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La Theraplay: un approccio psicoterapeutico basato sull’Attaccamento e sul gioco - Fondamenti Teorici, Dimensioni Operative e Applicazioni Cliniche

  • 15 feb
  • Tempo di lettura: 14 min


Articolo scritto in collaborazione con @dott.ssa_bianca.asciutto


Abstract

La Theraplay rappresenta un intervento psicoterapeutico diadico breve, strutturato e basato sull'attaccamento, sviluppato presso il Theraplay Institute di Chicago nel 1967 da Ann Jernberg e Phyllis Booth. Questo approccio integra la teoria dell’attaccamento di Bowlby, le neuroscienze affettive, la ricerca sul gioco e la teoria polivagale di Porges, promuovendo la regolazione emotiva e comportamentale attraverso interazioni ludiche sicure e riparative. L’articolo esamina i fondamenti teorici, le quattro dimensioni operative (struttura, coinvolgimento, accudimento e sfida), le basi neurobiologiche dell’intervento e le applicazioni cliniche con bambini dai 3 ai 13 anni che presentano difficoltà di attaccamento, trauma relazionale e disregolazione emotiva.


Introduzione

La Theraplay nasce nel 1967 presso il Theraplay Institute di Chicago grazie al lavoro pionieristico di Ann Jernberg e Phyllis Booth (Booth & Jernberg, 2010). Si tratta di una forma di psicoterapia diadica breve in cui bambino e caregiver sono entrambi protagonisti attivi delle sedute terapeutiche. L’approccio si distingue per il suo focus sull’interazione nel qui ed ora e per l’utilizzo sistematico del gioco come strumento terapeutico principale (Munns, 2009).


A differenza di altri approcci terapeutici infantili, la Theraplay pone particolare enfasi sulla relazione diadica e sulla co-regolazione emotiva, modulando gli interventi in base al livello di arousal del bambino (Siu, 2014). L’obiettivo primario è migliorare la qualità del legame di attaccamento attraverso esperienze di gioco strutturate, favorendo lo sviluppo di modalità relazionali più funzionali e incrementando sia le abilità sociali del bambino sia le competenze genitoriali dell’adulto (Wettig et al., 2011).


Fondamenti Teorici della Theraplay

La Teoria dell’Attaccamento come Base dell’Intervento

La Theraplay affonda le sue radici nella teoria dell’attaccamento di John Bowlby (1969, 1988), secondo cui i pattern relazionali precoci con le figure di riferimento plasmano i Modelli Operativi Interni (MOI) che il bambino utilizza per interpretare le relazioni future. La sicurezza dell’attaccamento dipende dalla sensibilità e responsività del caregiver, che funge da base sicura per l’esplorazione del mondo (Ainsworth et al., 1978).


L’intervento Theraplay lavora direttamente sulla diade caregiver-bambino, promuovendo la modificazione dei MOI attraverso esperienze relazionali correttive (Booth & Jernberg, 2010). Il bambino reimpara progressivamente a stare in una vicinanza fisica ed emotiva sicura con l’altro, sperimentando pattern di interazione caratterizzati da sintonizzazione, prevedibilità e responsività (Siegel, 1999). Questo processo permette la riparazione di esperienze di attaccamento insicuro o disorganizzato, favorendo l’internalizzazione di una base sicura (Cassidy & Shaver, 2016).


Neuroscienze, Gioco e Sviluppo Cerebrale

Le neuroscienze affettive hanno dimostrato che il gioco svolge un ruolo cruciale nello sviluppo cerebrale e nella regolazione emotiva (Panksepp, 2004). Il gioco elicita emozioni piacevoli e favorisce il rilascio di neurotrasmettitori quali dopamina e serotonina nelle aree cerebrali associate al piacere e al benessere (Brown & Vaughan, 2009). Questi processi neurochimici non solo rendono l’esperienza ludica intrinsecamente gratificante, ma facilitano anche l’apprendimento e la plasticità neurale.


Gli studi sul cervello evidenziano che il gioco regola il sistema limbico e le emozioni difficili, promuovendo lo sviluppo del lobo prefrontale (Schore, 2003). Attraverso interazioni ludiche sicure e sintonizzate, si verifica un pruning sinaptico selettivo e il rafforzamento delle connessioni neurali associate alla regolazione emotiva e alle funzioni esecutive (Perry, 2009). La ripetizione di esperienze positive nel contesto terapeutico consente la neuroplasticità, ovvero la modificazione delle strutture cerebrali e dei circuiti neurali in risposta all’esperienza (Siegel, 2012).


La Teoria Polivagale e la Regolazione dell’Arousal

La teoria polivagale di Stephen Porges (2011) fornisce un framework neurofisiologico per comprendere come la Theraplay influenzi la regolazione emotiva. Secondo Porges, il nervo vago, componente del sistema nervoso autonomo, è alla base del nostro sistema di allarme ed è implicato nella regolazione delle emozioni e delle risposte di difesa (attacco, fuga, freezing).


Le attività di gioco proposte nella Theraplay calmano il nervo vago, attivando il sistema di coinvolgimento sociale (social engagement system) mediato dal ramo ventrale del vago (Porges, 2007). Questo permette al bambino di passare da stati di iper- o ipo-arousal a uno stato di regolazione ottimale, all’interno della finestra di tolleranza (Siegel, 1999). L’intervento tiene conto del bisogno sensoriale specifico del bambino: per i bambini in stato di ipoarousal (ritiro, dissociazione), si utilizzano giochi che favoriscono l’attivazione; per quelli in iperarousal (agitazione, iperattività), si propongono attività che favoriscono la regolazione verso il basso e il contenimento (Lindaman & Booth, 2010).


L’Importanza dell’Interazione nel Qui ed Ora

La Theraplay pone un’attenzione particolare sulle esperienze interpersonali nel presente immediato. Le ricerche dimostrano che le interazioni interpersonali positive aumentano le abilità sociali del bambino e plasmano lo sviluppo cerebrale attraverso meccanismi di co-regolazione (Tronick, 2007). La qualità delle interazioni diadiche influenza direttamente la maturazione dei circuiti neurali responsabili della regolazione emotiva, dell’empatia e della mentalizzazione (Fonagy et al., 2002).


Il concetto di co-regolazione dell’arousal è centrale: attraverso i giochi proposti, il bambino apprende progressivamente a regolarsi e a rendere più flessibile la propria finestra di tolleranza (Ogden et al., 2006). Il caregiver, guidato dal terapeuta, diventa un regolatore esterno che gradualmente viene internalizzato dal bambino, portando allo sviluppo di capacità di autoregolazione (Sroufe, 1996).


Il Primato del Non Verbale e il Focus sul Corpo

Un aspetto distintivo della Theraplay è il primato accordato alla comunicazione non verbale e al contatto fisico. Attraverso il contatto fisico sicuro e graduale, il bambino reimpara come si può stare vicini in modo piacevole, superando eventuali esperienze traumatiche o pattern di evitamento relazionale (Booth & Jernberg, 2010). Questo approccio riconosce che gran parte della comunicazione emotiva avviene attraverso canali non verbali quali lo sguardo, il tono della voce, la postura e il tocco (Schore, 2001).


La Theraplay utilizza tecniche bottom-up che facilitano il riconoscimento delle sensazioni fisiche, aspetto fondamentale per la regolazione delle emozioni (van der Kolk, 2014). Lavorare direttamente con il corpo consente di bypassare le difese cognitive e di accedere a pattern impliciti di relazione e regolazione emotiva memorizzati a livello somatico (Ogden & Fisher, 2015). Il focus sul corpo è particolarmente efficace con bambini che hanno vissuto traumi relazionali precoci, in quanto il trauma tende a essere immagazzinato nella memoria procedurale e somatica piuttosto che in quella narrativa (Perry & Szalavitz, 2006).

Le Quattro Dimensioni Operative della Theraplay

La Theraplay si articola in quattro dimensioni operative fondamentali, ciascuna mirata a specifici aspetti dello sviluppo relazionale ed emotivo del bambino: struttura, coinvolgimento, accudimento e sfida (Booth & Jernberg, 2010; Lindaman & Booth, 2010). Queste dimensioni non sono mutuamente esclusive ma vengono integrate fluidamente all’interno delle sedute terapeutiche in base alle necessità individuali del bambino e della diade.


1. Struttura: Regolazione Ambientale e Prevedibilità

La dimensione della struttura si focalizza sulla regolazione ambientale, che favorisce le capacità di autocontrollo e di adattamento nel bambino. Le attività di struttura prevedono che l’adulto organizzi l’ambiente del bambino affinché sia sicuro, prevedibile e contenuto (Munns, 2009). Questa organizzazione esterna sostiene gradualmente lo sviluppo della regolazione interna del bambino.

La struttura è particolarmente utile per bambini con ADHD e difficoltà nel rispetto delle regole, poiché fornisce confini chiari e aspettative prevedibili che riducono l’ansia e aumentano il senso di sicurezza (Siu, 2014). È altresì indicata per caregiver che hanno difficoltà a stabilire regole e limiti appropriati, aiutandoli a sviluppare competenze di guida autorevole (non autoritaria) del comportamento del bambino.


Gli elementi chiave della struttura includono:

  • Routine prevedibili e rituali che creano aspettative chiare

  • Limiti fermi ma gentili che definiscono i confini del comportamento accettabile

  • Organizzazione dello spazio fisico e temporale delle attività

  • Guida adulta che fornisce contenimento senza essere punitiva


2. Coinvolgimento: Connessione Emotiva e Sintonizzazione

La dimensione del coinvolgimento promuove il piacere condiviso, la sincronia e la reciprocità, elementi fondamentali per la connessione emotiva. Attraverso attività sintonizzate ai bisogni del bambino, quest’ultimo si sente visto, ascoltato e compreso (Booth & Jernberg, 2010). Il coinvolgimento facilita lo sviluppo della mentalizzazione, ovvero la capacità di comprendere gli stati mentali propri e altrui (Fonagy et al., 2002).


Questa dimensione è particolarmente utile per bambini chiusi in sé stessi, inibiti o eccessivamente rigidi, che hanno difficoltà a entrare in contatto emotivo con gli altri (Wettig et al., 2011). È altresì indicata per caregiver disattenti o con difficoltà a sintonizzarsi con il proprio bambino, aiutandoli a sviluppare maggiore sensibilità e responsività ai segnali del figlio.


Le attività di coinvolgimento includono:

  • Giochi di sguardo reciproco e rispecchiamento emotivo

  • Attività ritmiche e sincronizzate che promuovono la sintonizzazione

  • Momenti di gioco reciproco che celebrano l’unicità del bambino

  • Esperienze di piacere condiviso che rafforzano il legame


3. Accudimento: Cura, Sicurezza e Contenimento

Nella dimensione dell’accudimento, il terapeuta propone attività strutturate che elicitano calma, sicurezza e contenimento. Il bambino si sente curato e confortato sia fisicamente sia emotivamente (Booth & Jernberg, 2010). Le attività di accudimento sono rilassanti e rassicuranti e, attraverso il contatto fisico, permettono una regolazione dell’arousal particolarmente efficace (Lindaman & Booth, 2010).


L’accudimento è cruciale per bambini agitati, con disturbo post-traumatico da stress (DPTS) o con ferite fisiche ed emotive che hanno compromesso la fiducia di base (van der Kolk, 2014). È inoltre indicato per caregiver che desiderano creare esperienze riparative attraverso la vicinanza e il contatto, specialmente quando la storia relazionale è stata caratterizzata da distanza emotiva o traumi.


Le attività di accudimento comprendono:

  • Rituali di cura fisica come “check-up" simbolici o massaggi alle mani

  • Momenti di contenimento fisico rassicurante

  • Attività che comunicano il messaggio “mi prendo cura di te

  • Esperienze sensoriali calmanti che favoriscono la regolazione verso il basso


4. Sfida: Competenza, Autonomia e Autoefficacia

Attraverso i giochi di sfida, il bambino sviluppa competenza, autonomia ed autoefficacia, sempre con il supporto dell’adulto. Il terapeuta guida e sostiene il bambino nella zona di sviluppo prossimale di Vygotsky (1978), incoraggiandolo ad assumersi piccoli rischi evolutivi appropriati al suo livello di sviluppo (Booth & Jernberg, 2010).


Le attività di sfida consentono al bambino di percepirsi capace e sicuro, di sperimentare novità e di esplorare oltre la propria zona di comfort. Questa dimensione è particolarmente utile per bambini inibiti, timorosi o chiusi in sé stessi, oppure molto rigidi, che evitano situazioni nuove per timore del fallimento (Siu, 2014). È inoltre indicata per caregiver competitivi o con aspettative inadeguate rispetto al livello di sviluppo del bambino, aiutandoli a calibrare meglio le richieste e a celebrare i progressi incrementali.


Gli elementi della sfida includono:

  • Compiti leggermente al di sopra delle competenze attuali del bambino

  • Supporto graduale e scaffolding che garantisce il successo

  • Celebrazione dei tentativi e dei progressi, non solo dei risultati

  • Incoraggiamento all’esplorazione e alla tolleranza della frustrazione


Il Modello Teorico di Riferimento: Dall’Attaccamento alla Neuroplasticità

La Theraplay integra diversi framework teorici in un approccio coerente che collega la teoria dell’attaccamento alle più recenti scoperte delle neuroscienze. L’attaccamento sicuro costituisce la base su cui si sviluppano regolazione emotiva, autostima e capacità relazionali (Bowlby, 1988; Cassidy & Shaver, 2016). Il legame caregiver-bambino funge da matrice relazionale all’interno della quale il bambino apprende a modulare le proprie emozioni, a sviluppare fiducia negli altri e a costruire un’immagine positiva di sé.


Il concetto di neuroplasticità è centrale per comprendere il meccanismo d’azione della Theraplay (Siegel, 2012). Le esperienze ripetute di sintonizzazione e co-regolazione modificano le connessioni neurali, creando nuovi pattern relazionali che vengono gradualmente consolidati attraverso la ripetizione (Perry, 2009). Questo processo permette la riorganizzazione dei Modelli Operativi Interni, precedentemente caratterizzati da insicurezza o disorganizzazione, verso pattern più sicuri e funzionali.


La riparazione relazionale è un altro concetto chiave: la Theraplay non mira a eliminare le rotture nella relazione, ma a insegnare come ripararle in modo sicuro e connesso (Tronick & Beeghly, 2011). Questo rispecchia ciò che avviene nelle relazioni di attaccamento sicuro, dove le inevitabili rotture sono seguite da riparazioni efficaci che rafforzano, piuttosto che indebolire, il legame.


La Finestra di Tolleranza e la Regolazione dell’Arousal

Un concetto fondamentale per comprendere l’approccio Theraplay alla regolazione emotiva è quello di “finestra di tolleranza”, coniato da Daniel Siegel (1999). La finestra di tolleranza rappresenta la zona ottimale di arousal all’interno della quale il bambino è regolato, può apprendere efficacemente e relazionarsi in modo funzionale.


Quando un bambino si trova al di sopra della finestra (iperarousal), manifesta sintomi quali agitazione, iperattività, rabbia e comportamenti dirompenti. In questo stato, il sistema nervoso simpatico è iperattivato e il bambino si trova in modalità di attacco o fuga; (Porges, 2011). L’intervento Theraplay in questi casi prevede attività calmanti, contenimento fisico e attività della dimensione dell’accudimento che favoriscono la regolazione verso il basso.


Quando invece il bambino si trova al di sotto della finestra (ipoarousal), mostra sintomi di ritiro, dissociazione, chiusura emotiva e apatia. In questo stato di  freezing o collasso, il sistema nervoso parasimpatico dorsal vagale è predominante (Porges, 2007). L’intervento prevede attività energizzanti, coinvolgimento attivo e stimolazione della dimensione di coinvolgimento e struttura che favoriscono l’attivazione.


L’obiettivo terapeutico è ampliare gradualmente la finestra di tolleranza attraverso esperienze di co-regolazione sicure e prevedibili (Ogden et al., 2006). Il caregiver, guidato dal terapeuta, impara a riconoscere i segnali di arousal del bambino e a modulare di conseguenza le proprie risposte, fornendo la giusta quantità di attivazione o calma in base alle necessità del momento.


Il Ruolo del Terapeuta nella Theraplay

Il terapeuta Theraplay assume un ruolo attivo e strutturato che si distingue da quello di altri approcci terapeutici infantili. La sua funzione non è solo di osservatore o facilitatore, ma di guida attiva che modella interazioni sicure e sintonizzate, coinvolgendo direttamente il caregiver nel processo terapeutico (Booth & Jernberg, 2010).


La valutazione iniziale costituisce un momento fondamentale del processo. Viene tipicamente utilizzato il Marschak Interaction Method (MIM), uno strumento di osservazione videoregistrata dell’interazione caregiver-bambino che permette di identificare i pattern relazionali e le aree di forza e difficoltà della diade (Lindaman & Booth, 2010). Questa valutazione strutturata fornisce informazioni preziose su quali dimensioni necessitano maggiore attenzione e su come personalizzare l’intervento.


Durante le sedute, il terapeuta propone attività mirate alle quattro dimensioni, modellando per il caregiver modalità di interazione efficaci. Sostiene il caregiver nel ruolo attivo, fornendo feedback positivi e suggerimenti in tempo reale, e regola continuamente l’intensità e il ritmo delle attività in base all’arousal del bambino (Munns, 2009). Questa flessibilità nell’adattare l’intervento momento per momento è una competenza chiave del terapeuta Theraplay.


Un aspetto cruciale dell’intervento è il transfert delle competenze nella vita quotidiana. Il terapeuta insegna al caregiver a replicare le attività a casa, rafforza le competenze genitoriali emergenti e promuove la generalizzazione dei progressi oltre il setting terapeutico (Siu, 2014). L’obiettivo è che il caregiver diventi progressivamente autonomo nell’utilizzare i principi della Theraplay nelle interazioni quotidiane con il bambino.


La Theraplay è direttiva ma mai intrusiva: il terapeuta mantiene una guida chiara e rassicurante, rispettando sempre i tempi del bambino e modulando l’intervento in base ai segnali non verbali di comfort o disagio (Booth & Jernberg, 2010). Questo equilibrio tra struttura e sensibilità è essenziale per creare un’esperienza terapeutica che sia al contempo sicura e trasformativa.


Applicazioni Cliniche e Popolazioni Target

La Theraplay è adatta a bambini dai 3 ai 13 anni e si rivolge principalmente a tre categorie di difficoltà: problematiche di attaccamento, trauma e stress relazionale, e disregolazione emotiva e comportamentale (Wettig et al., 2011).


Per quanto riguarda le difficoltà di attaccamento, la Theraplay è particolarmente efficace con bambini che manifestano pattern di attaccamento insicuro (evitante, ambivalente) o disorganizzato, spesso risultato di esperienze precoci di trascuratezza, maltrattamento o separazioni traumatiche (Siu, 2014). L’intervento mira a riparare la fiducia di base e a promuovere lo sviluppo di un attaccamento sicuro attraverso esperienze correttive ripetute.


Nel caso di trauma e stress relazionale, la Theraplay offre un approccio non verbale e somatico particolarmente indicato per bambini che hanno vissuto esperienze traumatiche che possono essere difficili da elaborare verbalmente (van der Kolk, 2014). Il focus sul corpo e sulla regolazione dell’arousal permette di lavorare direttamente con le memorie implicite del trauma, favorendo la riorganizzazione dei pattern di risposta allo stress.


Per i bambini con difficoltà di regolazione emotiva e comportamentale, inclusi quelli con diagnosi di ADHD, disturbi oppositivi o problemi di controllo degli impulsi, la Theraplay fornisce struttura esterna, opportunità di co-regolazione e esperienze di successo che promuovono lo sviluppo di capacità di autoregolazione (Munns, 2009). Le quattro dimensioni vengono bilanciate in base alle necessità specifiche: maggiore struttura per bambini con difficoltà di autocontrollo, maggiore coinvolgimento per bambini ritirati, e così via.


La ricerca empirica supporta l’efficacia della Theraplay. Uno studio di Wettig et al. (2011) ha documentato miglioramenti significativi nei problemi comportamentali e nelle competenze sociali dei bambini trattati con Theraplay. Altri studi hanno evidenziato riduzioni nell’ansia, miglioramenti nella qualità dell’attaccamento e aumenti nelle competenze genitoriali dei caregiver (Lindaman & Booth, 2010; Siu, 2014).


Conclusioni

La Theraplay rappresenta un intervento terapeutico innovativo che integra solidamente la teoria dell’attaccamento, le neuroscienze affettive, la ricerca sul gioco e la teoria polivagale in un approccio pratico e basato sull’evidenza. Attraverso interazioni sicure, piacevoli e riparative, la Theraplay promuove la regolazione emotiva e comportamentale, sostiene lo sviluppo di sicurezza e fiducia, e rafforza la relazione bambino-caregiver (Booth & Jernberg, 2010).


Le quattro dimensioni operative — struttura, coinvolgimento, accudimento e sfida forniscono un framework flessibile ma strutturato per modulare l’intervento in base alle necessità individuali di ciascuna diade. Il terapeuta guida attivamente il processo, coinvolgendo il caregiver affinché le esperienze terapeutiche diventino modelli relazionali interni trasferibili nella vita quotidiana (Munns, 2009).


L’enfasi sul qui ed ora, sulla comunicazione non verbale e sulla co-regolazione rende la Theraplay particolarmente adatta a bambini che hanno difficoltà ad accedere alle proprie esperienze emotive attraverso modalità puramente verbali (van der Kolk, 2014). Il riconoscimento dell’importanza delle sensazioni fisiche e l’utilizzo di tecniche bottom-up permettono di lavorare direttamente con le memorie implicite e i pattern somatici di regolazione.


La ricerca futura dovrebbe continuare a esplorare i meccanismi neurobiologici attraverso cui la Theraplay produce i suoi effetti terapeutici, nonché approfondire quali specifiche dimensioni siano più efficaci per quali tipologie di problematiche. Studi longitudinali potrebbero inoltre indagare la stabilità nel tempo dei miglioramenti ottenuti e i fattori che predicono il successo terapeutico.


In conclusione, la Theraplay offre un approccio terapeutico ricco e multidimensionale che onora la complessità dello sviluppo infantile e riconosce il ruolo centrale della relazione caregiver-bambino come contesto privilegiato per la crescita, la guarigione e la trasformazione. Favorendo competenza, autonomia e autoefficacia nel bambino, e rafforzando le competenze genitoriali dell’adulto, la Theraplay promuove cambiamenti sistemici che si estendono ben oltre la sala terapeutica, influenzando positivamente la traiettoria di sviluppo dell’intero sistema familiare.


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