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Attaccamento e Relazioni: è davvero tutto già scritto? - Dalla teoria classica alle prospettive critiche contemporanee

  • 5 mar
  • Tempo di lettura: 11 min

Articolo scritto con @may.psychologist 


Abstract

Il presente articolo offre una panoramica critica della teoria dell'attaccamento, a partire dalle formulazioni originarie di Bowlby e Ainsworth — con una trattazione approfondita dei quattro stili di attaccamento, incluso il pattern disorganizzato descritto da Main e Solomon — fino alle più recenti rielaborazioni teoriche di Hinde e Ugazio. L'obiettivo è interrogare la presunta universalità del modello classico, esplorando come le dimensioni culturali, contestuali e semantiche contribuiscono a plasmare i legami affettivi nel corso dello sviluppo e della vita adulta, e come tali pattern — pur tendendo alla stabilità — possano essere modificati attraverso esperienze relazionali significative e percorsi terapeutici.

 

Le origini: la teoria dell'attaccamento di Bowlby

La teoria dell'attaccamento, elaborata da John Bowlby tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Novecento, rappresenta uno dei contributi più significativi alla psicologia dello sviluppo e alla psicologia clinica del XX secolo. Partendo da una prospettiva etologica ed evoluzionistica, Bowlby propose che il comportamento di attaccamento — inteso come la tendenza del bambino a cercare prossimità con una figura di accudimento privilegiata in condizioni di stress o pericolo — possedesse una funzione biologicamente adattiva: garantire la sopravvivenza dell'individuo attraverso la protezione offerta dal caregiver (Bowlby, 1969, 1973, 1980).


Secondo Bowlby, il sistema di attaccamento è un sistema comportamentale motivazionale primario, distinto dal sistema dell'alimentazione e della sessualità, che si attiva in risposta a segnali di pericolo — reali o percepiti — e si disattiva quando la prossimità con la figura di attaccamento viene ristabilita. La figura di attaccamento funziona dunque come una secure base — una base sicura — da cui il bambino può esplorare l'ambiente e a cui può fare ritorno quando si sente minacciato (Bowlby, 1988).


Un aspetto fondamentale della teoria risiede nel concetto di Modelli Operativi Interni (Internal Working Models): rappresentazioni mentali di sé, dell'altro e della relazione, che si costruiscono a partire dalle prime esperienze di cura e che tendono a organizzare il comportamento relazionale nel corso del ciclo di vita. Tali modelli non sono statici, ma tendono a consolidarsi nel tempo, influenzando le aspettative e le strategie relazionali dell'individuo nelle fasi successive dello sviluppo (Bowlby, 1980).


La Strange Situation e i quattro stili di attaccamento

Su questo impianto teorico, Mary Ainsworth sviluppò una procedura sperimentale standardizzata — la Strange Situation — allo scopo di osservare empiricamente come il sistema di attaccamento si attivi e si organizzi in relazione ai comportamenti del caregiver (Ainsworth et al., 1978). La procedura prevede una sequenza di episodi strutturati di separazione e ricongiungimento tra il bambino e la figura di accudimento, in presenza di un estraneo, e consente di classificare i bambini in base alle strategie adottate per gestire lo stress da separazione.


Ainsworth e colleghi identificarono inizialmente tre pattern principali, a cui studi successivi ne aggiunsero un quarto.


Attaccamento sicuro: Il bambino utilizza il caregiver come base sicura per l'esplorazione dell'ambiente: in sua presenza esplora con fiducia, manifesta disagio alla separazione ma si calma prontamente al ricongiungimento, accettando il contatto offerto. Questo pattern è associato a un caregiver sensibile, disponibile e coerentemente responsivo ai segnali del bambino. Nell'età adulta, gli individui con attaccamento sicuro tendono a sviluppare relazioni intime stabili, caratterizzate da fiducia, buona regolazione emotiva e capacità di tollerare sia la vicinanza sia l'autonomia (Ainsworth et al., 1978; Hazan & Shaver, 1987).


Attaccamento insicuro ansioso-ambivalente: Il bambino mostra intensa angoscia alla separazione e, al ricongiungimento, alterna la ricerca di contatto alla resistenza e alla rabbia, risultando difficilmente consolabile. L'esplorazione dell'ambiente è limitata, poiché l'attenzione rimane costantemente orientata verso il caregiver. Questo pattern è associato a un caregiver emotivamente imprevedibile e incoerente nelle risposte — a volte intrusivo, a volte assente. Nell'adulto si manifesta tipicamente con dipendenza affettiva, ipersensibilità alle minacce di abbandono, gelosia e un costante bisogno di rassicurazione da parte del partner (Ainsworth et al., 1978; Mikulincer & Shaver, 2007).


Attaccamento insicuro evitante: Il bambino non mostra disagio apparente alla separazione e ignora o evita attivamente il caregiver al ritorno, continuando l'esplorazione come se nulla fosse accaduto. Tuttavia, misurazioni fisiologiche rivelano livelli di stress elevati, a indicare che la mancanza di espressione emotiva non equivale all'assenza di attivazione interna. Il caregiver associato a questo pattern è tipicamente emotivamente distante, il che sistematicamente scoraggia le espressioni di bisogno e di dipendenza. Nell'adulto questo stile si traduce in difficoltà con l'intimità, tendenza all'iperautonomia, soppressione delle emozioni e svalutazione del bisogno di vicinanza affettiva (Ainsworth et al., 1978; Main, 1990).


Attaccamento disorganizzato: Studi successivi condotti da Main e Solomon (1986) portarono all'identificazione di un quarto pattern, non riconducibile alle strategie organizzate descritte da Ainsworth. Il bambino con attaccamento disorganizzato mostra comportamenti contraddittori, stereotipati o apparentemente dissociati al momento del ricongiungimento con il caregiver: può avvicinarsi con la testa girata dall'altra parte, immobilizzarsi, compiere movimenti incompiuti, o manifestare comportamenti di tipo trance. L'assenza di una strategia coerente riflette un paradosso fondamentale: il caregiver rappresenta simultaneamente l'unica fonte di conforto disponibile e una fonte di paura, configurandosi come una figura spaventosa e spaventata (Main & Hesse, 1990).


Questo pattern è tipicamente associato a esperienze di abuso, trascuratezza grave, o a un caregiver che presenta lutti e traumi irrisolti che si manifestano in comportamenti imprevedibili e destabilizzanti. L'attaccamento disorganizzato è quello più consistentemente correlato allo sviluppo di psicopatologie in età adulta, tra cui disturbi dissociativi, disturbo borderline di personalità e difficoltà nella regolazione emotiva (Lyons-Ruth & Jacobvitz, 2008).


L'attaccamento nel ciclo di vita: dalla diade alla relazione adulta

Una delle intuizioni più feconde di Bowlby riguarda la continuità del sistema di attaccamento lungo l'intero arco della vita: "dall'aculla alla tomba", come egli stesso ebbe a scrivere (Bowlby, 1979, p. 129). I Modelli Operativi Interni costruiti nelle prime relazioni di cura non rimangono confinati all'infanzia, ma si riattivano e si aggiornano nei legami significativi dell'età adulta — in particolare nelle relazioni romantiche e nella relazione genitore-figlio.


Hazan e Shaver (1987) furono tra i primi a tradurre la teoria dell'attaccamento nel dominio delle relazioni sentimentali adulte, proponendo che gli adulti sviluppino stili di attaccamento romantico analoghi a quelli descritti da Ainsworth nell'infanzia. Nelle relazioni di coppia, il partner assume funzioni analoghe a quelle del caregiver: diventa una figura di attaccamento verso cui il sistema si orienta in momenti di vulnerabilità, una base sicura da cui partire e un porto sicuro a cui tornare.


La ricerca longitudinale ha successivamente indagato la stabilità degli stili di attaccamento nel tempo, rilevando una continuità moderata — ma non deterministica — tra il pattern infantile e quello adulto. L'Adult Attachment Interview (George et al., 1985), che valuta la coerenza narrativa con cui l'adulto elabora le proprie esperienze di attaccamento, ha permesso di osservare come non sia tanto il contenuto delle esperienze passate a predire il funzionamento relazionale adulto, quanto la capacità riflessiva di integrarle e dar loro senso (Main et al., 1985).


Oltre l'universalismo: la critica di Hinde

Nonostante la sua rilevanza teorica e clinica, la teoria dell'attaccamento è stata oggetto di importanti critiche a partire dagli anni Ottanta. Hinde (1982) fu tra i primi a mettere in discussione la pretesa di costruire un modello universale del legame affettivo tra madre e bambino, evidenziando che le relazioni umane sono strutturalmente più complesse, variabili e contestualmente determinate di quanto il modello classico lasci supporre.


Hinde (1982) sottolinea come la qualità del legame tra genitore e figlio sia influenzata da una molteplicità di variabili che la Strange Situation — procedura standardizzata in laboratorio — non è in grado di cogliere adeguatamente: le caratteristiche temperamentali del bambino, le condizioni socioeconomiche della famiglia, la presenza di reti di supporto informale, le specificità culturali dei contesti di accudimento. La relazione di attaccamento, in questa prospettiva, non è riducibile a una classificazione tipologica discreta, ma emerge dall'interazione dinamica tra fattori biologici, relazionali e contestuali.


Le ricerche transculturali hanno ulteriormente arricchito questa prospettiva critica. Van IJzendoorn e Kroonenberg (1988) hanno analizzato i dati della Strange Situation in diverse culture, rilevando che la distribuzione degli stili di attaccamento varia significativamente da un contesto all'altro: culture che valorizzano l'indipendenza precoce mostrano percentuali più elevate di attaccamento evitante; culture caratterizzate da forte interdipendenza relazionale mostrano prevalenza di pattern ansiosi. Ciò che in un contesto culturale appare come "insicuro" può risultare adattivo — e persino normativo — in un altro.


Le polarità semantiche: il contributo di Valeria Ugazio

Una prospettiva alternativa di particolare originalità è quella proposta da Valeria Ugazio (1998, 2012) nell'ambito della psicoterapia sistemica. Ugazio introduce il concetto di polarità semantiche per descrivere le dimensioni di significato dominanti che strutturano la vita affettiva e relazionale di ciascuna famiglia. L’assunto di fondo su cui si basa la sua concezione delle relazioni umane è che gli esseri umani non possono prescindere dal significato. Infatti, ogni famiglia, secondo l'autrice, è organizzata attorno a polarità semantiche, le quali possono assumere gradi di importanza e prevalenza differenti nella conversazione — come appartenenza/estraneità, bontà/malvagità, potere/sottomissione o coraggio/paura — e che definiscono le posizioni valoriali attorno a cui si costruiscono le identità dei membri e si organizzano le narrazioni familiari condivise.


In questa prospettiva, il legame di attaccamento non si struttura in modo indipendente dal contesto semantico familiare: al contrario, le modalità con cui il bambino impara a regolare la prossimità e la distanza dal caregiver sono profondamente influenzate dalle polarità semantiche dominanti nella propria famiglia. In modo particolare, Ugazio sottolinea l’importanza che i processi di attribuzione dei significati hanno rispetto alla strutturazione del “positioning” del bambino nella con-posizione familiare; infatti, è l’adulto di riferimento, soprattutto nei primissimi momenti di vita del neonato, ad attribuire intenzioni e significati ai suoi comportamenti e dunque, di conseguenza, a con-porsi con lui. In questa modalità attributiva, ogni adulto, in relazione alla propria storia familiare, privilegerà alcuni contenuti semantici piuttosto che altri, fornendo quindi al bambino un contesto semantico all’interno del quale progressivamente andrà a definire la propria posizione in relazione agli altri membri della famiglia. 


Il contributo di Ugazio offre dunque una prospettiva di grande ricchezza ermeneutica: l'attaccamento non è un fenomeno universale e astratto, ma è sempre situato — incarnato in una grammatica relazionale e narrativa specifica che ne determina forma, contenuto e funzione. Ogni storia di attaccamento è unica perché unica è la grammatica semantica della famiglia in cui si è nati.

 

È possibile riscrivere la mappa? Stabilità, plasticità e implicazioni cliniche

La domanda che percorre l'intero campo di studio dell'attaccamento — e che ha implicazioni cliniche decisive — è se i pattern relazionali costruiti nella prima infanzia siano immutabili o se possano essere modificati nel corso della vita. È importante chiarire, in primo luogo, che gli stili di attaccamento non sono categorie diagnostiche rigide: sono strategie relazionali apprese, disposte lungo un continuum, che riflettono il modo in cui il bambino ha imparato ad adattarsi alle caratteristiche del proprio ambiente di cura. Come tali, contengono già in sé una logica adattiva — anche i pattern insicuri hanno rappresentato, in origine, la risposta più funzionale disponibile in quel contesto specifico.


La ricerca converge su una risposta che respinge sia il determinismo sia l'indifferentismo: i modelli operativi interni mostrano una certa stabilità, ma sono plastici e modificabili, in particolare attraverso esperienze relazionali correttive (Sroufe et al., 2005). Relazioni significative caratterizzate da sintonizzazione, affidabilità e riparazione degli errori relazionali possono nel tempo aggiornare le rappresentazioni di sé e dell'altro, offrendo esperienze che contraddicono le aspettative costruite nelle relazioni di cura precoci.


La psicoterapia rappresenta uno dei contesti privilegiati di tale trasformazione. La relazione terapeutica, quando caratterizzata da disponibilità, sintonizzazione e riparazione degli errori relazionali, può funzionare come una nuova esperienza di attaccamento — non nel senso di sostituire le esperienze passate, ma di offrire al paziente un contesto in cui costruire rappresentazioni alternative di sé e dell'altro (Holmes, 2001). La mentalizzazione — la capacità di comprendere il comportamento proprio e altrui in termini di stati mentali — è stata individuata come uno dei meccanismi chiave attraverso cui la psicoterapia favorisce il cambiamento nei pattern di attaccamento, in particolare in quelli disorganizzati (Fonagy et al., 2002).


L'attaccamento, in definitiva, non è una sentenza ma una mappa: una rappresentazione del mondo relazionale costruita nelle prime esperienze di cura, che orienta ma non determina il percorso. Riconoscere questa mappa — comprenderla, interrogarla, ampliarla — è uno degli obiettivi fondamentali del lavoro clinico e, più in generale, di ogni percorso autentico di crescita personale. 


Conclusioni

La teoria dell'attaccamento offre una delle cornici teoriche più potenti per comprendere lo sviluppo socio-emotivo umano e le dinamiche delle relazioni significative nel ciclo di vita. I quattro stili identificati dalla ricerca — sicuro, ansioso-ambivalente, evitante e disorganizzato — non sono categorie rigide né destini immutabili: sono mappe relazionali che riflettono le strategie adattive sviluppate dal bambino in risposta al proprio ambiente di cura, e che tendono a riproporsi nelle relazioni significative della vita adulta.


Tuttavia, come ogni grande costrutto teorico, la teoria dell'attaccamento richiede di essere situata, interrogata e arricchita. Il contributo di Hinde (1982) invita a resistere alla tentazione di universalizzare pattern che sono sempre contestualmente determinati; la ricerca transculturale di Van IJzendoorn e Kroonenberg (1988) mostra come la variabilità culturale sfidi le classificazioni tipologiche; il modello delle polarità semantiche di Ugazio (1998) restituisce spessore narrativo e familiare a un fenomeno che rischia altrimenti di essere ridotto a una categorizzazione diagnostica.


Ciò che emerge è una visione dell'attaccamento non come destino biologico immutabile, ma come linguaggio relazionale appreso: un sistema di aspettative, rappresentazioni e strategie che si costruisce nell'incontro tra il bambino e il suo ambiente di cura, che tende a perpetuarsi attraverso le relazioni significative della vita adulta, ma che — con consapevolezza, relazioni riparative e, quando necessario, un percorso terapeutico — può essere ampliato, arricchito e trasformato.

 

Riferimenti bibliografici

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