo definisce “catastrofico”, paragonabile a un’esperienza di campo di concentramento (citato in Pompili & Tatarelli, 2007). Chi subisce una perdita simile attraversa fasi di shock, rifiuto, dolore, rabbia, vergogna e disperazione, spesso più complesse rispetto ad altri tipi di lutto (Latham et al., 2004). Il senso di colpa è una componente centrale: i sopravvissuti si chiedono costantemente se avrebbero potuto evitare l’atto fatale, alimentando così pensieri intrusivi e autocolpevolizzanti (Krysinska, 2003).


Oltre alla colpa, è comune anche la rabbia verso la persona defunta: la vittima del suicidio è, in un certo senso, anche “l’autore” della perdita, e ciò rende difficile conciliare amore e risentimento. Questo conflitto emotivo ostacola l’elaborazione del lutto e può portare a disturbi dissociativi, psicosi reattive o depressione maggiore (Pompili et al., in press). Alcuni sopravvissuti sviluppano ideazione suicidaria, alimentata dal dolore mentale insopportabile che Shneidman (1993) identifica come l’elemento essenziale di ogni gesto suicidario.


La perdita di una persona cara per suicidio non si “supera” nel senso tradizionale, ma si integra nel tempo, richiedendo un processo di adattamento alla nuova realtà senza la persona amata. Farberow et al. (1992b) evidenziano che il lutto da suicidio necessita di più tempo rispetto ad altri tipi di perdita, e solo dopo circa tre anni le differenze nel processo elaborativo tendono a ridursi. Tuttavia, l’impatto emotivo resta profondo e può riaffiorare in modo imprevedibile, soprattutto nelle date significative o nei momenti di crisi.


Un’importante dimensione da considerare riguarda la prevenzione attiva del suicidio, che non può prescindere dal contrasto allo stigma. Come sottolineato in un’intervista condotta con il Prof. Giuseppe Bersani pubblicata da UPMC Italy, chiedere direttamente a una persona «Stai pensando di ucciderti?» o «Hai fatto qualcosa per porre fine alla tua vita?» può rappresentare un atto di cura e di apertura che riduce l’isolamento, purché accompagnato da empatia e non da giudizio (UPMC Italy, 2024). L’articolo evidenzia come lo stigma costituisca un ostacolo al riconoscimento dei segnali d’allarme — ad esempio pensieri di morte, ricerca di informazioni su «morire» o cambiamenti comportamentali — e come l’interrogazione diretta possa invece favorire l’attivazione di una rete di sostegno e aiuto (UPMC Italy, 2024). Tale approccio integrato — riduzione dello stigma + riconoscimento precoce — rafforza la prevenzione e contribuisce a ridurre l’impatto negativo sui sopravvissuti.


Un ulteriore aspetto cruciale riguarda la formazione professionale e la comunicazione aperta come strumenti fondamentali per ridurre lo stigma associato al suicidio. Come evidenziano Turchi e Righini (2020), in un articolo pubblicato su State of Mind, “parlarne apertamente e formarsi adeguatamente può aiutare a ridurre lo stigma ed a rompere il silenzio” (p. —). Gli autori sottolineano che una formazione specifica consente agli operatori sanitari di porre domande dirette sull’ideazione suicidaria — senza timore di “istigare” il gesto — e promuove l’uso di un linguaggio comune che rafforza la connessione tra chi soffre e il contesto di cura (Turchi & Righini, 2020). Questo approccio non solo mira a contrastare l’isolamento di chi vive un dolore mentale profondo, ma interviene anche preventivamente sul terreno dello stigma sociale, ponendo la conoscenza e l’empatia al centro della strategia.


Infine, diversi studi hanno osservato come il suicidio possa generare cluster di eventi simili all’interno di famiglie o comunità, dove la disperazione e l’identificazione con il defunto diventano elementi contagiosi (Pompili et al., in press). Questo fenomeno sottolinea l’importanza di offrire un sostegno psicologico immediato ai sopravvissuti, non solo per elaborare il lutto, ma anche per prevenire ulteriori suicidi. La comprensione e la riduzione dello stigma rappresentano dunque non solo un atto di empatia, ma una vera e propria forma di prevenzione.


4. La dimensione culturale: stigma e stereotipi di genere

Sul piano sociologico, il suicidio femminile è fortemente influenzato dal contesto culturale e dalle rappresentazioni sociali della donna. In molte culture, la donna è ancora associata a ruoli di cura, forza morale e resilienza emotiva. Mostrare fragilità viene percepito come una “rottura del ruolo”, e ciò alimenta vergogna e colpevolezza (De Leo, 2020).


La narrazione pubblica tende inoltre a romanticizzare o patologizzare i gesti suicidari femminili: da un lato, li riduce a espressioni di “dramma sentimentale”; dall’altro, li etichetta come “esagerazioni emotive”. Entrambe le letture disumanizzano il dolore e impediscono una comprensione reale. Lo stigma, come evidenziano Chesney et al. (2020), riduce fino al 40% la probabilità che una donna chieda aiuto in tempo utile. L’auto-stigmatizzazione, ossia la convinzione di essere “sbagliate” per provare sofferenza, diventa un fattore di rischio tanto potente quanto il trauma stesso.


5. Fattori di rischio specifici

Tra i fattori di rischio più frequenti nel suicidio femminile troviamo:

  • Violenza domestica e abuso sessuale (Oram et al., 2017)

  • Depressione post-partum e disturbi perinatali dell’umore

  • Disturbi alimentari e disturbi d’ansia

  • Conflitti relazionali e perdita del ruolo sociale

  • Carico di cura cronico (per figli, anziani o familiari malati)

  • Isolamento e scarsa rete di supporto


L’intersezione di questi elementi crea spesso una vulnerabilità cumulativa: non è un singolo evento a generare rischio suicidario, ma la somma di micro-ferite e aspettative interiorizzate nel tempo.


6. La “doppia invisibilità” del suicidio femminile

Il suicidio femminile è “doppio silenzio”: da un lato, perché il suicidio è un tabù; dall’altro, perché la donna, per norma culturale, dovrebbe “resistere”. Quando una donna tenta il suicidio, il gesto viene spesso letto in chiave morale o relazionale, non come espressione di sofferenza psicologica autentica (Canetto, 2015). Questa invisibilità si estende anche alle politiche pubbliche: la maggior parte dei programmi di prevenzione è neutra rispetto al genere, e raramente considera le specificità della vita femminile — violenza, caregiving, precarietà, discriminazioni.


7. Il ruolo del linguaggio e della comunicazione

Il linguaggio costruisce realtà. Termini come “attenzione-seeking” o “debolezza emotiva” creano una cornice che colpevolizza il dolore e perpetua l’idea che le emozioni femminili siano eccessive o non legittime. Adottare un linguaggio rispettoso e non giudicante è parte della prevenzione culturale del suicidio. Come suggeriscono le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2022), parlare apertamente e in modo empatico del suicidio non aumenta il rischio, ma favorisce l’emersione precoce del disagio.


8. Strategie di prevenzione: dalla clinica alla società

La prevenzione del suicidio femminile richiede interventi multilivello:

  1. Formazione dei professionisti sulla lettura di genere del disagio psicologico.

  2. Reti territoriali di supporto accessibili, integrate con i centri antiviolenza e i servizi sociali.

  3. Campagne educative che riducano lo stigma e normalizzino la richiesta di aiuto.

  4. Promozione del benessere psicologico nelle fasi critiche del ciclo di vita femminile (adolescenza, maternità, menopausa).

  5. Ricerca scientifica che includa il genere come variabile strutturale, non accessoria.


Inoltre, il sostegno informale — tra amiche, familiari, colleghi — può essere decisivo.  Sentirsi ascoltate e riconosciute riduce il rischio suicidario (Joiner, 2005). La connessione salva la vita.


9. Conclusioni

Parlare di suicidio femminile significa parlare di diritto alla fragilità. Significa riconoscere che la forza non consiste nel soffrire in silenzio, ma nel poter dire “non ce la faccio” senza paura di essere giudicate. Ogni gesto di ascolto, ogni parola non stigmatizzante, ogni spazio di accoglienza contribuisce alla prevenzione. Il suicidio non è un atto di debolezza, ma un grido disperato di chi non ha più percezione di alternative. Rendere visibile questa realtà è un atto di responsabilità professionale, etica e sociale.


Riferimenti Bibliografici 

Alvarez, A. (1973). The savage god: A study of suicide. Random House.


Bloch, M., Daly, R. C., Rubinow, D. R., & Schmidt, P. J. (2003). Menstrual cycle, reproductive hormones, and mood disorders. Journal of Affective Disorders, 74(1), 31–40. https://doi.org/10.1016/S0165-0327(02)00432-2


Canetto, S. S. (2015). Women and suicidal behavior: A cultural analysis. American Journal of Orthopsychiatry, 85(4), 391–397. https://doi.org/10.1037/ort0000072


Canetto, S. S., & Sakinofsky, I. (1998). The gender paradox in suicide. Suicide and Life-Threatening Behavior, 28(1), 1–23. https://doi.org/10.1111/j.1943-278X.1998.tb00622.x


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De Leo, D. (2020). Suicidio e prevenzione. Il Mulino.


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Farberow, N. L., Gallagher-Thompson, D., Gilewski, M., & Thompson, L. (1992b). The role of social supports in bereavement. Suicide and Life-Threatening Behavior, 22(1), 107–124. https://doi.org/10.1111/j.1943-278X.1992.tb00214.x


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Joiner, T. (2005). Why people die by suicide. Harvard University Press.


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Nolen-Hoeksema, S. (2001). Gender differences in depression. Current Directions in Psychological Science, 10(5), 173–176. https://doi.org/10.1111/1467-8721.00142


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Oram, S., Khalifeh, H., & Howard, L. M. (2017). Violence against women and mental health. The Lancet Psychiatry, 4(2), 159–170. https://doi.org/10.1016/S2215-0366(16)30261-9


Pompili, M., & Tatarelli, R. (2007). Suicidio: Un fenomeno da comprendere. Carocci.


Pompili, M., Lester, D., Innamorati, M., Girardi, P., & Tatarelli, R. (in press). Bereavement after suicide: A dangerous grief. Crisis: The Journal of Crisis Intervention and Suicide Prevention.


Shneidman, E. S. (1972). Deaths of man. Quadrangle Books.


Shneidman, E. S. (1993). Suicide as psychache: A clinical approach to self-destructive behavior. Rowman & Littlefield.


UPMC Italy. (2024, 26 agosto). Prevenzione del suicidio. Intervista con il Prof. Giuseppe Bersani. UPMC in Italia. https://upmc.it/it/blog/psicologia/prevenzione-del-suicidio


Turchi, F., & Righini, S. (2020, 27 marzo). Prevenzione del suicidio e valutazione del rischio: l’importanza della formazione. State of Mind. https://www.stateofmind.it/2020/03/suicidio-prevenzione-formazione/



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