Perché ci teniamo il dolore anche quando ci fa male

Capitolo Aperto, ottobre 2026: abbiamo letto “Farsi male. Variazioni sul masochismo” di Vittorio Lingiardi
C’è una domanda che attraversa la clinica e la vita quotidiana: perché restiamo in una relazione che ci svuota, in un lavoro che ci consuma, in un’immagine di noi che ci ferisce? E perché, quando le cose finalmente vanno bene, c’è chi sente l’impulso di rovinarle?
Per il nostro ultimo Capitolo Aperto abbiamo letto un libro che prova a rispondere senza giudicare. Il saggio di Vittorio Lingiardi parte dal masochismo, una parola che nel linguaggio comune evoca il piacere del dolore, e la rovescia: non un gusto per il male, ma una fedeltà a un territorio noto.
La paura del contrario
Il cuore del libro, per come lo abbiamo discusso, è che il dolore che ci procuriamo nasce raramente dall’amore per la sofferenza in sé. Nasce più spesso dalla paura del suo contrario. Stare bene può sembrare rischioso, perché la felicità appare fragile, quasi sospetta, mentre il dolore ha la solidità di ciò che conosciamo.
Per questo il familiare rassicura più del cambiamento. Restare in una situazione che fa soffrire diventa un modo di stare al mondo: la conosco, so gestirla, mi ci sento a mio agio. Il costo è alto, ma è un costo prevedibile, e a volte prevedibile vale più di felice.
Non il masochismo, ma tanti masochismi
Lingiardi insiste su un punto: non esiste il masochismo, ma tanti masochismi. Erotico, morale, sociale, narcisistico. Siamo tutti un po’ masochisti, ma non allo stesso modo, e questo rende impossibile tracciare una linea netta tra il tratto diffuso e il disturbo.
Nel gruppo ci siamo chiesti dove metterla comunque. Una risposta condivisa è stata guardare alla libertà residua. Nel tratto, il farsi male è episodico, ha un contesto e lascia spazio ad altre strategie. Nel disturbo diventa il modo prevalente di stare in relazione e di regolare l’autostima, persiste anche quando altre strade sono disponibili e compromette lavoro, legami e salute. Un buon indicatore è chiedersi se la persona può scegliere altro, oppure se qualcosa continua a scegliere per lei.
Le lenti per leggere il dolore
Il libro attinge a più prospettive, e anche la nostra discussione lo ha fatto.
La psicoanalisi classica offre la coazione a ripetere, il masochismo morale e l’identificazione con l’aggressore. Lingiardi non li tratta come reperti storici: li ancora all’attaccamento e al contesto relazionale e culturale, più che a una pulsione di morte astratta. Il masochismo diventa così un linguaggio dei legami, non un destino biologico.
L’attaccamento e il trauma spostano lo sguardo dalla colpa alla storia. Chi ripete una relazione dolorosa non la sceglie “masochisticamente”: spesso è fedele, in modo inconsapevole, a un legame che da bambino era l’unico possibile. Questa lettura toglie la colpa e il giudizio del “se la va a cercare”, ma restituisce responsabilità nel senso più sano del termine. Non siamo colpevoli del nostro passato, ma possiamo diventare responsabili di ciò che ne facciamo.
L’Ideale dell’Io e il senso di colpa spiegano il sabotatore interno. Un ideale dell’Io molto esigente crea un divario costante tra come siamo e come dovremmo essere. Il senso di colpa lo colma con l’autopunizione, e il sabotatore punisce prima che lo faccia qualcun altro, in una forma di controllo del dolore. Molti di noi si sono riconosciuti nell’immagine di chi si sabota proprio quando le cose vanno bene.
Winnicott ci ha dato la distinzione tra vero sé e falso sé. Il falso sé è un abito sociale, costruito per rispondere alle aspettative altrui, e il dolore può nascere dalla distanza tra ciò che siamo e ciò che sentiamo di dover essere. Ritrovare il vero sé è un viaggio, e in questo percorso arte e poesia hanno un ruolo speciale, perché mantengono un legame con l’inconscio e permettono di dire ciò che altrimenti resterebbe muto.
Quando la parola fallisce, il corpo parla
Uno dei nodi più intensi della serata è stato il passaggio dal dolore invisibile a quello visibile. Quando l’esperienza emotiva non riesce a essere simbolizzata, si somatizza o si agisce. Il masochismo rende fisico un dolore psichico che non trova parole, ed è ciò che vediamo, per esempio, nei disturbi del comportamento alimentare: il corpo diventa il luogo in cui il dolore si può vedere, toccare e, in qualche modo, controllare.
Lingiardi legge l’autolesionismo così: non come richiesta di attenzione, ma come tentativo di regolare un dolore senza parole, di rendere visibile l’angoscia, di sentirsi reali. Una lettura che restituisce dignità a un comportamento troppo spesso liquidato con giudizi morali. Ci siamo chiesti quale rapporto ci sia tra dolore fisico e dolore psichico, e quando l’uno si trasformi nell’altro.
Convivere o connivere
Tra le distinzioni più utili del libro c’è quella tra convivenza e connivenza col dolore. Convivere significa riconoscerlo, nominarlo e dargli un posto senza farne il centro della propria vita. Convivere significa alimentarlo senza saperlo: giustificarlo, ripresentarsi nelle stesse situazioni, costruirsi intorno un’identità. Chi convive può cambiare qualcosa, chi connive si limita a ripetere.
È un criterio prezioso anche fuori dallo studio clinico, perché permette di parlare di autocritica senza patologizzarla. E ha una conseguenza pratica: prima di provare a “spegnere” il sabotatore interno, bisogna capire a cosa serve. Ha quasi sempre una funzione protettiva, evitare una delusione, mantenere un legame, punire prima. Combatterlo senza comprenderlo genera resistenza e vergogna, e spesso sposta il sintomo altrove.
Il dolore oggi: filtri, performance e resilienza
La discussione ha poi portato il tema nel presente. La mortificazione del sé può trasformarsi in deformazione di sé: i filtri dei social, la cultura del “looksmaxxing”, fino alle comunità incel e alla manosfera, dove il malessere diventa rancore e una forma estrema di autosvalutazione.
C’è anche il versante collettivo. La retorica della resilienza e dell’ottimizzazione rischia di trasformare la sofferenza in merito o in prestazione, e di individualizzarla: se soffri, è colpa tua. Il libro invita invece a chiedersi a che cosa serve il dolore, non a esibirlo né a superarlo a tutti i costi. Abbiamo anche notato un limite dell’analogia tra individuo e società: i fenomeni collettivi hanno cause economiche e politiche che la psicologia da sola non esaurisce.
Un libro polifonico
Un’ultima nota riguarda il metodo. Lingiardi usa cinema, letteratura e poesia come strumenti di conoscenza, non come ornamenti. Rendono l’esperienza soggettiva in un modo che i dati non riescono a fare, e la psicoanalisi stessa è nata dalla letteratura. Il rischio, come ci siamo detti, è che l’eleganza narrativa dia l’impressione di una dimostrazione: meglio leggere questo approccio come conoscenza complementare al rigore empirico, non come sostituto.
Da qui anche le domande che avremmo voluto approfondire: un confronto più esplicito con le evidenze empiriche, cosa funziona davvero per chi si fa male, le differenze di genere e culturali, il masochismo sociale e politico del capitolo finale.
Cosa ci portiamo a casa
Il libro non offre soluzioni rapide, e forse è il suo pregio. Come scrive Lingiardi, vivere senza dolore è impossibile, ma possiamo contenere i danni imparando a conoscerci. Conoscersi, in concreto, significa riconoscere i propri schemi: quando, con chi e in che modo ci facciamo male, e che cosa stiamo cercando di proteggere così.
Resta aperta la sfida con cui si è chiusa la serata. Quando non riusciamo a cambiare la situazione, possiamo provare a cambiare noi, il nostro modo di starci dentro e di guardarla. E c’è la domanda che qualcuno di noi vorrebbe fare all’autore: quando il farsi male smette di essere materiale clinico e diventa semplicemente parte, quasi sana, dell’essere umano?
Hai letto “Farsi male”? Raccontaci nei commenti cosa ti ha lasciato. Il prossimo Capitolo Aperto è tra due mesi, e il libro lo scegliamo insieme.


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