Il Trauma Non È Solo un Ricordo: La Risposta del Corpo e il Dialogo tra Psicologia e Osteopatia
- 1 apr
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Articolo scritto in collaborazione con @osteopata_dilettamacchi e @ppsycotips
Introduzione
Quando si parla di trauma, l'immaginario collettivo tende a evocare qualcosa di lontano e straordinario: una guerra, una catastrofe naturale, una violenza fisica. Qualcosa che si racconta, che si elabora attraverso le parole, che appartiene al dominio della mente e del ricordo. Eppure la ricerca neuroscientifica e clinica degli ultimi trent'anni ha profondamente e irreversibilmente trasformato questa visione.
Il trauma non è soltanto un'esperienza mentale. È una risposta fisiologica che coinvolge l'intero organismo — il cervello, il sistema nervoso, i muscoli, i visceri, il respiro. È qualcosa che il corpo vive, registra e conserva, spesso molto al di là di ciò che la mente riesce a ricordare o a nominare (van der Kolk, 2014). Comprendere questa dimensione somatica del trauma non è un dettaglio secondario: è il punto di partenza per qualsiasi approccio clinico che voglia essere davvero efficace.
Questo articolo si propone di esplorare la natura neurofisiologica del trauma, il ruolo del sistema nervoso autonomo nelle risposte di sopravvivenza, le manifestazioni psicologiche e corporee che ne derivano, e le possibilità offerte da un lavoro integrato tra psicologia e osteopatia. L'obiettivo è restituire una visione unitaria dell'essere umano, in cui mente e corpo non sono mai davvero separati.
Ridefinire il Trauma: Dall'Evento alla Risposta
L'evoluzione del concetto clinico
La storia del concetto di trauma è una storia di progressiva espansione e complessificazione. Le prime descrizioni cliniche sistematiche risalgono alla fine dell'Ottocento, con gli studi di Charcot sull'isteria e le successive elaborazioni di Janet e Freud, che già intuivano il legame tra esperienze non elaborate e sintomi fisici (van der Kolk, 2014). Tuttavia, per molti decenni il trauma rimase circoscritto a eventi di eccezionale gravità — le shellshock della Prima Guerra Mondiale, le nevrosi di guerra del secondo conflitto — e la sua comprensione restò frammentata e spesso stigmatizzante.
È con l'introduzione del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) nel DSM-III nel 1980, e soprattutto con i successivi sviluppi della neuroscienza affettiva e della psicologia somatica, che il campo subisce una vera rivoluzione concettuale (American Psychiatric Association, 2022). La domanda smette di essere "cosa è successo?" e diventa "come lo ha vissuto il sistema nervoso?".
Trauma come risposta soggettiva
Levine (2010) ha offerto una delle definizioni più illuminanti e clinicamente utili: il trauma non è nell'evento, ma nella risposta dell'organismo a quell'evento. Ciò che conta non è la gravità oggettiva di ciò che è accaduto, ma se il sistema nervoso ha avuto sufficienti risorse — interne ed esterne — per attraversare quell'esperienza senza restare sopraffatto.
Questo sposta radicalmente il punto di osservazione. Un incidente automobilistico che per una persona diventa fonte di PTSD, per un'altra non lascia tracce durature. Una separazione affettiva, una svalutazione ripetuta, un periodo prolungato di forte stress lavorativo, la perdita di una figura di riferimento — eventi che apparentemente non raggiungono la soglia della "catastrofe" — possono lasciare tracce profonde e durature nel sistema nervoso (Porges, 2011).
Questa comprensione ha importanti implicazioni cliniche ed etiche: restituisce legittimità a esperienze spesso minimizzate, riduce la vergogna e l'autocolpa, e apre la strada a un lavoro terapeutico che non chiede alla persona di "giustificare" la propria sofferenza.
Il trauma complesso e il trauma relazionale
Un ulteriore ampliamento del concetto riguarda il cosiddetto trauma complesso (complex PTSD), riconosciuto nella classificazione ICD-11 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, 2019). A differenza del PTSD classico, che tipicamente segue un singolo evento traumatico, il trauma complesso emerge da esposizioni ripetute, prolungate e spesso relazionali: abuso fisico o emotivo cronico, trascuratezza, violenza domestica, situazioni di cattività o dipendenza.
Herman (1992) è stata tra le prime a descrivere sistematicamente questa forma di trauma, evidenziando come le sue conseguenze vadano ben oltre la triade sintomatologica classica del PTSD (intrusioni, evitamento, iperattivazione), includendo profonde alterazioni dell'identità, della regolazione emotiva e della capacità di relazione. Le tracce di queste esperienze — quando si verificano nelle fasi precoci dello sviluppo — si inscrivono nei pattern di attaccamento, nelle strutture neurologiche, nei pattern posturali e respiratori dell'individuo.
Il Sistema Nervoso Autonomo e le Risposte di Sopravvivenza
La teoria polivagale di Porges
Per comprendere come il trauma agisce sul corpo, è indispensabile comprendere il funzionamento del sistema nervoso autonomo (SNA). La teoria polivagale, elaborata da Stephen Porges a partire dagli anni Novanta, ha fornito il quadro neurobiologico più influente e clinicamente utile degli ultimi decenni (Porges, 2011).
Secondo questa teoria, il SNA non risponde alle esperienze in modo semplicemente binario (attivazione/disattivazione), ma attraverso una gerarchia evolutiva di tre sistemi di risposta, ciascuno associato a specifiche strutture neurologiche e a specifici stati comportamentali ed emotivi:
Il sistema ventrovagale (ventral vagal complex): è il sistema filogeneticamente più recente, esclusivo dei mammiferi. Regola la risposta sociale — la capacità di connettersi con gli altri, di comunicare attraverso il viso e la voce, di sentirsi al sicuro in presenza di figure affidabili. Quando questo sistema è attivo, l'organismo è in uno stato di calma regolata, capace di apprendimento, curiosità e intimità.
Il sistema simpatico (sympathetic nervous system): è il sistema della mobilitazione. Di fronte a una minaccia percepita, attiva le risposte di attacco (fight) o fuga (flight): aumento del battito cardiaco, dilatazione delle pupille, tensione muscolare, soppressione delle funzioni digestive. È un sistema potente e adattivo, ma energeticamente costoso.
Il sistema dorsovagale (dorsal vagal complex): è il sistema più antico dal punto di vista evolutivo, condiviso con i rettili. Di fronte a una minaccia percepita come insuperabile — quando né l'attacco né la fuga sembrano possibili — attiva una risposta di immobilizzazione (freeze): rallentamento del metabolismo, dissociazione, senso di intorpidimento o collasso.
Neurocezione: il radar invisibile
Porges (2011) ha introdotto il concetto di neurocezione per descrivere il processo con cui il sistema nervoso valuta continuamente l'ambiente alla ricerca di segnali di sicurezza o pericolo, al di sotto della soglia della coscienza. Non è una percezione consapevole: è un monitoraggio automatico e continuo, che avviene prima ancora che il cervello corticale abbia il tempo di elaborare razionalmente la situazione.
Questo spiega perché le risposte traumatiche sembrano spesso "irrazionali" a chi le vive: il sistema nervoso ha rilevato qualcosa che ha attivato una risposta di difesa, ma la mente consapevole non sempre riesce a capire perché. Un tono di voce, un odore, una postura corporea altrui possono attivare una risposta di allarme intensa in una persona con una storia traumatica, anche in assenza di un pericolo reale (van der Kolk, 2014).
Il blocco post-traumatico
Il problema centrale nel trauma non è che queste risposte esistano — sono risorse di sopravvivenza fondamentali, evolutivamente preziosissime. Il problema sorge quando il ciclo di risposta non si completa, e il sistema nervoso rimane bloccato in uno stato di attivazione o di immobilizzazione anche molto tempo dopo che la minaccia è cessata (Levine, 2010).
Levine ha osservato, attraverso lo studio del comportamento animale, che gli animali in natura attraversano spontaneamente un processo di completamento del ciclo di risposta — spesso attraverso tremori, scuotimenti, respiro profondo — che permette al sistema nervoso di "scaricare" l'energia di sopravvivenza accumulata e tornare a uno stato di equilibrio. Negli esseri umani, questo processo naturale viene spesso interrotto dalla vergogna, dalla dissociazione, dalla necessità di "tenere tutto sotto controllo" o semplicemente dall'impossibilità di muoversi durante l'evento traumatico. L'energia non scaricata rimane intrappolata nel corpo, generando i sintomi cronici che conosciamo.
Le Manifestazioni Psicologiche del Trauma
La triade sintomatologica del PTSD
Il disturbo post-traumatico da stress, nella sua forma classica, si caratterizza per tre categorie principali di sintomi (American Psychiatric Association, 2022):
Sintomi intrusivi: flashback, incubi, immagini o sensazioni che irrompono nella coscienza senza essere voluti, reazioni fisiche ed emotive intense a stimoli che ricordano l'evento traumatico. È come se il sistema nervoso rivivesse l'esperienza nel presente, perdendo la distinzione tra passato e presente.
Sintomi di evitamento: evitamento attivo di pensieri, emozioni, luoghi, persone o situazioni associati al trauma. L'evitamento può estendersi progressivamente a porzioni sempre più ampie dell'esperienza, limitando significativamente la vita della persona.
Alterazioni dell'umore e della cognizione: senso di colpa, vergogna, credenze negative su di sé o sul mondo ("sono debole", "il mondo è pericoloso", "non ci si può fidare di nessuno"), perdita di interesse, sensazione di distacco dagli altri.
Iperattivazione: difficoltà di concentrazione, insonnia, ipervigilanza, reazioni di allarme esagerate (startle response), irritabilità.
Il trauma complesso e le alterazioni dell'identità
Nel trauma complesso, il quadro si arricchisce di dimensioni che vanno ben oltre i sintomi del PTSD classico (Herman, 1992; World Health Organization, 2019). Le persone con una storia di trauma relazionale precoce tendono a sviluppare:
Disregolazione emotiva: difficoltà a tollerare, modulare e comprendere le proprie emozioni; oscillazioni intense tra stati di iperattivazione e ipoattivazione
Alterazioni dell'identità: senso di sé frammentato, instabile o vuoto; difficoltà a riconoscersi nel tempo
Alterazioni relazionali: difficoltà di fiducia, pattern di attaccamento insicuro o disorganizzato, tendenza a relazioni instabili o evitanti
Dissociazione: senso di irrealtà, depersonalizzazione, amnesia parziale per periodi o eventi specifici
La finestra di tolleranza emotiva
Un concetto centrale nel lavoro clinico con il trauma è quello di finestra di tolleranza, introdotto da Siegel (1999) e ampiamente sviluppato da Ogden e colleghi (2006). La finestra di tolleranza rappresenta la zona ottimale di attivazione fisiologica entro cui l'individuo è in grado di elaborare le esperienze senza essere sopraffatto.
All'interno di questa finestra, l'organismo è capace di integrare informazioni emotive e cognitive, di rimanere presente e in contatto con gli altri, di apprendere. Al di sopra di essa — nella zona di iperattivazione — predominano ansia, panico, rabbia, reazioni di difesa. Al di sotto — nella zona di ipoattivazione — prevalgono intorpidimento, dissociazione, sensazione di vuoto o di non essere presenti a se stessi.
Il trauma restringe questa finestra, spesso in modo significativo. Il lavoro terapeutico — sia psicologico che corporeo — mira a riampliare questa finestra, aumentando la capacità dell'organismo di stare con l'esperienza senza esserne sopraffatto (Ogden et al., 2006).
Le Manifestazioni Corporee del Trauma
Il corpo come archivio del trauma
Van der Kolk (2014) ha documentato in modo sistematico e rigoroso come il trauma lasci tracce specifiche e misurabili nel corpo. Attraverso studi di neuroimaging, ha mostrato come, durante i flashback traumatici, si attivino le aree cerebrali legate alle emozioni e alle sensazioni corporee (amigdala, insula, corteccia somatosensoriale), mentre si disattivino le aree legate alla regolazione emotiva e al linguaggio (corteccia prefrontale, area di Broca). Questo spiega perché il trauma sia così difficile da elaborare attraverso le sole parole: durante la rievocazione traumatica, il cervello letteralmente "perde" accesso alle sue funzioni superiori.
Ma il corpo non è solo uno schermo su cui il trauma si proietta — è anche il luogo in cui il trauma risiede. Le tensioni muscolari croniche, i pattern respiratori alterati, le disfunzioni viscerali, la postura chiusa e protettiva non sono sintomi accessori: sono la manifestazione fisica di un sistema nervoso che continua a prepararsi alla difesa (Levine, 2010).
Manifestazioni somatiche specifiche
Le manifestazioni corporee del trauma sono molteplici e spesso non immediatamente riconducibili alla loro origine traumatica:
Apparato muscolo-scheletrico: rigidità cervicale e dorsale, tensione muscolare cronica (in particolare nei muscoli psoas, trapezio, mascellari), contratture paravertebrali. La postura tende a diventare difensiva — spalle alzate e in avanti, petto contratto, collo teso.
Diaframma e respirazione: il diaframma è uno dei muscoli più sensibili allo stress emotivo. Nelle persone con una storia traumatica, è frequente trovare un diaframma contratto e poco mobile, che genera un respiro corto, toracico, superficiale. Questo pattern respiratorio mantiene a sua volta il sistema nervoso in uno stato di allerta (Ogden et al., 2006).
Sistema digestivo: il sistema nervoso enterico — spesso definito "il secondo cervello" — è direttamente influenzato dallo stato del SNA. Disturbi come colon irritabile, gastrite funzionale, nausea cronica possono essere manifestazioni somatiche di un sistema nervoso in stato di allarme cronico (Porges, 2011).
Sistema immunitario e dolore: la ricerca sulle ACEs (Adverse Childhood Experiences) ha documentato come le esperienze traumatiche precoci siano associate a un rischio significativamente aumentato di malattie croniche, disturbi autoimmuni e sensibilizzazione al dolore (Felitti et al., 1998). Il dolore cronico senza causa organica apparente è una delle presentazioni più comuni del trauma somatizzato.
Sistema autonomico: tachicardia, sudorazione, vampate di calore, sensazione di pelle d'oca — risposte simpatiche che si attivano in risposta a stimoli associati al trauma.
Il Contributo dell'Osteopatia nel Trattamento del Trauma
Il corpo come punto di accesso alla regolazione
L'osteopatia si fonda sul principio fondamentale che struttura e funzione siano reciprocamente interrelate: ogni alterazione strutturale ha conseguenze funzionali, e ogni disfunzione funzionale si riflette sulla struttura (Liem & Dobler, 2013). Applicato al campo del trauma, questo principio apre possibilità cliniche significative: intervenendo sul corpo — sulle sue tensioni, le sue restrizioni, i suoi pattern posturali e respiratori — si può influenzare direttamente lo stato del sistema nervoso autonomo.
Questo non significa che l'osteopatia "curi" il trauma in senso psicologico. Significa piuttosto che il lavoro manuale sul corpo può offrire al sistema nervoso una nuova esperienza somatica — un'esperienza di scioglimento, di apertura, di respiro più libero — che lo aiuta a uscire progressivamente dallo stato di allarme cronico (Levine, 2010).
Osteopatia craniosacrale e sistema nervoso
Tra gli approcci osteopatici, la tecnica craniosacrale merita una menzione particolare nel contesto del lavoro con il trauma. Sviluppata da Sutherland e successivamente da Upledger, questa tecnica lavora con ritmi tissutali sottili e con le membrane che avvolgono il sistema nervoso centrale, con l'obiettivo di favorire una maggiore libertà di movimento e una migliore regolazione del sistema nervoso (Liem & Dobler, 2013).
Sebbene la ricerca in questo campo richieda ancora studi controllati di maggiore ampiezza, le evidenze cliniche suggeriscono che il lavoro craniosacrale possa favorire stati profondi di rilassamento e regolazione, riducendo l'iperattivazione del sistema simpatico e favorendo l'accesso allo stato ventrovagale (Porges, 2011).
Il diaframma come snodo tra corpo e sistema nervoso
Il diaframma occupa una posizione anatomica e funzionale straordinaria: separa il torace dall'addome, è in relazione con la colonna vertebrale, il pericardio, i grandi vasi, il sistema nervoso autonomo. La sua mobilità influenza direttamente la qualità del respiro, la circolazione linfatica e venosa, e — attraverso il nervo vago — lo stato del sistema nervoso autonomo (Ogden et al., 2006).
Lavorare sul diaframma in un approccio osteopatico non significa solo "sbloccare" un muscolo contratto. Significa potenzialmente favorire una cascata di effetti regolativi che coinvolgono l'intero organismo: un respiro più profondo attiva il sistema parasimpatico, riduce il cortisolo, abbassa il battito cardiaco, segnala al sistema nervoso che è possibile rilassarsi.
Un Approccio Integrato: Psicologia e Osteopatia Insieme
Oltre il dualismo mente-corpo
La separazione cartesiana tra mente e corpo ha profondamente segnato la medicina e la psicologia occidentali per secoli, generando approcci paralleli, spesso incomunicanti e talvolta in competizione tra loro. La ricerca contemporanea sul trauma invita — con crescente urgenza — a superare questa divisione, riconoscendo che ogni esperienza psicologica ha un correlato corporeo, e che ogni intervento sul corpo ha effetti sullo stato psicologico (van der Kolk, 2014).
Questo non è un'intuizione new age: è neuroscienza. La ricerca di Damasio (1994) ha mostrato come le emozioni siano fondamentalmente corporee, e come la cognizione stessa dipenda dal feedback somatico. La teoria polivagale di Porges (2011) ha dimostrato come la regolazione emotiva sia inseparabile dalla regolazione fisiologica. Il lavoro di van der Kolk (2014) ha mostrato come gli approcci che includono il corpo — yoga trauma-sensitive, EMDR, somatic experiencing, lavoro manuale — producano cambiamenti neurobiologici misurabili.
Il modello di lavoro integrato
Un approccio integrato tra psicologia e osteopatia può agire su più livelli simultanei e complementari:
A livello psicologico: il lavoro terapeutico aiuta la persona a dare senso alla propria esperienza, a riconoscere i pattern di risposta automatici, a sviluppare risorse interne, ad ampliare la finestra di tolleranza emotiva attraverso interventi cognitivi, relazionali e somatici. Approcci come la terapia sensomotoria (Ogden et al., 2006) e il somatic experiencing (Levine, 2010) integrano esplicitamente la dimensione corporea nel lavoro psicoterapeutico.
A livello osteopatico: il lavoro manuale interviene direttamente sul corpo, sciogliendo tensioni profonde, liberando il diaframma, favorendo una postura meno difensiva e un respiro più libero. Questo lavoro offre al sistema nervoso esperienze somatiche di sicurezza e regolazione che completano e potenziano il lavoro psicologico.
A livello relazionale: sia il rapporto psicoterapeutico che quello osteopatico offrono un'esperienza relazionale di sicurezza — una presenza attenta, sintonizzata, non giudicante — che di per sé è terapeutica per un sistema nervoso che ha imparato a non fidarsi (Herman, 1992).
Il principio della finestra di tolleranza nel lavoro integrato
Un elemento fondamentale in entrambi gli approcci è il rispetto della finestra di tolleranza. Sia in psicoterapia che in osteopatia, il principio è lo stesso: non si tratta di "rivivere" il trauma o di "forzare" il corpo a rilassarsi, ma di lavorare al margine della finestra di tolleranza — abbastanza vicino all'esperienza difficile da permettere l'elaborazione, abbastanza lontano dal confine da non innescare una risposta di sopraffazione (Ogden et al., 2006).
Questo richiede sensibilità clinica, flessibilità e una costante attenzione ai segnali del sistema nervoso della persona — tanto nella stanza di psicoterapia quanto sul lettino osteopatico.
Conclusioni
Il trauma è un'esperienza che trasforma il sistema nervoso, e attraverso di esso, il corpo intero. Non è solo un ricordo che tormenta la mente: è una risposta fisiologica che continua a vivere nei muscoli, nel respiro, nella postura, nella pelle. Comprendere questa dimensione somatica non è un'aggiunta facoltativa alla comprensione del trauma: è al cuore di qualunque approccio clinico che voglia essere davvero efficace.
Il dialogo tra psicologia e osteopatia rappresenta una delle frontiere più promettenti in questo campo: non perché offra soluzioni semplici a problemi complessi, ma perché riconosce la complessità dell'essere umano e la necessità di lavorare su più livelli contemporaneamente. Corpo e mente non sono mai stati davvero separati. E nella guarigione dal trauma, come nella vita, lavorano sempre insieme.
Riferimenti
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). American Psychiatric Publishing. https://doi.org/10.1176/appi.books.9780890425787
Damasio, A. R. (1994). Descartes' error: Emotion, reason, and the human brain. Putnam.
Felitti, V. J., Anda, R. F., Nordenberg, D., Williamson, D. F., Spitz, A. M., Edwards, V., Koss, M. P., & Marks, J. S. (1998). Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults: The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study. American Journal of Preventive Medicine, 14(4), 245–258. https://doi.org/10.1016/S0749-3797(98)00017-8
Herman, J. L. (1992). Trauma and recovery: The aftermath of violence — from domestic abuse to political terror. Basic Books.
Levine, P. A. (2010). In an unspoken voice: How the body releases trauma and restores goodness. North Atlantic Books.
Liem, T., & Dobler, T. K. (2013). Leitfaden Osteopathie: Parietale Techniken (4. Aufl.). Urban & Fischer.
Ogden, P., Minton, K., & Pain, C. (2006). Trauma and the body: A sensorimotor approach to psychotherapy. W. W. Norton & Company.
Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. W. W. Norton & Company.
Siegel, D. J. (1999). The developing mind: How relationships and the brain interact to shape who we are. Guilford Press.
van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.
World Health Organization. (2019). International classification of diseases for mortality and morbidity statistics (11th rev.). https://icd.who.int/



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