Steve (2025): Burnout, Depressione Maschile e Mirroring Istituzionale — Un'Analisi Psicologica
- 2 mar
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Il film Steve (Mielants, 2025), disponibile su Netflix e adattato dal romanzo breve Shy di Max Porter (2023), offre una rappresentazione rara e clinicamente rilevante di alcune delle sfide più pressanti nell'ambito della salute mentale contemporanea: il burnout nei professionisti della cura, la moral injury nei contesti istituzionali sottofinanziati, la depressione adolescenziale maschile nella sua presentazione atipica e i fenomeni di mirroring e controtransfert nelle relazioni di cura. Attraverso un'analisi dei temi psicologici principali del film, il presente articolo intende offrire una lettura scientificamente fondata di un'opera cinematografica che interroga — senza pretendere di rispondere — alcune delle domande più urgenti per chiunque lavori o si formi nel campo della psicologia clinica e dello sviluppo.

Introduzione
Il cinema ha da sempre rappresentato uno spazio privilegiato per l'esplorazione della condizione umana, e la psicologia ha trovato in molte opere filmiche un materiale di riflessione prezioso (Wedding & Boyd, 1999). Steve (Mielants, 2025), interpretato da Cillian Murphy nel ruolo del protagonista omonimo, si distingue nel panorama cinematografico recente per la densità e la precisione con cui affronta tematiche legate alla salute mentale — sia individuale che organizzativa — senza scivolare nel sensazionalismo né nella semplificazione.
Il film racconta una singola giornata di ventiquattro ore nella vita di Steve, preside di una scuola residenziale sicura per adolescenti con bisogni complessi, ambientata negli anni Novanta nel Cornovaglia rurale. La struttura narrativa — unitaria nel tempo, nello spazio e nell'azione, secondo le tre unità aristoteliche — non è una scelta formale neutra: amplifica la sensazione di intrappolamento, di un presente che non lascia spazio alla riflessione o al recupero (Walker & Walker, 2026). La telecamera a mano, il montaggio serrato, i timestamp che scandiscono le ore come un conto alla rovescia: tutto concorre a costruire un'esperienza visiva che è essa stessa una simulazione dello stato mentale del protagonista.
Come osservano Walker e Walker (2026) in una recensione clinica pubblicata su BJPsych Bulletin, il film rappresenta con notevole accuratezza l'interazione tra distress adolescenziale e esaurimento del personale, offrendo una finestra rara sugli effetti psicologici del caregiving in condizioni di stress cronico. Il presente articolo approfondisce cinque aree tematiche principali: il burnout professionale e la moral injury, la compartimentalizzazione come meccanismo difensivo, la dipendenza come risposta maladattiva alla disregolazione emotiva, la depressione maschile adolescenziale nella sua presentazione atipica, e il fenomeno del mirroring istituzionale tra caregiver e utenti.
Burnout Professionale e Moral Injury nei Contesti di Cura
La risposta di Steve alla domanda del documentarista — che gli chiede di descriversi in tre parole — è "very, very tired" (Walker & Walker, 2026). Non è stanchezza fisica. È la stanchezza di chi ha smesso di credere che le proprie risorse siano adeguate al compito che gli è stato affidato. È, in termini clinici, il nucleo del burnout professionale.
Maslach e Leiter (1997) definiscono il burnout come una sindrome tridimensionale caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e riduzione del senso di efficacia personale. Nei professionisti della salute mentale e dell'assistenza, queste dimensioni si manifestano con una frequenza allarmante, spesso amplificata da condizioni sistemiche quali la carenza di risorse, la pressione burocratica e la mancanza di supervisione adeguata (Bakker & Demerouti, 2007). Nel film, Steve non è un individuo fragile che ha ceduto: è un professionista competente e appassionato che opera in un sistema cronicamente sottofinanziato, con tagli progressivi al personale e, come si apprende in una delle scene più devastanti della narrazione, con la prospettiva imminente della chiusura della scuola.
Questo scenario rimanda direttamente al concetto di moral injury, originariamente sviluppato in ambito militare da Shay (1994) e successivamente applicato ai contesti sanitari. Talbot e Dean (2018) hanno sostenuto con forza che i professionisti della salute non stiano semplicemente "bruciando": stiano subendo una lesione morale, ovvero la dissonanza tra i valori etici che li hanno guidati nella scelta professionale e le condizioni reali in cui sono costretti a operare. La moral injury si distingue dal burnout proprio perché implica una dimensione valoriale: non è solo esaurimento, è la percezione di tradire se stessi e i propri assistiti ogni giorno, non per mancanza di volontà ma per impossibilità strutturale.
Walker e Walker (2026) individuano nel film una rappresentazione fedele di questo fenomeno, sottolineando come la scena in cui il personale viene informato della chiusura imminente della scuola costituisca un momento di particolare intensità drammatica e clinica. La domanda che rimane sospesa — cosa accadrà a questi ragazzi? — è esattamente la domanda che genera moral injury: quando sai che il tuo sistema sta per abbandonare chi non ha altri posti dove andare.
La Compartimentalizzazione come Meccanismo Difensivo
Uno degli elementi narrativi più interessanti di Steve è la breve ma significativa finestra sulla vita domestica del protagonista. In contrasto assoluto con il caos della scuola, la sua casa appare serena, ordinata, quasi surreale nella sua normalità. È una scelta registica deliberata, e Walker e Walker (2026) l'identificano come la rappresentazione cinematografica di un meccanismo difensivo ampiamente documentato in letteratura: la compartimentalizzazione.
La compartimentalizzazione è una forma di isolamento cognitivo ed emotivo attraverso cui un individuo separa aspetti incompatibili della propria esperienza, impedendone l'integrazione consapevole (Vaillant, 1992). Nei professionisti della cura, questo meccanismo svolge spesso una funzione adattiva a breve termine: consente di "lasciare il lavoro al lavoro" e di mantenere una qualità di vita accettabile al di fuori del contesto professionale. Tuttavia, la ricerca suggerisce che, quando la compartimentalizzazione diventa rigida e cronica, può impedire l'elaborazione del distress accumulato, contribuendo paradossalmente all'aggravarsi del burnout (Gross, 1998).
Nel film, la separazione tra il mondo di Steve-preside e Steve-padre/marito non è integrazione: è dissociazione funzionale. Il segreto che gradualmente emerge nella narrazione — la dipendenza — è esattamente ciò che la compartimentalizzazione non è riuscita a contenere. Quando il meccanismo difensivo cede, non cede silenziosamente: cede verso l'esterno, verso i comportamenti.
Questa dinamica rispecchia ciò che la letteratura sul self-care nei professionisti della salute mentale descrive come il paradosso del caregiver: chi è addestrato a riconoscere il distress negli altri è spesso il meno capace di riconoscerlo in sé stesso (Barnett et al., 2007). La formazione alla cura include raramente una formazione adeguata alla cura di sé, e il film lo mette in scena con precisione.
La Dipendenza come Risposta Maladattiva alla Disregolazione Emotiva
La dipendenza di Steve emerge progressivamente nel corso del film, non come elemento drammatico isolato ma come sviluppo coerente di tutto ciò che lo precede. È questa coerenza narrativa a renderla psicologicamente significativa: non è un vizio, è una risposta.
Il modello di Khantzian (1997), noto come self-medication hypothesis, propone che molte forme di uso problematico di sostanze rappresentino tentativi di automedicazione rispetto a stati affettivi dolorosi e non altrimenti gestibili. In individui con accesso limitato a strategie di regolazione emotiva adattive — o in contesti che non offrono spazi legittimi per l'elaborazione del distress — le sostanze possono svolgere temporaneamente una funzione regolatoria: riducono l'iperattivazione del sistema nervoso autonomo, attenuano il rimuginio, abbassano la soglia del dolore emotivo.
Questa prospettiva non ha l'obiettivo di deresponsabilizzare chi sviluppa una dipendenza, ma di comprenderne la funzione psicologica all'interno di un sistema più ampio. Nel caso di Steve, il sistema più ampio è un'istituzione che richiede tutto — empatia, presenza, contenimento, decisione — senza offrire nulla di equivalente in termini di supporto, supervisione o riconoscimento. La dipendenza non è la causa del collasso: è il segnale che il collasso è già in corso da tempo.
Koob e Volkow (2016) descrivono il ciclo della dipendenza come caratterizzato da tre fasi — intossicazione, astinenza/affetto negativo, preoccupazione/anticipazione — che si autoalimentano progressivamente. Ciò che colpisce nella rappresentazione cinematografica di Steve è che il film non mostra l'intossicazione, ma l'affetto negativo: la stanchezza, l'irritabilità, il senso di vuoto. La sostanza è quasi un dettaglio. Ciò che il film mette al centro è il dolore che la precede.
La Depressione Maschile Adolescenziale: Una Presentazione Atipica
Se Steve è il cuore del film, Shy — interpretato da Jay Lycurgo — ne è l'anima. Adattato dall'omonimo protagonista del romanzo di Porter (2023), Shy è un adolescente che porta su di sé una storia di abbandono, rifiuto familiare e isolamento emotivo. Quando il documentarista gli chiede le sue tre parole, risponde: "depressed, angry and bored" (Walker & Walker, 2026).
Questa triade merita attenzione clinica. La rappresentazione popolare della depressione — tanto nei media quanto nell'immaginario collettivo — privilegia la tristezza, il pianto, il ritiro sociale silenzioso. Nella realtà clinica, e in particolare nella depressione maschile e adolescenziale, la presentazione è spesso radicalmente diversa. Addis (2008) ha documentato come negli uomini la depressione si manifesti frequentemente attraverso irritabilità, rabbia, comportamenti a rischio, abuso di sostanze e noia pervasiva — maschere che occultano il nucleo depressivo e rendono più difficile sia l'autoidentificazione del problema che il riconoscimento da parte dei clinici.
Questa invisibilità ha conseguenze reali. Möller-Leimkühler (2003) ha analizzato il fenomeno del male depressive syndrome, evidenziando come i criteri diagnostici tradizionali — sviluppati prevalentemente su campioni femminili — tendano a sottostimare la depressione maschile. Il risultato è un'epidemia silenziosa: gli uomini si deprimono, ma non vengono diagnosticati, non cercano aiuto, non ricevono trattamento. I tassi di suicidio maschile — significativamente più alti di quelli femminili in quasi tutti i Paesi occidentali (World Health Organization, 2021) — sono in parte il prodotto di questa invisibilità diagnostica.
Shy è, in questo senso, un personaggio clinicamente accurato. Non chiede aiuto esplicitamente. La sua sofferenza si esprime attraverso la collera, il conflitto con i pari, il rifiuto delle relazioni. La sua storia familiare — il progressivo distacco della madre e del patrigno, fino alla decisione di interrompere ogni contatto con lui (Walker & Walker, 2026) — è coerente con la letteratura sulle esperienze avverse nell'infanzia (ACEs) e il loro impatto sullo sviluppo emotivo e relazionale (Felitti et al., 1998). La scuola di Steve non è solo un luogo di contenimento: è, per Shy, l'unico spazio in cui la sua esistenza viene riconosciuta come degna di attenzione.
Mirroring Istituzionale e Controtransfert nei Contesti di Cura
Uno degli aspetti più raffinati di Steve — sia dal punto di vista registico che da quello psicologico — è la costruzione sistematica di un parallelismo tra il mondo interiore del protagonista adulto e quello degli adolescenti che accudisce. Tim Mielants costruisce deliberatamente questo effetto specchio, e la critica cinematografica lo ha rilevato con puntualità (Blackford, 2025; Stephenson, 2025).
Dal punto di vista psicoanalitico e psicologico, questo fenomeno rimanda al concetto di mirroring istituzionale (Obholzer & Roberts, 1994), ovvero la tendenza dei sistemi di cura a riprodurre al loro interno le dinamiche emotive degli utenti che assistono. Le istituzioni che lavorano con individui traumatizzati, disregolati o in crisi sono particolarmente vulnerabili a questo processo: il caos emotivo degli utenti si infiltra nel sistema, generando reazioni parallele nel personale — ansia, impotenza, aggressività, ritiro.
Obholzer e Roberts (1994) descrivono come le istituzioni di cura sviluppino spesso difese sociali — strutture organizzative e comportamentali che proteggono il personale dall'angoscia generata dal contatto con la sofferenza degli utenti, ma che al tempo stesso riducono la capacità di risposta clinica adeguata. Nel film, queste difese sono visibili: la burocrazia, le riunioni, la documentazione — e, in senso più profondo, l'umorismo nero del personale, la normalizzazione del caos, l'abitudine all'emergenza.
Il concetto freudiano di controtransfert — originariamente inteso come ostacolo alla terapia e successivamente rivalutato come strumento clinico prezioso (Heimann, 1950) — è particolarmente rilevante per leggere la relazione tra Steve e Shy. Steve non è un operatore distaccato: si identifica con questi ragazzi, li ama, e questa vicinanza emotiva è sia la fonte della sua efficacia come educatore sia il vettore della sua vulnerabilità psicologica. La ricerca contemporanea sul controtransfert nei contesti istituzionali suggerisce che la capacità di riconoscere e utilizzare le proprie reazioni emotive — piuttosto che sopprimerle o agirle — sia un fattore determinante nella qualità della cura (Norcross & Lambert, 2019).
Implicazioni per la Formazione e la Pratica Clinica
Steve non è un manuale. Non offre soluzioni, non indica protocolli, non conclude con una nota di speranza facile. È, come Murphy stesso ha dichiarato, un film che fa domande (Stephenson, 2025). Ed è proprio questa qualità interrogativa a renderlo utile per la formazione psicologica.
La letteratura sulla formazione dei professionisti della salute mentale ha identificato nell'esperienza emotiva vicaria — ovvero l'elaborazione delle proprie reazioni emotive davanti a materiale clinicamente rilevante — uno strumento di sviluppo professionale significativo (Figley, 1995). La visione di Steve in contesti formativi potrebbe aprire discussioni su temi che spesso rimangono ai margini dei curricula accademici: il self-care dei professionisti, la moral injury, la gestione del controtransfert, il riconoscimento della depressione maschile, il ruolo delle istituzioni nella protezione o nel logoramento dei loro operatori.
Walker e Walker (2026) concludono la loro recensione clinica ricordando che il film è un promemoria del costo funzionale e psicologico della sottodottazione dei servizi, sia per il personale che per gli utenti. Questo costo non è astratto: ha volti, storie, tre parole.
"Very, very tired." "Depressed, angry, and bored."
Due set di tre parole. Due persone — un adulto e un adolescente — che il sistema ha messo insieme nella stessa stanza, sperando che si salvassero a vicenda. Il film non ci dice se ci riescono. Forse è questa la domanda più onesta che un'opera sulla salute mentale possa porsi.
Riferimenti
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