PADRI INVISIBILI: LA DEPRESSIONE PERINATALE PATERNA - Quadro clinico, fattori di rischio e implicazioni per il sistema familiare
- 7 mar
- Tempo di lettura: 17 min

Articolo scritto in collaborazione con @mondopsi
Abstract:
La Depressione Perinatale Paterna (DPP) è una condizione psicopatologica ancora poco riconosciuta, nonostante interessi circa 1 padre su 10. La sottodiagnosi è spesso legata a stereotipi di genere che ostacolano il riconoscimento della sofferenza psicologica maschile nel contesto della genitorialità. Il presente articolo offre una revisione integrata della letteratura sulla DPP, partendo da una definizione del costrutto e dall’analisi del ruolo del padre nel mantenimento e nella tutela del sistema familiare (padre – madre – bambino). Vengono descritti i principali sintomi, le cause e i fattori di rischio della DPP, evidenziando le influenze reciproche tra la salute mentale paterna e materna nel periodo perinatale. L’articolo approfondisce inoltre gli strumenti di valutazione attualmente disponibili, con riferimento alla Edinburgh Postnatal Depression Scale. Infine, vengono discussi gli interventi clinici possibili e le prospettive di prevenzione, sottolineando l’importanza di un maggiore coinvolgimento dei padri nei percorsi di accompagnamento alla nascita (CAN) e nei programmi di monitoraggio della salute mentale perinatale.
Parole chiave: salute mentale perinatale, depressione perinatale paterna, depressione post-partum, transizione alla genitorialità, sistema familiare, sviluppo psico-emotivo del bambino, valutazione psicologica perinatale.
Introduzione
Quando si parla di salute mentale perinatale, l’attenzione ricade quasi sempre sulla madre. Anche per i padri, tuttavia, la nascita di un figlio rappresenta un cambiamento significativo, che può portare a vissuti emotivi intensi e negativi come ansia, tristezza e confusione. Quando questi vissuti divengono significativi, possiamo parlare di una vera e propria condizione patologica: la Depressione Perinatale Paterna (DPP).
La DPP colpisce in media il 10% dei padri, con picchi del 30% in particolari situazioni di rischio (Paulson & Bazemore, 2010). Questi dati sono da considerarsi come parziali: attualmente, infatti, la maggior parte dei servizi per la genitorialità è rivolta alla madre e al neonato (Ramchandani et al., 2011). I padri sono raramente fatti oggetto di screening, e pertanto la DPP resta una patologia poco conosciuta e sotto-diagnosticata. I principali responsabili sembrano essere gli stereotipi di genere in materia di salute mentale maschile e genitorialità (Seidler et al., 2016), che causano, da una parte, una scarsa attenzione sanitaria verso i padri, dall’altra, una scarsa propensione dei diretti interessati a richiedere supporto specialistico in caso di disagio emotivo (Addis & Hoffman, 2017).
Il presente articolo desidera contribuire a diffondere la conoscenza dei caratteri della Depressione Perinatale Paterna e delle possibilità d’intervento, al fine di garantire la salute non solo dei padri ma dell’intero sistema familiare.
La funzione paterna nel sistema famiglia.
Per lungo tempo, la ricerca psicologica si è dedicata allo studio delle funzioni materne, in quanto si riteneva che le madri possedessero delle doti innate di sintonizzazione verso i bisogni fisiologici e psico-affettivi del bambino. Le evidenze e i protocolli, pertanto, si basavano in prevalenza sull’interazione rigidamente diadica madre-bambino. Il padre restava tutt’al più uno sfondo, il garante della stabilità economica della famiglia (Saraceno, 2017).
Anche l’etologia, come la psicologia, si è occupata prevalentemente della figura materna. Le ragioni sono connesse ad una considerazione evolutiva: secondo i princìpi della selezione naturale, se le femmine devono investire tempo e risorse per gestare, partorire e curare i propri piccoli, i maschi sono spesso liberi di accoppiarsi con altre femmine per moltiplicare le possibilità di sopravvivenza dei propri geni (Masson, 2000). A riprova di ciò, “le cure paterne sono osservate solo nel 3-5% delle specie di mammiferi” (Swain et al., 2014); nella maggior parte dei casi i padri assumono atteggiamenti “assenti” o addirittura “prepotenti” verso i loro piccoli (Swain et al., 2014). Tuttavia vi sono degli esempi che non è possibile ignorare: il pinguino imperatore,che trattiene l’uovo al sicuro tra i suoi piedi per circa tre mesi; o la gestazione e il parto a carico dei cavallucci marini maschi; o ancora i tamarini, una specie di scimmie che trasportano sul dorso anche piccoli che non sono figli loro (Hrdy, 1999). Inoltre, nel corso degli anni anche negli esseri umani si è notato un crescente coinvolgimento dei padri nelle cure parentali, nonché una grande variabilità nell’impegno profuso dai padri nella crescita della prole. Queste considerazioni hanno portato gli etologi a ritenere che, sebbene esista un programma “biologico” (Lamb et al., 1987), questo non può essere visto in ottica deterministica; vi è piuttosto una certa plasticità degna di essere indagata.
Le dimostrazioni etologiche sul comportamento genitoriale nei padri si sono servite soprattutto dei ratti. Ad esempio, Rosenblatt compì uno studio sperimentale sui ratti finalizzato a comprendere quali ormoni fossero coinvolti nella regolazione dell’accudimento dei cuccioli (Rosenblatt, 1967). Il campione era composto per metà da ratti di sesso femminile, ovariectomizzate e mai state gravide, e per metà da ratti di sesso maschile, castrati e mai fatti accoppiare. L’intero campione venne posto in contatto continuativo per 10-15 giorni con dei cuccioli di ratto appena nati. I risultati mostrarono che quasi tutti gli animali, già al quarto giorno, esibivano un comportamento genitoriale, indipendentemente dal sesso. Lo studio di Rosenblatt diede due importanti indicazioni: tutti i ratti, e per estensione tutti i mammiferi, possiedono un livello basale di reattività genitoriale, regolato da circuiti cerebrali che si attivano ogni qualvolta il mammifero si trova di fronte a cuccioli indifesi(Rosenblatt, 1967); e questi circuiti divengono più accessibili solo con il loro esercizio, altrimenti rimangono silenti (Crapkowska & Wold, 2018).
Anche nei padri umani il coinvolgimento sin dai primi mesi di vita appare estremamente importante per permettere l’attivazione del Parental Care Network, ovvero il circuito cerebrale connesso allo svolgimento della funzione genitoriale (Rilling, 2013). In particolare, seguendo la concettualizzazione della teoria dell’attaccamento, la partecipazione paterna alle cure della prole aumentano la sensibilità genitoriale, definibile come la capacità di riconoscere e interpretare i segnali e i bisogni del bambino e di fornire risposte tempestive ed adeguate (Ainsworth et al., 1978), e il coinvolgimento paterno, ovvero il tempo che i padri sono disposti a dedicare e dedicano positivamente ai loro figli, sia in termini di gioco sia in termini di responsabilità (Lamb et al., 1985).
Sempre in un’ottica di attaccamento, come John Bowlby teorizza a metà del secolo scorso, gli esseri umani manifestano sin dalla nascita una predisposizione innata a formare relazioni di attaccamento con le figure che si prendono cura di lui (caregivers) (Bowlby, 1988). Più figure di attaccamento sono accessibili al bambino, più la sua “base sicura” si allarga, coinvolgendo più persone e contando più punti di riferimento. Di fronte ad un padre sensibile e coinvolto, è possibile notare nel bambino le stesse caratteristiche distintive di una relazione d’attaccamento, tipicamente attribuite alla madre: ricerca di vicinanza; protesta di separazione; cicli di esplorazione e ritorno presso il proprio caregiver in fase di esplorazione autonoma (Weiss, 1991/1995).
La ricerca ha ripetutamente dimostrato una correlazione positiva tra coinvolgimento paterno ed esiti di sviluppo nei figli. In particolare, un maggior coinvolgimento paterno si associa ad esiti positivi sullo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo del bambino (Pleck, 2010); contestualmente, padri più coinvolti nel caregiving mostrano un tono emotivo più positivo, e ciò incentiva le interazioni padre-figlio, con esiti positivi sullo sviluppo cognitivo del bambino (Giannotti et al., 2022). È verificato anche l’inverso: un minor coinvolgimento paterno si associa, nel bambino, ad un minor benessere psicologico, a più comportamenti sociali disadattavi, a un funzionamento intellettivo più basso, ad un ritardo nello sviluppo linguistico e ad una maggiore incidenza di comportamenti esternalizzanti (Giannotti et al., 2022).
Un contributo teorico fondamentale per comprendere la qualità della presenza paterna è quello offerto dal costrutto di funzione riflessiva, elaborato da Fonagy et al. (1991). La funzione riflessiva, o capacità di mentalizzazione, indica la capacità di leggere e interpretare i propri stati mentali e quelli altrui in termini di intenzioni, desideri ed emozioni. Nel contesto della genitorialità, essa si traduce nella capacità del genitore di tenere a mente la mente del bambino, riconoscendo i suoi stati interni e rispondendo in modo sintonizzato. Ricerche successive hanno dimostrato che una funzione riflessiva genitoriale elevata costituisce un fattore protettivo per la qualità dell'attaccamento: i genitori con alta RF mostrano maggiore sensibilità, minore intrusività e una migliore capacità di riparare le rotture relazionali (Slade, 2005). Applicato alla figura paterna, questo costrutto evidenzia come la qualità della presenza del padre non dipenda soltanto dal tempo trascorso con il bambino, ma dalla sua capacità di abitare la relazione con consapevolezza e responsività emotiva. Un padre con ridotta funzione riflessiva — condizione frequente in presenza di DPP non trattata — tende a fraintendere i segnali del bambino, a rispondere in modo inadeguato o a ritirarsi dalla relazione, con ricadute significative sul processo di sviluppo del sé del bambino.
La necessità di poter contare su una base sicura non è una prerogativa infantile, ma permane per tutta la vita. Questo è particolarmente evidente all’interno della relazione di coppia, dove entrambi i partner sono chiamati ad essere reciproca base sicura, ed è ancora più chiaro in seguito alla nascita di un figlio. Le ricerche dimostrano che le donne manifestano frequentemente reazioni emotive ansioso-depressive in gravidanza e nel post-partum (Baldoni, 2012). Il padre, in questo frangente, è chiamato a fungere da base sicura per la propria compagna, ad esempio occupandosi delle questioni di ordine pratico: garantire un’abitazione confortevole e sicura; fornire un sostegno economico; procurare cibo e altri beni necessari; relazionarsi con l’ambiente extrafamiliare, proteggendo la famiglia e risolvendo eventuali conflitti. Il coinvolgimento paterno nella cura della compagna sembra favorire la salute e i comportamenti positivi di quest’ultima, riducendo il rischio e l’impatto della depressione post-partum materna (Paulson & Bazemore, 2010).
Come si evince, i sistemi comportamentali umani sono interconnessi, e si influenzano reciprocamente nella creazione del benessere emotivo familiare. Il ruolo del padre è pertanto estremamente importante sin dai primi mesi di vita, in una concezione triadica del sistema familiare (madre – padre – bambino) (Paulson & Bazemore, 2010).
Ma cosa succede se il padre non sta bene?
La Depressione Perinatale Paterna (DPP).
La Depressione Perinatale Paterna (DPP) è una forma depressiva che può insorgere nei padri tra il terzo mese di gravidanza e il primo anno di vita del bambino. La DPP si manifesta spesso con sintomi più lievi e meno definiti rispetto ai disturbi depressivi materni, e questo rende la DDP un male insidioso. La diagnosi è resa ancora più complessa a causa della frequente comorbidità con disturbi d’ansia e comportamentali (Baldoni, 2012).
Sul piano neurobiologico, la transizione alla paternità è accompagnata da modificazioni ormonali significative, analoghe — seppur meno studiate — a quelle che interessano le madri nel periodo perinatale. Ricerche recenti hanno documentato nei padri una riduzione del testosterone e un aumento di ossitocina, prolattina e vasopressina in associazione con il contatto fisico con il neonato e con il livello di coinvolgimento nelle cure parentali (Feldman et al., 2010; Storey et al., 2000). Tali modificazioni ormonali sembrano svolgere una funzione facilitante nell'attivazione del Parental Care Network, predisponendo il padre a comportamenti di accudimento e sintonizzazione affettiva. In presenza di DPP, questo assetto neurobiologico appare alterato: studi su padri con sintomi depressivi evidenziano livelli di ossitocina significativamente inferiori rispetto ai padri non depressi, con una conseguente riduzione della responsività ai segnali del bambino (Gordon et al., 2010). Questo dato sottolinea come la DPP non sia esclusivamente un fenomeno psicologico e relazionale, ma coinvolga anche substrati biologici che meritano attenzione clinica.
I sintomi più comuni della Depressione Perinatale Paterna sono:
- Umore depresso, tristezza e malinconia. Questi sintomi possono aggravarsi, portando l’uomo a sperimentare sentimenti di impotenza, disperazione e sconforto.
- Irrequietezza, irritabilità e crisi di rabbia.
- Perdita di interesse e di motivazione.
- Isolamento sociale.
- Sensazione di affaticamento, anche dopo scarsa attività fisica e/o mentale.
- Scarsa qualità del sonno, o franca insonnia.
- Somatizzazioni (dolori e malesseri fisici senza causa medica). Le somatizzazioni possono portare l’uomo a sperimentare ipocondria.
- Calo della libido, che può tradursi in un minor coinvolgimento sessuale sin dalla gravidanza.
- Esclusione dalla triade familiare ed evitamento del contatto con il bambino. Alla base vi è una sensazione di inadeguatezza che spinge il padre ad estromettersi. È importante dire che alcuni padri, al contrario, possono sviluppare ansia elevata e preoccupazione costante sullo stato di gravidanza e sulla salute del bambino. In questo frangente, la DPP si rivela più simile alla depressione post-partum materna (Baldoni, 2015).
- Acting out comportamentali. I più frequenti sono: abuso di alcol e sostanze; uso del cibo come calmante; fuga nello sport o nel lavoro per eludere l’ambiente domestico.
In alcuni casi, la DPP può portare l’uomo a fuggire di casa (spesso dopo le liti). Può inoltre portare l’uomo ad intrattenere relazioni sessuali extraconiugali come modalità di fuga dalle mutate condizioni relazionali con la compagna.
Mentre nella madre l’insorgenza della depressione post-partum è influenzata da fattori biologici, psicologici e relazionali, l’insorgenza della Depressione Perinatale Paterna sembra essere legata prevalentemente a fattori emotivi e psico-relazionali (Cicchiello, 2017). In particolare, la DPP ha più probabilità di svilupparsi negli uomini che hanno già sofferto di sintomi depressivi o di altre difficoltà emotive (Gao, 2009) Anche una scarsa soddisfazione coniugale e una scarsa comunicazione di coppia possono tradursi in un quadro depressivo paterno (Edward et al., 2015).. Altri fattori psico-sociali rilevanti sono una scarsa percezione di supporto sociale esterno, la disoccupazione e condizioni finanziarie e/o di vita percepite come stressanti (Ballard & Davies, 1996). Alcuni studi evidenziano che la giovane età del padre (< 30 anni) e un basso livello d’istruzione si associano ad un rischio maggiore di depressione (Cicchiello, 2017). Molte ricerche concordano nel ritenere la gravidanza indesiderata un fattore di stress perinatale, con possibile esito depressivo (Baldoni & Landi, 2015).
In ottica psicodinamica, è stata avanzata l’ipotesi che i disturbi affettivi perinatali possano essere associati a ferite narcisistiche e a conflitti pre-edipici irrisolti che si riattivano con l’esperienza della paternità. In quest’ottica, le manifestazioni psicopatologiche variano in base alla gravità dei conflitti insoluti preesistenti (Luca & Bydlowski, 2001). Non è possibile ignorare il contributo delle variazioni sessuo-affettive nell’insorgenza della DPP. Le ricerche evidenziano che il 43% delle donne e il 31% degli uomini presentano disfunzioni sessuali durante la gravidanza (Cicchiello, 2017); tuttavia, le modifiche del desiderio sessuale spesso non vengono discusse durante le visite perinatali (Cicchiello, 2017). Questo può tradursi in frustrazione del bisogno sessuale, mancanza di comunicazione tra partner e incremento dei conflitti relazionali, con possibili sentimenti di inadeguatezza e depressione (Cicchiello, 2017). Infine, per riprendere l’idea di interconnessione comportamentale intrafamiliare, molti studi riportano che gli stati emotivi di madri e padri tendono ad influenzarsi reciprocamente (Paulson & Bazemore, 2010).. Nel 10% dei casi, la Depressione Perinatale Paterna segue la Depressione Materna; viceversa, la Depressione Materna ha molte più probabilità di manifestarsi quando il padre ha già manifestato sintomi depressivi (Goodman, 2004). Questo influenza negativamente lo sviluppo psicologico del bambino, poiché entrambi i genitori sono incapaci di fornire una base sicura.
Prevenzione e trattamento della DPP.
Per prevenire e trattare i disturbi affettivi perinatali, è importante adottare una prospettiva familiare triadica ed occuparsi della salute di entrambi i genitori. Pertanto, è fondamentale coinvolgere i padri sin dall’inizio della gravidanza, al fine di promuovere il loro ruolo attivo (Baldoni & Landi, 2015). Studi longitudinali identificano un’alta incidenza di disagio nelle coppie durante la gravidanza, in parte a causa dei problemi d’intimità (Morse et al., 2000). Gli operatori sanitari sono nella posizione ideale per poter discutere dei cambiamenti nella vita sessuale perinatale e post-partum per facilitare una transizione più serena alla genitorialità in entrambi i genitori (Baldoni, 2012). A tal fine, si auspica la realizzazione di più corsi e seminari formativi specifici per il personale sanitario. Non è da sottovalutare il coinvolgimento nei padri nelle attività pre-parto. In particolare, ha dato risultati promettenti la formazione di circoli di padri, entro cui ciascun partecipante può condividere le proprie esperienze. Le ricerche dimostrano che questo genere di supporto può facilitare la transizione verso la paternità, con livelli significativamente inferiori di depressione e disagio a 6 settimane dal parto (Castle et al., 2008) .
Un approccio di intervento particolarmente promettente nel contesto della DPP è quello basato sulla Terapia Focalizzata sull'Attaccamento (Attachment-Based Intervention), che mira a rafforzare la sensibilità genitoriale paterna attraverso il lavoro sulle rappresentazioni interne del padre rispetto alla propria storia di attaccamento e all'immagine del bambino. In questa prospettiva, il padre viene supportato nel riconoscere in che misura le proprie esperienze di cura ricevute nell'infanzia influenzano le modalità con cui si approccia al figlio e alla partner (Benbassat & Priel, 2012). Accanto a questo, la letteratura più recente evidenzia l'efficacia degli interventi di co-genitorialità (coparenting), che lavorano sulla qualità della cooperazione e del coordinamento tra i genitori nelle cure al bambino. Un buon funzionamento della coppia genitoriale risulta essere un fattore protettivo sia per la DPP sia per la depressione post-partum materna, e costituisce al tempo stesso un contesto favorevole allo sviluppo socio-emotivo del bambino (Feinberg, 2003). Intervenire sulla diade genitoriale, non solo sul singolo padre, appare dunque una strategia clinica coerente con la visione triadica del sistema familiare adottata in questo articolo.
Per quanto riguarda la diagnosi dei disturbi affettivi paterni, non esistono attualmente strumenti di screening specifici. Al momento, lo strumento più utilizzato è l’Edinburgh Postnatal Depression Scale (EPDS), composta da 10 items atti a valutare i sintomi di anedonia, senso di colpa, panico, insonnia, tristezza, pianto, capacità di coping e pensieri autolesionistici (Edward et al., 2015). Tuttavia, la validazione della EPDS riguarda la depressione post-partum materna, e rileva pertanto un quadro sintomatologico diverso da quello emergente nella Depressione Perinatale Paterna, in cui il disagio si manifesta prevalentemente attraverso comportamenti esternalizzanti (Baldoni & Landi, 2015). Pertanto, si auspica lo sviluppo di strumenti specifici per la DDP, che tengano conto delle differenze di genere e delle manifestazioni comportamentali. Sono attualmente in corso le ricerche per validare la Gotland Male Depression Scale (GMDS) nel contesto genitoriale (Carlberg et al., 2018).
Nei casi in cui la sofferenza paterna diviene significativa, è necessario inviare il paziente ad uno specialista per un aiuto psicoterapeutico individuale, di coppia e/o familiare, con eventuale integrazione farmacologica. Esistono diverse terapie per affrontare la Depressione Perinatale Paterna, anche se la loro applicazione è spesso limitata dalla scarsa aderenza dei pazienti alle cure. Tra le terapie che hanno ottenuto più validazione troviamo la psicoterapia cognitivo-comportamentale, raccomandata per i padri con sintomi gravi, e i programmi di Mindfulness, utili per alleviare la sintomatologia depressiva e lo stress genitoriale (Cicchiello, 2017). A differenza delle madri, i padri sembrano apprezzare maggiormente gli interventi individuali e domiciliari piuttosto che le terapie di gruppo (Baldoni & Giannotti, 2017). Per questa ragione, i padri con DPP potrebbero trarre maggiore giovamento dalle tecniche di Parent Training e di video-feedback. Le ricerche dimostrano risultati promettenti in seguito all’utilizzo della VIPP (Video-feedback to Promote Positive Parenting) e della COS (Circle of Security) nel migliorare la sensibilità genitoriale e la qualità delle relazioni familiari (Baldoni & Giannotti, 2017). È chiaro ad ogni modo che un intervento efficace debba essere tarato sulle esigenze e sulle specifiche criticità del sistema famiglia in esame.
È importante non dimenticare che anche il sussidio dell’ambiente sociale può fare la differenza, e pertanto si auspica l’implementazione di politiche sociali di comunità volte ad affiancare i neo-genitori. A questo proposito, vale la pena citare la Paternal Perinatal Depression Initiative (PPDI), un programma di screening e trattamento multidisciplinare nato in Australia per supportare i padri nella transizione alla genitorialità e affrontare le loro difficoltà emotive. Tra i progetti PPDI attualmente in corso risultano essere di spicco: lo screening verso i padri in giovane età, con eventuale invio ai centri per la salute mentale in caso di criticità rilevanti; il supporto via SMS e la messa a disposizione di risorse online per i padri in situazione di disagio; il coinvolgimento dei padri nell’assistenza alla maternità secondo specifiche linee guida ostetriche mutuate dal Regno Unito (Fletcher et al., 2014). Iniziative come la PPDI sono certamente lodevoli, e vale la pena valutare un’implementazione simile nel nostro sistema per tutelare la salute delle famiglie.
Conclusione
La Depressione Perinatale Paterna rappresenta una condizione psicopatologica rilevante e ancora ampiamente sottovalutata, nonostante le numerose evidenze che ne dimostrano l’impatto sul benessere del padre, sulla relazione di coppia, sullo sviluppo psico-emotivo del bambino e sull’equilibrio complessivo del sistema familiare. La sofferenza paterna nel periodo perinatale non può essere considerata un fenomeno marginale o secondario, ma deve essere riconosciuta come parte integrante della salute mentale perinatale. Le ricerche esaminate evidenziano come la funzione paterna svolga un ruolo fondamentale sia nella costruzione di una base sicura per il bambino, sia nel sostegno emotivo alla partner, soprattutto in un momento di elevata vulnerabilità psicologica quale la gravidanza e il post-partum. In quest’ottica, il disagio emotivo del padre può compromettere i delicati equilibri relazionali della triade padre - madre - bambino, amplificando il rischio di psicopatologia genitoriale e interferendo con i processi di attaccamento e di sviluppo psico-emotivo del minore. Appare pertanto imprescindibile adottare un approccio clinico e preventivo che superi la visione diadica della genitorialità e integri sistematicamente i padri nei percorsi di accompagnamento alla nascita, nei programmi di screening e negli interventi di supporto psicologico. La mancanza di strumenti di valutazione specificamente validati per la DPP rappresenta una criticità significativa, che auspica ulteriori sviluppi nella ricerca clinica e psicometrica. Infine, la prevenzione della Depressione Perinatale Paterna richiede non solo interventi individuali e familiari, ma anche politiche sanitarie e sociali orientate a una maggiore inclusività dei padri nei servizi perinatali. Investire nella salute mentale paterna significa tutelare il benessere dell’intera famiglia e promuovere uno sviluppo più sano e armonico delle nuove generazioni.
Bibliografia.
Addis, M. E., & Hoffman, E. (2017). Men’s depression and help-seeking through the lenses of gender. In R. F. Levant & Y. J. Wong (Eds.), The psychology of men and masculinities (pp. 171–196). American Psychological Association. https://doi.org/10.1037/0000023-007
Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of attachment: A psychological study of the Strange Situation. Lawrence Erlbaum.
Baldoni, F. (2012). Funzione di base sicura e disturbi affettivi paterni nel periodo perinatale. Psicologia e psicopatologia del benessere del bambino, 1, 9–20.
Baldoni, F., & Ceccarelli, L. (2010). La depressione perinatale paterna: Una rassegna della ricerca clinica ed empirica. Infanzia e adolescenza, 9(2), 79–92.
Baldoni, F., & Giannotti, M. (2017). I disturbi affettivi perinatali paterni: Valutazione, prevenzione e trattamento. Il Mulino.
Baldoni, F., & Landi, G. (2015). La funzione del padre nel periodo perinatale: Attaccamento, adattamento e psicopatologia. Quaderno di psicoterapia del bambino e dell’adolescente, 41, 73–96.
Ballard, C., & Davies, R. (1996). Postnatal depression in fathers. International Review of Psychiatry, 8(1), 65–71.
Benbassat, N., & Priel, B. (2012). Parenting and adolescent adjustment: The role of parental reflective function. Journal of Adolescence, 35(1), 163–174. https://doi.org/10.1016/j.adolescence.2011.03.004
Bowlby, J. (1988). Una base sicura: Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina.
Carlberg, M., Edhborg, M., & Lindberg, L. (2018). Paternal perinatal depression assessed by the Edinburgh Postnatal Depression Scale and the Gotland Male Depression Scale: Prevalence and possible risk factors. American Journal of Men’s Health, 12(4), 720–729. https://doi.org/10.1177/1557988317749071
Castle, H., Slade, P., Barranco-Wadlow, M., & Rogers, M. (2008). Attitudes to emotional expression, social support and postnatal adjustment in new parents. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 26(3), 180–194.
Cicchiello, S. (2017). La depressione perinatale materna e paterna: Fattori di rischio, aspetti clinici e possibili interventi. Cognitivismo clinico, 14(1), 22–45.
Crapkowska, C., & Wold, A. (2018). Praktika: Il metodo svedese per una maternità serena e bimbi felici. Vallardi.
Edward, K. L., Castle, D., Mills, C., Davis, L., & Casey, J. (2015). An integrative review of paternal depression. American Journal of Men’s Health, 9(1), 26–34. https://doi.org/10.1177/1557988314526614
Feinberg, M. E. (2003). The internal structure and ecological context of coparenting: A framework for research and intervention. Parenting: Science and Practice, 3(2), 95–131. https://doi.org/10.1207/S15327922PAR0302_01
Feldman, R., Gordon, I., Schneiderman, I., Weisman, O., & Zagoory-Sharon, O. (2010). Natural variations in maternal and paternal care are associated with systematic changes in oxytocin following parent–infant contact. Psychoneuroendocrinology, 35(8), 1133–1141. https://doi.org/10.1016/j.psyneuen.2010.01.013
Fletcher, R., Dowse, E., Bennett, E., Chan, S., O’Brien, A., & Jones, D. (2014, January). The paternal perinatal depression initiative. Australian Nursing & Midwifery Journal.
Fonagy, P., Steele, M., Steele, H., Moran, G. S., & Higgitt, A. C. (1991). The capacity for understanding mental states: The reflective self in parent and child and its significance for security of attachment. Infant Mental Health Journal, 12(3), 201–218. https://doi.org/10.1002/imhj.21471
Gao, L. L., Chan, S. W., & Mao, Q. (2009). Depression, perceived stress and social support among first-time Chinese mothers and fathers in the postpartum period. Research in Nursing & Health, 32(1), 50–58. https://doi.org/10.1002/nur.20306
Giannotti, M., Gemignani, M., Rigo, P., Venuti, P., & De Falco, S. (2022). The role of paternal involvement on behavioral sensitive responses and neurobiological activations in fathers: A systematic review. Frontiers in Behavioral Neuroscience, 16, Article 820884. https://doi.org/10.3389/fnbeh.2022.820884
Goodman, J. H. (2004). Paternal postpartum depression, its relationship to maternal postpartum depression, and implications for family health. Journal of Advanced Nursing, 45(1), 26–35. https://doi.org/10.1046/j.1365-2648.2003.02857
Gordon, I., Zagoory-Sharon, O., Leckman, J. F., & Feldman, R. (2010). Oxytocin and the development of parenting in humans. Biological Psychiatry, 68(4), 377–382. https://doi.org/10.1016/j.biopsych.2010.02.005
Hrdy, S. B. (1999). Mother nature: A history of mothers, infants, and natural selection. Pantheon Books.
Lamb, M. E., Pleck, J. H., Charnov, E. L., & Levine, J. A. (1987). A biosocial perspective on paternal behavior and involvement. In J. B. Lancaster et al. (Eds.), Parenting across the life span: Biosocial dimensions (pp. 111–142). Aldine.
Lamb, M. E., Pleck, J. H., Charnov, E. L., & Levine, J. A. (1985). Paternal behavior in humans. Integrative and Comparative Biology, 25(3), 883–894. https://doi.org/10.1093/icb/25.3.883
Luca, D., & Bydlowski, M. (2001). Dépression paternelle et périnatalité. Le Carnet Psy, 67, 28–33.
Masson, J. M. (2000). L’abbraccio dell’imperatore: Riflessioni sulla famiglia e la paternità nel mondo animale. Baldini Castoldi Dalai.
Morse, C. A., Buist, A., & Durkin, S. (2000). First-time parenthood: Influences on pre- and postnatal adjustment in fathers and mothers. Journal of Psychosomatic Obstetrics & Gynecology, 21(2), 109–120. https://doi.org/10.3109/01674820009075616
Paulson, J. F., & Bazemore, S. D. (2010). Prenatal and postpartum depression in fathers and its association with maternal depression. Journal of the American Medical Association, 303(19), 1961–1969. https://doi.org/10.1001/jama.2010.605
Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement: Revised conceptualization and theoretical linkages with child outcomes. In M. E. Lamb (Ed.), The role of father involvement in child development (pp. 58–93). Wiley.
Ramchandani, P. G., Psychogiou, L., Vlachos, H., Iles, J., Sethna, V., Netsi, E., & Lodder, A. (2011). Paternal depression: An examination of its links with father, child and family functioning in the postnatal period. Depression and Anxiety, 28(6), 471–477. https://doi.org/10.1002/da.20814
Rilling, J. K. (2013). The neural and hormonal bases of human parental care. Neuropsychologia, 51(4), 731–747. https://doi.org/10.1016/j.neuropsychologia.2012.12.017
Rosenblatt, J. S. (1967). Nonhormonal basis of maternal behavior in the rat. Science, 156(3781), 1512–1514. https://doi.org/10.1126/science.156.3781.1512
Saraceno, C. (2017). L’equivoco della famiglia. Laterza.
Seidler, Z. E., Dawes, A. J., Rice, S. M., Oliffe, J. L., & Dhillon, H. M. (2016). The role of masculinity in men’s help-seeking for depression: A systematic review. Clinical Psychology Review, 49, 106–118. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2016.09.002
Slade, A. (2005). Parental reflective functioning: An introduction. Attachment & Human Development, 7(3), 269–281. https://doi.org/10.1080/14616730500245906
Storey, A. E., Walsh, C. J., Quinton, R. L., & Wynne-Edwards, K. E. (2000). Hormonal correlates of paternal responsiveness in new and expectant fathers. Evolution and Human Behavior, 21(2), 79–95. https://doi.org/10.1016/S1090-5138(99)00042-2
Swain, J. E., Dayton, C. J., Kim, P., Volling, B. L., & Mayes, L. C. (2014). Progress on the paternal brain: Theory, animal models, human brain research, and mental health implications. Infant Mental Health Journal, 35(5), 394–408. https://doi.org/10.1002/imhj.21471
Weiss, R. S. (1995). Il legame di attaccamento nell’infanzia e nell’età adulta. In C. M. Parkes, J. Stevenson-Hinde, & P. Marris (Eds.), L’attaccamento nel ciclo di vita (pp. 17–38). Il Pensiero Scientifico. (Opera originale pubblicata nel 1991)



Commenti