top of page

Chi siamo senza lo sguardo dell’altro? - Identità, riconoscimento e fragilità del Sé a partire da I baffi di Emmanuel Carrère

  • 14 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

Articolo scritto in collaborazione con @valentina.salerno.psi


L’identità come costruzione relazionale

L’identità personale è spesso pensata come qualcosa di interno, stabile e autonomo, ma la psicologia clinica e la psicoanalisi mostrano come essa sia il risultato di un processo profondamente relazionale. Fin dalle prime fasi della vita, il Sé non si costituisce in isolamento, bensì all’interno di un campo intersoggettivo in cui lo sguardo dell’altro svolge una funzione fondativa. Winnicott (1967) sottolinea come il bambino possa sentirsi reale solo nella misura in cui viene visto e rispecchiato da un ambiente sufficientemente buono. L’identità, dunque, non è un’entità chiusa, ma una costruzione dinamica che necessita di continuità relazionale. Senza questa continuità, il senso di esistere può diventare fragile e intermittente. In questa prospettiva, l’altro non è un semplice spettatore, ma un co-costruttore del Sé.


Nel romanzo I baffi, Carrère mette in scena una crisi identitaria che nasce proprio da una frattura relazionale apparentemente banale. Il protagonista si rade i baffi, gesto minimo e quotidiano, ma la mancata reazione della moglie e degli amici introduce una dissonanza radicale tra esperienza interna e realtà condivisa (Carrère, 1986/2014). Ciò che viene negato non è il dettaglio estetico, ma la possibilità stessa di essere riconosciuti. Questa negazione produce uno smottamento identitario che non riguarda il “chi sono”, ma il “sono davvero?”. Come osserva Stern (1985), il senso del Sé emerge dall’esperienza di essere percepiti come continui e coerenti nel tempo. Quando questa percezione viene meno, il Sé vacilla.


Dal punto di vista clinico, questa dinamica è tutt’altro che eccezionale. Molti pazienti portano in terapia un senso di confusione identitaria che non nasce da un conflitto intrapsichico isolato, ma da una storia di mancato riconoscimento relazionale. L’identità non crolla perché l’individuo è debole, ma perché viene meno il tessuto simbolico che la sostiene. In assenza di uno sguardo che confermi l’esperienza, il soggetto può iniziare a dubitare della propria percezione e della propria memoria. Questo dubbio non è patologico in sé, ma può diventarlo quando si cronicizza. I baffi rendono visibile, in forma narrativa, questa verità clinica fondamentale.


Il rispecchiamento e la funzione dell’altro

Il concetto di rispecchiamento è centrale per comprendere il legame tra riconoscimento e identità. Secondo Kohut (1977), il Sé ha bisogno di oggetti-sé che svolgono funzioni di conferma, validazione e coesione. Il rispecchiamento non implica approvazione incondizionata, ma riconoscimento dell’esperienza soggettiva dell’altro. Quando una persona viene rispecchiata, può organizzare le proprie emozioni e percezioni in una narrazione coerente. Questo processo consente al Sé di mantenere una continuità interna anche di fronte al cambiamento. Senza rispecchiamento, l’esperienza resta frammentata e difficile da integrare. Il risultato è un senso di instabilità identitaria.


Nel romanzo di Carrère, il rispecchiamento fallisce in modo sistematico. Tutti i personaggi significativi negano l’evidenza percepita dal protagonista, producendo una sorta di vuoto simbolico. Questa negazione ricorda dinamiche che, in ambito clinico, possono essere accostate al gaslighting, ovvero alla messa in discussione reiterata della percezione dell’altro (Sweet, 2019). Il protagonista non viene contraddetto su un’opinione, ma sulla realtà stessa della sua esperienza. Tale dinamica mina progressivamente la fiducia epistemica, ovvero la capacità di fidarsi delle proprie percezioni e dei propri stati mentali (Fonagy et al., 2015). Il dubbio che emerge non è cognitivo, ma ontologico.


Dal punto di vista terapeutico, il rispecchiamento è uno degli strumenti principali per la ricostruzione del Sé. La terapia offre uno spazio in cui l’esperienza del paziente viene riconosciuta come significativa, anche quando è confusa o contraddittoria. Questo non significa confermare ogni contenuto, ma validare l’esistenza di un’esperienza soggettiva. Quando il paziente si sente visto, può iniziare a riorganizzare la propria storia interna. In assenza di tale riconoscimento, come mostra I baffi, la mente resta intrappolata in un dialogo tra sordi. Il romanzo diventa così una potente metafora delle conseguenze psicologiche di un fallimento del rispecchiamento

.

Derealizzazione, depersonalizzazione e frattura della realtà condivisa

Quando la realtà esterna non conferma l’esperienza interna, la mente può attivare risposte dissociative. Tra queste, la derealizzazione e la depersonalizzazione rappresentano due modalità frequenti di reazione allo stress relazionale. La derealizzazione consiste nella percezione del mondo come distante, artificiale o privo di consistenza emotiva (Sierra, 2009). La depersonalizzazione, invece, riguarda il Sé e si manifesta come una sensazione di estraneità rispetto a se stessi. In entrambi i casi, il soggetto non perde il contatto con la realtà, ma vive una frattura nella sua esperienza. Questi stati sono spesso accompagnati da angoscia e confusione.


Nel protagonista di I baffi, la frattura tra mondo interno e mondo esterno si approfondisce progressivamente. Il rifiuto reiterato del riconoscimento produce un’esperienza di irrealtà che coinvolge sia il Sé sia l’ambiente circostante. Il mondo non appare più affidabile, perché non risponde secondo le aspettative condivise. Questo tipo di esperienza è ben documentato in letteratura clinica, soprattutto in relazione a traumi relazionali precoci o a contesti invalidanti (Van der Hart et al., 2006). La dissociazione, in questo senso, non è un segno di follia, ma una strategia di sopravvivenza psichica. Serve a proteggere il soggetto da un dolore relazionale insostenibile.


Clinicamente, è fondamentale distinguere questi stati da una psicosi strutturata. La derealizzazione e la depersonalizzazione sono esperienze in cui il soggetto mantiene una consapevolezza critica del cambiamento percettivo. Tuttavia, se il contesto relazionale continua a negare l’esperienza soggettiva, il rischio è un progressivo indebolimento dei confini del Sé. I baffi mostra come la mancanza di una realtà condivisa possa spingere la mente verso territori liminali. La letteratura, in questo senso, anticipa e illumina dinamiche cliniche complesse.


Angoscia psicotica e paura della disintegrazione del Sé

L’angoscia che emerge quando viene meno il riconoscimento non è una semplice ansia. In termini psicoanalitici, si tratta di un’angoscia primitiva, spesso definita come angoscia di disintegrazione. Secondo Bion (1962), la mente ha bisogno di un contenitore relazionale per trasformare le esperienze emotive grezze in pensieri. Quando questa funzione contenitiva fallisce, l’esperienza emotiva diventa intollerabile. L’angoscia psicotica non riguarda la paura di un evento specifico, ma il timore che il Sé si dissolva. È una paura senza oggetto, ma profondamente destabilizzante.


Nel romanzo di Carrère, il protagonista non teme tanto di sbagliarsi quanto di perdere ogni punto di riferimento. La negazione dei baffi diventa il simbolo di una realtà che non risponde più. Questo produce una sensazione di vuoto e di isolamento radicale. Come osserva Laing (1960), la perdita di una realtà condivisa può generare un senso di non-esistenza. L’individuo non sa più dove collocarsi, perché manca un terreno simbolico comune. L’angoscia nasce proprio da questa assenza di ancoraggio.


In ambito clinico, tali angosce emergono spesso in pazienti con storie di attaccamento disorganizzato o con esperienze ripetute di invalidazione. Il lavoro terapeutico consiste nel ricostruire lentamente una base di sicurezza relazionale. Questo processo richiede tempo, continuità e una profonda attenzione al vissuto soggettivo. I baffi ci ricordano quanto sottile sia il confine tra stabilità e collasso identitario. La letteratura, ancora una volta, offre uno spazio di riflessione prezioso per comprendere la complessità della mente umana.


Il bisogno di una realtà condivisa e il ruolo della terapia

La salute mentale non può essere pensata come un fenomeno esclusivamente individuale. Essa si fonda sulla possibilità di condividere una realtà simbolica con gli altri. Berger e Luckmann (1966) hanno mostrato come la realtà sociale sia il prodotto di una costruzione intersoggettiva. Senza questa costruzione, l’esperienza perde significato. Il bisogno di convalida non è una debolezza, ma una funzione strutturante della psiche. Essere visti significa poter esistere in modo continuo.


Nel contesto terapeutico, questa funzione viene riattivata attraverso la relazione. Il terapeuta diventa testimone dell’esperienza del paziente, offrendo uno spazio in cui la realtà interna può essere nominata e condivisa. Questo processo non elimina il dolore, ma lo rende pensabile. Come sottolinea Fonagy (2001), la capacità di mentalizzare si sviluppa all’interno di relazioni che riconoscono gli stati mentali dell’altro. La terapia, in questo senso, ricostruisce una realtà condivisa che permette al Sé di ritrovare coesione. Il riconoscimento diventa così un atto profondamente terapeutico.


I baffi si conclude senza offrire una soluzione rassicurante, ma proprio per questo resta potente. Il romanzo ci obbliga a confrontarci con una verità scomoda: senza l’altro, il Sé è fragile. La psicologia clinica conferma questa intuizione letteraria, mostrando quanto il riconoscimento sia centrale per la salute mentale. Leggere Carrère, da psicologi, significa riconoscere nella narrativa un alleato prezioso. La letteratura non sostituisce la clinica, ma l’arricchisce di senso.


Riferimenti Bibliografici

Berger, P. L., & Luckmann, T. (1966). The social construction of reality. Anchor Books.


Bion, W. R. (1962). Learning from experience. Heinemann.


Carrère, E. (2014). I baffi (Trad. it.). Adelphi. (Opera originale pubblicata nel 1986)


Fonagy, P. (2001). Attachment theory and psychoanalysis. Other Press.


Fonagy, P., Luyten, P., & Allison, E. (2015). Epistemic petrification and the restoration of epistemic trust. Psychotherapy, 52(4), 1–15.


Kohut, H. (1977). The restoration of the self. International Universities Press.


Laing, R. D. (1960). The divided self. Tavistock.


Sierra, M. (2009). Depersonalization: A new look at a neglected syndrome. Cambridge University Press.


Stern, D. N. (1985). The interpersonal world of the infant. Basic Books.


Sweet, P. L. (2019). The sociology of gaslighting. American Sociological Review, 84(5), 851–875.


Winnicott, D. W. (1967). Mirror-role of mother and family in child development. In Playing and reality. Tavistock.


Commenti


© 2035 by Charley Knox. Powered and secured by Wix

bottom of page