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Quello che un memoir può insegnarci sull'attaccamento (più di quanto vogliamo ammettere)

  • 17 giu
  • Tempo di lettura: 7 min

Capitolo Aperto è il progetto della community The Developmental Library dedicato ai libri: ogni due mesi, chi lavora, studia o vive la psicologia si ritrova per discutere insieme un testo scelto, non un manuale, ma narrativa che parla di sviluppo umano, di relazioni, della complessità di essere persone.


L'idea di fondo è che la psicologia non viva solo nei paper, nei manuali diagnostici o nelle aule, ma anche, e forse soprattutto, nelle storie che raccontiamo su come si diventa adulti, come si ama, come si fallisce e si riprova. Leggere un memoir o un romanzo con le lenti della psicologia dello sviluppo non è un esercizio accademico fine a se stesso: è un modo per allenare uno sguardo che poi torna utile altrove, in clinica, in aula, nella vita. Una teoria letta su un manuale resta spesso un concetto; la stessa teoria vista agire in un personaggio, con tutte le sue contraddizioni, diventa qualcosa che si riconosce.


Capitolo Aperto nasce per chiunque sia appassionato dello sviluppo umano nel corso della vita: psicologi, terapisti, psichiatri, ricercatori, studenti. Non cerchiamo manuali da applicare, cerchiamo libri che, raccontando una vita, ci permettano di riconoscere pattern, domande, contraddizioni che la teoria da sola fatica a rendere vive. L'obiettivo è semplice e ambizioso insieme: aprire il dialogo, condividere prospettive diverse, alimentare la passione condivisa per la conoscenza. Non vogliamo arrivare a una lettura "corretta" e univoca del libro: vogliamo che ognuno porti la propria lente, e che dal confronto tra lenti diverse emerga qualcosa che nessuno di noi avrebbe visto leggendo da solo.


Per il nostro ultimo incontro abbiamo scelto Tutto quello che so sull'amore di Dolly Alderton. E c'è un momento, mentre leggevo, in cui ho smesso di leggere come lettrice e ho cominciato a leggere come psicologa. È successo nello stesso punto in cui succede sempre: quando il personaggio fa qualcosa che "non dovrebbe" fare, e invece di giudicarlo ho pensato ah, ecco, questo è esattamente ciò che la teoria dell'attaccamento prevede. Da quel momento in poi non sono più riuscita a leggerlo diversamente, e a quanto pare non sono stata l'unica nella community.


Nonostante il titolo, questo non è un libro sull'amore romantico. È la storia di Dolly che, tra i vent'anni e i primi trent'anni, costruisce, sbagliando, soprattutto sbagliando, un vocabolario per dire cosa significhi amare ed essere amata. L'amore qui non è una destinazione a cui arrivare con la persona giusta, ma un linguaggio che si apprende per tentativi, per errori ripetuti, per piccole correzioni che richiedono anni prima di sedimentare in qualcosa di stabile.


La forma stessa del libro racconta questo processo. Capitoli narrativi si alternano a ricette, a messaggi di testo, a liste della spesa emotiva più che alimentare. Questa frammentazione non è un vezzo stilistico: è lo specchio formale di un'identità ancora in costruzione, che non riesce a contenersi in un'unica voce narrativa coerente perché, semplicemente, non lo è ancora. E la crescita di Dolly, quando arriva, non è lineare: procede a spirale, tornando più volte sugli stessi errori con varianti leggermente diverse, finché la consapevolezza, che precede sempre il cambiamento, non riesce finalmente a tradursi in comportamento. Chiunque abbia lavorato in clinica conosce bene questa distanza: sapere cosa si dovrebbe fare e riuscire a farlo sono due processi psicologici diversi, e il tempo che li separa è spesso il vero lavoro terapeutico.


È proprio questo che ha reso il libro perfetto per la nostra discussione: non offre soluzioni, offre materiale grezzo. Materiale che, letto con le lenti giuste, diventa un'occasione per parlare di temi che attraversano la psicologia dello sviluppo in modo trasversale, ben oltre la singola vicenda di un'autrice inglese nei suoi vent'anni.


Le lenti psicologiche

La prima cosa emersa, quasi subito, è stato l'attaccamento ansioso di Dolly. Lo si vede nel modo in cui confonde sistematicamente l'intensità con l'intimità: una relazione che brucia forte, che occupa ogni pensiero, che alterna picchi di euforia e crolli, viene letta come prova di amore vero, mentre una relazione calma e stabile viene scambiata per assenza di passione, quindi per mancanza di interesse reale. È un equivoco che la letteratura sull'attaccamento documenta da decenni: chi ha uno stile ansioso tende a interpretare l'ambiguità relazionale come una minaccia da risolvere immediatamente, non come una condizione normale da tollerare. E infatti Dolly tollera malissimo l'ambiguità: ogni messaggio non risposto, ogni silenzio, diventa un dato da analizzare, decodificare, da cui dedurre lo stato della relazione. Quello che a un osservatore esterno sembra normale incertezza relazionale, per chi vive con questo stile di attaccamento è urgenza emotiva.


Accanto a questo, abbiamo riconosciuto un'identità in moratorium, per usare la terminologia di Marcia. Dolly esplora moltissimo, professionalmente e affettivamente, ma con un'asimmetria che è valsa la pena approfondire nel gruppo. La sua identità professionale si consolida con una certa linearità: trova la scrittura, ci si dedica, costruisce una carriera che, capitolo dopo capitolo, acquista forma e direzione. La sua identità affettiva, invece, resta diffusa, esplorativa, apparentemente senza fretta di stabilizzarsi, fatta di relazioni che iniziano e finiscono senza che nessuna sembri davvero "quella definitiva", e senza che questo venga vissuto come un problema da risolvere in fretta. È un pattern che chiunque lavori con giovani adulti riconoscerà immediatamente: si può essere molto sicuri di sé sul lavoro e completamente in alto mare sentimentalmente, nello stesso momento della stessa vita, e i due processi di consolidamento identitario, professionale e affettivo, non procedono affatto allo stesso ritmo.


C'è poi un'autostima che nella nostra discussione abbiamo definito condizionale: alta, a tratti persino sfacciata, capace di occupare una stanza, ma fragile sotto la superficie. Tiene quando le condizioni sono favorevoli, quando piace, quando è al centro dell'attenzione, quando la serata va come deve andare, e si incrina rapidamente quando l'approvazione esterna manca o quando qualcuno la rifiuta. Non è autostima bassa nel senso classico del termine, è qualcosa di più sottile e forse più diffuso di quanto pensiamo: un senso di valore che esiste solo finché viene confermato dall'esterno, e che richiede quindi una sorveglianza costante delle reazioni altrui per restare in piedi.


Tutto questo si inserisce nella cornice più ampia dell'emerging adulthood, il periodo di vita teorizzato da Arnett tra la fine dell'adolescenza e l'inizio dell'età adulta piena. Dolly vive la libertà di questa fase in modo ambivalente, simultaneamente come privilegio e come peso: nessuno le dice cosa fare, ma proprio per questo nessuno le dice nemmeno se sta facendo la cosa giusta. È uno spazio aperto che a tratti somiglia più a un vuoto da riempire che a un'opportunità da cogliere, e il libro non nasconde mai questa ambivalenza dietro un'estetica facile della libertà giovanile.


Le relazioni come specchio

Se le lenti individuali raccontano Dolly da dentro, le sue relazioni la raccontano da fuori, e qui il libro diventa ancora più ricco per chi lavora sui legami, non solo sull'individuo.


L'amicizia con Farly è l'unica relazione del libro che non delude sistematicamente. In un racconto pieno di storie d'amore che finiscono male, di delusioni romantiche ripetute con varianti diverse dello stesso schema, l'amicizia tra le due funziona come una vera base sicura, nel senso più tecnico del termine bowlbiano: un punto fermo da cui partire per esplorare il mondo, e a cui tornare quando l'esplorazione va male. È significativo che nel libro sia un'amicizia, e non una relazione romantica, a svolgere questa funzione, e ne abbiamo discusso a lungo nel gruppo: cosa rende un'amicizia capace di offrire sicurezza dove le relazioni romantiche, nello stesso periodo di vita, falliscono sistematicamente in questo compito?


Il ruolo dell'alcol resta invece una domanda che il libro pone senza risolvere, ed è forse la sua scelta narrativa più onesta. È sfondo culturale, il rito sociale condiviso di una generazione e di un ambiente specifico? O è un meccanismo di evitamento individuale, un modo per Dolly di restare in relazioni e situazioni che altrimenti risulterebbero insostenibili senza un'anestesia parziale? Alderton non sceglie per il lettore, e nella nostra discussione questa ambiguità è diventata un punto di confronto reale: c'è chi ha letto l'alcol come puro elemento di colore generazionale, e chi invece lo ha riconosciuto come una strategia di regolazione emotiva con cui Dolly tampona l'ansia, prima ancora di averla nominata come tale a se stessa.


Abbiamo parlato anche di quello che abbiamo chiamato il doppio vincolo di genere: sii libera, ma non troppo libera da risultare sola; sii autonoma, ma non così autonoma da risultare inavvicinabile. Una pressione che nel libro non viene mai dichiarata esplicitamente, non c'è una scena in cui qualcuno lo dice a voce alta, ma che attraversa ogni scelta di Dolly come un sottotesto costante, quasi un rumore di fondo che condiziona le decisioni senza mai diventare oggetto di discussione diretta. Ed è forse proprio per questo che resta così potente: non viene mai affrontato, eppure viene continuamente subito.


Infine l'umorismo, che nel libro funziona apertamente come difesa. L'ironia permette a Dolly di avvicinarsi al dolore senza attraversarlo fino in fondo: ogni momento davvero difficile viene rapidamente trasformato in aneddoto, in battuta, in racconto divertente da fare agli amici il giorno dopo. Per il lettore questo è un dono, perché rende il libro leggero, scorrevole, spesso esilarante anche quando il contenuto sarebbe potuto risultare pesante. Per l'autrice, immaginiamo, è stato probabilmente un rifugio: un modo per raccontare la propria storia restando a una distanza di sicurezza da essa, abbastanza vicina da essere autentica, abbastanza lontana da non farsi male di nuovo nel raccontarla.


Cosa ci portiamo a casa

C'è una frase, verso la fine del libro, che riassume meglio di qualsiasi nostra analisi il punto a cui siamo arrivati insieme: l'amore che salva non è quello romantico, ma quello fatto di amicizia, della rete di persone che si tengono, si chiamano, si siedono insieme nel disordine della vita adulta.


È un'idea che, da psicologi, conosciamo bene nella teoria. Sappiamo che le relazioni di amicizia possono funzionare come basi sicure, sappiamo che il supporto sociale è un fattore protettivo robusto, sappiamo che l'attaccamento non si esaurisce nelle relazioni romantiche. Vederla raccontata, vissuta, sbagliata e infine compresa da un personaggio reale, con tutti i suoi errori specifici e le sue resistenze concrete, è un altro tipo di apprendimento, più lento ma forse più duraturo di quello che arriva da un articolo o da un manuale.


È per questo che esiste Capitolo Aperto: per ricordarci che la conoscenza psicologica più solida è spesso quella che troviamo già scritta, in altre parole, in un libro che qualcuno ha scritto senza sapere di parlare anche di noi, dei nostri pazienti, dei nostri studenti, di noi stessi nei nostri vent'anni. E per ricordarci che leggere insieme, confrontando lenti diverse sulla stessa pagina, resta uno dei modi più semplici e più efficaci che abbiamo per affinare lo sguardo con cui poi torniamo al nostro lavoro quotidiano.

 
 
 

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