Quando prendersi cura degli altri… brucia dentro
- 14 nov 2025
- Tempo di lettura: 13 min

Post scritto in collaborazione con @pedagogista_erminiasolito
Introduzione
Le rapide trasformazioni economiche e culturali degli ultimi decenni, amplificate dalla globalizzazione e dall’accelerazione tecnologica, hanno modificato profondamente la struttura del lavoro e le dinamiche identitarie dei lavoratori. Nella “società liquida” (Bauman, 2011), caratterizzata da incertezza e precarietà, i professionisti vivono in un equilibrio instabile tra flessibilità e vulnerabilità. Il modello neoliberista di produzione, orientato alla competitività e alla performance, impone ritmi sempre più elevati, riducendo le possibilità di autoregolazione e di cura di sé.
L’aumento delle competenze richieste, la riduzione delle risorse economiche e l’erosione del senso di appartenenza collettivo creano un contesto lavorativo altamente stressogeno (Morin, 2004). La mancanza di riconoscimento sociale e la percezione di essere facilmente sostituibili compromettono il senso di efficacia personale, favorendo un progressivo logoramento psicologico. Tale condizione di stress cronico può degenerare nella sindrome del burnout, definita come una forma di esaurimento fisico, mentale ed emotivo che incide sul benessere individuale e sulla qualità dei servizi erogati.
Dallo stress al burnout
Il termine stress è di derivazione metallurgica e si riferisce originariamente alla capacità dei materiali di resistere a forze esterne senza rompersi (Cabib & Puglisi, 2003). L’adattamento del concetto alla fisiologia e alla psicologia del lavoro si deve a Hans Selye, che nel 1936 definì lo stress come “una risposta aspecifica dell’organismo a qualsiasi richiesta effettuata su di esso” (cit. in Frascheri, 2006, p. 17). Lo stress, dunque, rappresenta un meccanismo adattivo di fronte a stimoli ambientali, ma quando lo stimolo persiste nel tempo e le risorse individuali si esauriscono, può trasformarsi in una condizione patologica.
Selye (1974) elaborò il modello della Sindrome Generale di Adattamento (SGA), individuando tre fasi: reazione di allarme, in cui l’organismo si prepara a fronteggiare lo stressor; fase di resistenza, in cui l’individuo tenta di adattarsi; e fase di esaurimento, in cui le risorse si esauriscono, provocando disturbi psicofisici permanenti (Rossati & Magro, 2000). Successivamente, la psicologia del lavoro ha approfondito la dimensione soggettiva dello stress, mettendo in evidenza l’importanza dei fattori cognitivi e relazionali. Non è lo stimolo in sé a generare stress, ma l’interpretazione che il soggetto dà dell’evento (Weis, 1972).
Negli anni Quaranta e Cinquanta, le ricerche iniziarono a collegare il disagio lavorativo a fattori organizzativi e sociali (Bitterman, 1994). Cooper e Marshall (1998) classificarono le principali fonti di stress: fattori intrinseci al lavoro (condizioni fisiche, carichi eccessivi, rumore), ruolo nell’organizzazione, relazioni interpersonali, sviluppo di carriera e clima organizzativo. La persistenza di tali condizioni produce nel tempo una risposta maladattiva nota come burnout (Cherniss, 1980).
Il termine burnout, letteralmente “bruciato”, fu introdotto negli Stati Uniti per descrivere l’esaurimento osservato tra i professionisti dell’aiuto. Rossati e Magro (2000) lo definiscono una condizione di logoramento progressivo causata da uno squilibrio tra risorse e richieste. Maslach (1976, cit. in Iurlaro, 2010) lo descrive come una malattia professionale che colpisce soprattutto gli operatori più motivati, mossi da un forte senso di responsabilità e idealismo.
Maslach e Leiter (1999) evidenziano che il burnout può insorgere in qualunque professione caratterizzata da elevata intensità relazionale o emotiva. In Italia, nonostante la direttiva europea 89/391/CEE e i decreti legislativi sulla sicurezza (d.lgs. 62/94; d.lgs. 81/08), esso non è ancora riconosciuto come malattia professionale dall’INAIL. Ciò contribuisce a una gestione frammentata del problema, demandando la responsabilità al singolo individuo (INAIL, 2017). Il burnout, tuttavia, deve essere interpretato come un sintomo collettivo e sistemico (Fiore, 2019; Capobianco, 2019), espressione di un disagio organizzativo e culturale che coinvolge l’intero sistema di relazioni lavorative.
Caratteristiche e modelli teorici
Maslach (1982) definisce il burnout come una risposta emotiva e comportamentale al cronico squilibrio tra richieste e risorse. Esso rappresenta una forma di “stress relazionale” (Maslach, 1997) e si manifesta con esaurimento, apatia, cinismo e riduzione dell’efficacia personale. Secondo Cherniss (1989), il burnout è una strategia di adattamento disfunzionale che danneggia sia il lavoratore sia l’organizzazione. La letteratura identifica tre dimensioni fondamentali (Maslach & Jackson, 1981):
Esaurimento emotivo, caratterizzato da stanchezza cronica e perdita di energia.
Depersonalizzazione, che implica un atteggiamento distaccato e impersonale verso utenti o colleghi.
Ridotta realizzazione personale, segnata da un calo della motivazione, dell’autostima e del senso di efficacia.
Il Maslach Burnout Inventory (MBI) è lo strumento di riferimento per la valutazione del burnout (Maslach & Jackson, 1981). Le successive revisioni (Leiter & Maslach, 2005) ne hanno ampliato l’applicazione anche ai servizi educativi. Il burnout, inoltre, è stato interpretato come il polo negativo di un continuum che oppone l’impegno lavorativo (work engagement) alla disaffezione (Schaufeli & Taris, 2005).
Altri modelli teorici, come quello di Hobfoll (1989) sulla conservazione delle risorse, sottolineano che la perdita prolungata di risorse materiali, sociali o psicologiche aumenta il rischio di burnout. Le ricerche più recenti (Bakker & Demerouti, 2017) integrano questa prospettiva nel Job Demands–Resources Model, secondo cui il benessere dipende dall’equilibrio tra richieste professionali e risorse personali.
Sintomi e cause
Il burnout si manifesta con un ampio spettro di sintomi che possono variare in intensità e durata. L’ISPESL (2008) distingue tre categorie principali: comportamentali, psicosomatiche e psichiche.
Sintomi comportamentali: disimpegno, assenteismo, conflitti interpersonali, comportamenti autodistruttivi o aggressivi verso utenti e colleghi (Alboreda-Flòrez & Holly, 1991; Leiter & Maslach, 2003).
Sintomi psicosomatici: disturbi del sonno, cefalee, gastriti, dermatiti e dolori muscolari (Del Rio, 1990).
Sintomi psichici: demotivazione, perdita di concentrazione, crollo dell’autostima, apatia e depressione (Leiter & Maslach, 2000).
Del Rio (1990) individua tre macro-categorie di cause: fattori individuali, organizzativi e socio-culturali.
I fattori individuali comprendono personalità, età, genere, empatia e autostima (Maslach, 1997; Farber, 1983).
I fattori organizzativi includono carichi di lavoro eccessivi, ambiguità e conflitti di ruolo, scarso supporto dei colleghi e dei superiori (Martin, 1984; Pines & Kafry, 1978).
I fattori socio-culturali derivano dai cambiamenti sociali e dalla “cultura narcisistica” (Lasch, 1979), che esalta la produttività individuale a scapito del benessere collettivo (Bauman, 2011).
Nel contesto educativo, la mancanza di riconoscimento sociale e la percezione di inefficacia rappresentano i principali fattori di rischio. La sindrome si manifesta come un lento processo di perdita di senso, in cui l’impegno originario si trasforma in distacco e impotenza (Maslach, 1997).
Soggetti maggiormente vulnerabili
Diversi studi hanno analizzato le variabili demografiche che influenzano la vulnerabilità al burnout. Maslach (1997) sostiene che i professionisti giovani, caratterizzati da entusiasmo e aspettative idealistiche, siano più esposti, mentre Rossati e Magro (1999) rilevano un aumento del rischio con l’avanzare dell’età e degli anni di servizio. Converso et al. (2015) confermano che l’età media rappresenta il momento di maggiore fragilità, in quanto i professionisti devono conciliare esperienza, stanchezza e aspettative disattese.
Le donne risultano più predisposte al burnout, spesso a causa del doppio carico di lavoro professionale e familiare (Rossati & Magro, 1999). La presenza di una rete affettiva stabile e di figli rappresenta, invece, un fattore protettivo, poiché consente di sviluppare una maggiore regolazione emotiva. Anche il livello di istruzione gioca un ruolo ambiguo: chi possiede titoli elevati può sviluppare più facilmente frustrazione per il mancato riconoscimento, mentre chi ha una formazione più modesta può sperimentare un senso di inadeguatezza (Maslach, 1997). Infine, studi transculturali (Maslach & Jackson, 1981) mostrano come le culture collettiviste, basate su reti familiari solide, offrano maggiore resilienza contro il burnout.
Il burnout negli educatori del nido d’infanzia
Il burnout colpisce in modo particolare le professioni educative, dove la relazione con l’altro è al centro dell’attività. Lavorare nei nidi d’infanzia implica un contatto costante con bambini piccoli, genitori e colleghi, richiedendo un intenso investimento emotivo (Guerra & Luciano, 2014). Mortari (2006) evidenzia come la capacità di prendersi cura richieda la gestione consapevole dei propri vissuti emotivi per tollerare il carico relazionale e utilizzarlo come strumento educativo.
Bertolini (1996) parla di rischio educativo per descrivere l’imprevedibilità insita in ogni relazione formativa. L’educatore opera in condizioni di incertezza, dove l’esito dell’intervento non è mai garantito. Ciò espone al rischio di fallimento e, quindi, di burnout. Schaufeli (2001) definisce il burnout negli educatori come “uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale derivante da un coinvolgimento prolungato in situazioni lavorative emotivamente impegnative”. Converso (2015) ribadisce la stretta correlazione tra benessere degli educatori e qualità dei servizi offerti, sottolineando la responsabilità delle organizzazioni nel promuovere contesti salutari (Maggiolini, Zanfroni, & d’Alonzo, 2017).
Whitebook (1982) e Freudenberger (1974) furono tra i primi a studiare il burnout nei servizi per l’infanzia, descrivendo sintomi quali irritabilità, apatia e senso di inefficacia. Le ricerche più recenti (Bosi, 2020; Milani, 2017) confermano che l’educatore del nido è esposto a pressioni emotive, cognitive e fisiche particolarmente elevate.
Cause specifiche negli educatori
Iori (2003) e Augelli, Bruzzone e Musi (2010) individuano tre livelli di fattori che contribuiscono al burnout educativo (Cavalluzzi & Degli Esposti, 2018):
Livello strutturale – include sovraccarico di lavoro, scarsità di risorse, ambienti inadeguati e bassi salari.
Livello personale – riguarda le aspettative, le rappresentazioni e il divario tra il lavoro ideale e la realtà quotidiana (Becchi, 2005; Bondioli, 2000).
Livello internazionale – comprende le relazioni con bambini, genitori e colleghi, che possono fungere da fattori protettivi o di rischio.
Tra gli elementi aggravanti, si annoverano l’organizzazione inadeguata degli spazi (Maslach, 1997; Rossati & Magro, 1999), i disturbi muscolo-scheletrici derivanti da posture scorrette (Erick & Smith, 2017; Camerino, Fichera, & Punzi, 2001) e le difficoltà di regolazione emotiva nelle interazioni quotidiane (Bosi, 2020).
La gestione delle emozioni rappresenta una delle sfide più complesse del lavoro educativo. Gli educatori devono imparare a riconoscere e regolare le proprie emozioni per evitare di proiettarle sui bambini (Musi, 2011). Le emozioni infantili intense, come il pianto o la rabbia, possono attivare vissuti profondi e generare stress nell’adulto (Cavalluzzi & Degli Esposti, 2018). Le neuroscienze hanno dimostrato che il pianto dei bambini stimola le aree cerebrali legate all’attenzione e al controllo cognitivo (Swain, 2007), aumentando la tensione psicologica. La rabbia, invece, può mettere in crisi l’identità professionale dell’educatore, generando senso di colpa e impotenza (Winnicott, 1964).
Per prevenire tali situazioni, è fondamentale predisporre spazi di riflessione e supervisione pedagogica, dove l’équipe educativa possa confrontarsi sui propri vissuti (Converso, 2015). In quest’ottica, il burnout diventa un “campanello d’allarme” che segnala la necessità di un cambiamento organizzativo e personale (Fiore, 2019).
Il burnout negli psicologi
Il fenomeno del burnout negli psicologi rappresenta una delle espressioni più complesse della sindrome, poiché riguarda professionisti la cui funzione principale è prendersi cura della salute mentale altrui. La natura stessa del lavoro psicologico – caratterizzato da intensa empatia, esposizione continuativa alla sofferenza e responsabilità etica elevata – comporta un rischio specifico di esaurimento emotivo e di perdita di efficacia professionale (Rupert & Morgan, 2005).
Gli psicologi lavorano spesso in contesti ad alta intensità relazionale, nei quali l’ascolto e la gestione delle emozioni altrui richiedono un costante equilibrio tra coinvolgimento e distacco. Tale equilibrio è tuttavia fragile: l’eccessiva immedesimazione può condurre al cosiddetto “contagio emotivo” o compassion fatigue, una forma di stanchezza empatica che riduce la capacità di fornire supporto efficace (Figley, 2002). Secondo Maslach e Leiter (2016), la difficoltà nel mantenere confini professionali chiari e la carenza di supervisione rappresentano fattori chiave di vulnerabilità al burnout negli psicologi clinici.
Rupert, Miller e Dorociak (2015) evidenziano come il burnout in questa categoria si manifesti principalmente attraverso l’esaurimento emotivo e la ridotta realizzazione personale, più che nella depersonalizzazione tipica di altre professioni di aiuto. Questo perché gli psicologi tendono a interiorizzare le difficoltà dei pazienti, sperimentando un senso di inefficacia e impotenza quando non riescono a produrre miglioramenti tangibili. Tale condizione è spesso amplificata da un contesto organizzativo caratterizzato da carichi di lavoro eccessivi, precarietà contrattuale e isolamento professionale (Benevene et al., 2020).
Il burnout negli psicologi è inoltre influenzato da variabili personali, come la tendenza al perfezionismo, l’alto senso di responsabilità e la scarsa capacità di delega (Puente & Beardslee, 2001). Questi tratti, pur essendo funzionali alla cura, possono trasformarsi in fattori di rischio se non accompagnati da un’adeguata autoregolazione emotiva. Le ricerche di Edwards e Richards (2019) mostrano che gli psicologi che investono eccessivamente nella dimensione lavorativa e trascurano quella personale sono più soggetti a stress cronico e a sintomi somatici correlati.
Un ulteriore aspetto critico è rappresentato dalla supervisione professionale. Essa costituisce un importante fattore protettivo, poiché consente di elaborare le emozioni e le difficoltà incontrate nella relazione terapeutica (Skovholt & Trotter-Mathison, 2014). Tuttavia, la mancanza di spazi di confronto e di supporto tra colleghi può amplificare la sensazione di isolamento e di responsabilità esclusiva per il benessere dei pazienti (Norcross & Guy, 2007).
La pandemia da COVID-19 ha ulteriormente accentuato il rischio di burnout nella categoria degli psicologi. Diversi studi (Barello, Palamenghi, & Graffigna, 2020) hanno documentato un aumento significativo di stress, ansia e senso di inefficacia tra i professionisti della salute mentale, costretti ad adattarsi rapidamente al lavoro da remoto e a gestire la propria e l’altrui vulnerabilità emotiva.
In conclusione, il burnout negli psicologi si configura come un rischio intrinseco alla professione di cura, alimentato da fattori individuali, relazionali e organizzativi. Prevenirlo significa promuovere pratiche di self-care, potenziare la supervisione clinica e favorire una cultura della sostenibilità emotiva nelle professioni d’aiuto (Rupert & Dorociak, 2019).
Conclusioni
Il burnout rappresenta una sfida complessa e attuale per le professioni educative. Esso non è solo il risultato di stress individuale, ma un indicatore sistemico di malfunzionamento organizzativo e di carenza di supporto sociale. Riconoscerlo significa affrontare le cause strutturali, valorizzando la formazione continua, la supervisione e la cura delle relazioni nei contesti di lavoro.
Nella prospettiva pedagogica, la prevenzione del burnout richiede di promuovere spazi di riflessione emotiva, lavoro cooperativo e sostegno reciproco tra colleghi. Le organizzazioni educative devono assumere la responsabilità del benessere del personale, favorendo la costruzione di ambienti relazionali basati sulla fiducia, sulla comunicazione e sul riconoscimento professionale.
Il burnout, quindi, non è solo una patologia della fatica, ma un segnale di trasformazione possibile. Come sostiene Fiore (2019), il momento di crisi può divenire occasione per la rigenerazione personale e collettiva, trasformando l’esaurimento in consapevolezza e il disagio in opportunità evolutiva.
Riferimenti Bibliografici
Alboreda-Flòrez, J., & Holly, W. (1991). Stress and burnout in social services. Springer.
Augelli, P., Bruzzone, D., & Musi, E. (2010). Pedagogia del lavoro educativo. La Scuola.
Bakker, A. B., & Demerouti, E. (2017). Job demands–resources theory: Taking stock and looking forward. Journal of Occupational Health Psychology, 22(3), 273–285. https://doi.org/10.1037/ocp0000056
Barello, S., Palamenghi, L., & Graffigna, G. (2020). Burnout and somatic symptoms among frontline healthcare professionals at the peak of the Italian COVID-19 pandemic. Psychiatry Research, 290, 113129. https://doi.org/10.1016/j.psychres.2020.113129
Bauman, Z. (2011). Modernità liquida. Laterza.
Becchi, E. (2005). Educazione e scuola: tra cura e sapere. Laterza.
Benevene, P., Dal Corso, L., De Carlo, A., Falco, A., Carluccio, F., Vecina, M. L., & Giorgi, G. (2020). Ethical leadership as antecedent of job satisfaction, affective organizational commitment and intention to stay among volunteers of non-profit organizations. Frontiers in Psychology, 11, 584. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2020.00584
Bertolini, P. (1996). L’esistere pedagogico. La Nuova Italia.
Bitterman, M. (1994). Occupational stress: The emerging challenge. Sage.
Bondioli, A. (2000). Le dimensioni educative del nido d’infanzia. Edizioni Junior.
Bosi, P. (2020). Stress e burnout nei servizi educativi. FrancoAngeli.
Cabib, S., & Puglisi, R. (2003). Stress: Il sistema mente-corpo. Carocci.
Camerino, D., Fichera, G. P., & Punzi, S. (2001). Salute e benessere degli operatori dei servizi per l’infanzia. FrancoAngeli.
Capobianco, M. (2019). Organizzazioni in crisi e burnout educativo. Carocci.
Cavalluzzi, L., & Degli Esposti, G. (2018). La fatica emotiva nei servizi educativi per l’infanzia. Erickson.
Cherniss, C. (1980). Staff burnout: Job stress in the human services. Sage.
Cherniss, C. (1989). Professional burnout in human service organizations. Praeger.
Cooper, C. L., & Marshall, J. (1998). Understanding stress at work. Wiley.
Converso, D. (2015). Benessere organizzativo nei servizi educativi. FrancoAngeli.
Converso, D., Loera, B., Viotti, S., & Martini, M. (2015). Do positive relations with patients play a protective role for healthcare employees? Frontiers in Psychology, 6, 2011. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2015.02011
Del Rio, G. (1990). Stress e lavoro: psicologia e organizzazione. FrancoAngeli.
Edwards, K. M., & Richards, T. (2019). Psychologists under pressure: Coping with burnout. Routledge.
Erick, P. N., & Smith, D. R. (2017). Musculoskeletal disorders in child care workers. International Journal of Occupational Safety and Ergonomics, 23(4), 524–532. https://doi.org/10.1080/10803548.2016.1193001
Farber, B. A. (1983). Stress and burnout in the human service professions. Pergamon Press.
Figley, C. R. (2002). Compassion fatigue: Psychotherapists’ chronic lack of self care. Journal of Clinical Psychology, 58(11), 1433–1441. https://doi.org/10.1002/jclp.10090
Fiore, F. (2019). Burnout e resilienza educativa. FrancoAngeli.
Freudenberger, H. J. (1974). Staff burnout. Journal of Social Issues, 30(1), 159–165.
Frascheri, C. (2006). Stress e lavoro: interpretazioni e strumenti di prevenzione. Edizioni Lavoro.
Guerra, M., & Luciano, E. (2014). Educatori e cura educativa nei servizi per l’infanzia. Erickson.
Hobfoll, S. E. (1989). Conservation of resources: A new attempt at conceptualizing stress. American Psychologist, 44(3), 513–524. https://doi.org/10.1037/0003-066X.44.3.513
INAIL. (2017). La valutazione e la gestione del rischio stress lavoro-correlato. INAIL.
Iori, V. (2003). La fatica di educare: per una pedagogia della cura. La Scuola.
ISPESL. (2008). Lo stress lavoro-correlato: Manuale operativo per la valutazione e gestione del rischio. ISPESL.
Iurlaro, F. (2010). Il burnout nelle professioni educative. Armando Editore.
Lasch, C. (1979). La cultura del narcisismo. Bompiani.
Leiter, M. P., & Maslach, C. (2000). Preventing burnout and building engagement: A complete program for organizational renewal. Jossey-Bass.
Leiter, M. P., & Maslach, C. (2003). Areas of worklife: A structured approach to organizational predictors of job burnout. Research in Occupational Stress and Well-Being, 3, 91–134.
Leiter, M. P., & Maslach, C. (2005). Banishing burnout: Six strategies for improving your relationship with work. Jossey-Bass.
Maggiolini, A., Zanfroni, E., & d’Alonzo, L. (2017). Il benessere degli operatori educativi. FrancoAngeli.
Martin, C. (1984). Stress in the workplace. Tavistock.
Maslach, C. (1976). Burned-out. Human Behavior, 5(9), 16–22.
Maslach, C. (1982). Burnout: The cost of caring. Prentice Hall.
Maslach, C. (1997). La sindrome del burnout: il prezzo dell’aiuto agli altri. Erickson.
Maslach, C., & Jackson, S. E. (1981). The measurement of experienced burnout. Consulting Psychologists Press.
Maslach, C., & Leiter, M. P. (1999). The truth about burnout: How organizations cause personal stress and what to do about it. Jossey-Bass.
Maslach, C., & Leiter, M. P. (2016). Burnout at work: A psychological perspective. Psychology Press.
Milani, P. (2017). Il lavoro educativo e la fatica emotiva. Carocci.
Morin, E. (2004). La testa ben fatta: Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero. Raffaello Cortina.
Mortari, L. (2006). La pratica dell’aver cura. Mondadori.
Musi, E. (2011). La cura educativa: emozioni e professione. FrancoAngeli.
Norcross, J. C., & Guy, J. D. (2007). Leaving it at the office: A guide to psychotherapist self-care. Guilford Press.
Pines, A., & Kafry, D. (1978). Burnout in teachers. Free Press.
Puente, A. E., & Beardslee, R. (2001). Ethical issues and burnout in psychological practice. APA.
Rossati, A., & Magro, C. (1999). Burnout: Lo stress nelle professioni d’aiuto. FrancoAngeli.
Rupert, P. A., & Dorociak, K. E. (2019). Self-care, stress, and well-being among practicing psychologists.
Professional Psychology: Research and Practice, 50(5), 343–350. https://doi.org/10.1037/pro0000251
Rupert, P. A., Miller, A. O., & Dorociak, K. E. (2015). Preventing burnout: What does the research tell us? Professional Psychology: Research and Practice, 46(3), 168–174. https://doi.org/10.1037/pro0000018
Rupert, P. A., & Morgan, D. J. (2005). Work setting and burnout among professional psychologists. Professional Psychology: Research and Practice, 36(5), 544–550. https://doi.org/10.1037/0735-7028.36.5.544
Schaufeli, W. B. (2001). The burnout process among teachers: A social psychological perspective. In Research on stress and burnout in education (pp. 95–114). Elsevier.
Schaufeli, W. B., & Taris, T. W. (2005). The conceptualization and measurement of burnout: Common ground and worlds apart. Work & Stress, 19(3), 256–262. https://doi.org/10.1080/02678370500385913
Selye, H. (1974). Stress without distress. Lippincott.
Skovholt, T. M., & Trotter-Mathison, M. (2014). The resilient practitioner: Burnout prevention and self-care strategies for counselors, therapists, teachers, and health professionals (2nd ed.). Routledge.
Swain, J. E. (2007). The human parental brain: In vivo neuroimaging. Progress in Neuro-Psychopharmacology and Biological Psychiatry, 31(2), 386–397. https://doi.org/10.1016/j.pnpbp.2006.06.011
Weis, J. (1972). Psychological stress and coping mechanisms. Academic Press.
Whitebook, M. (1982). Caring for children: Stress and burnout in child care work. Institute of Industrial Relations, University of California.
Winnicott, D. W. (1964). The child, the family, and the outside world. Penguin.



Commenti