Sessualità e affettività nelle persone con autismo: una riflessione necessaria
- 26 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min

Parlare di sessualità e affettività nelle persone con autismo significa toccare un ambito tanto delicato quanto fondamentale della vita umana. Il webinar condotto dal dott. Guido Leonti offre una lente preziosa per comprendere come questo tema, troppo spesso trascurato, sia invece centrale nel percorso di crescita, autonomia e benessere di ogni individuo – anche e soprattutto quando convivono neurodivergenze.
Il rischio dell’invisibilità
Uno dei messaggi più potenti emersi dal webinar riguarda un rischio frequente: nell’intento di prendersi cura della persona con autismo, si finisce talvolta per “desessualizzarla”, come se la neurodivergenza annullasse pulsioni, desideri, possibilità relazionali o progettualità affettiva.La metafora dei bagni pubblici – dove il simbolo della disabilità prende il posto dei tradizionali simboli di genere – mostra come la disabilità venga spesso vista come la caratteristica totale della persona, rubando spazio alla sua identità di genere, emotiva e sessuale.
Eppure la pubertà arriva, i bisogni emergono, e il silenzio non protegge: al contrario, rischia di trasformarsi in solitudine, fraintendimenti o comportamenti disorganizzati.
Perché parlarne? Tra paure, stereotipi e sofferenza “utile”
Molte resistenze attorno al tema nascono da emozioni difficili: imbarazzo, paura di “svegliare” interessi sopiti, preoccupazione di esporre la persona a rifiuti o frustrazioni. Il webinar invita invece a riconsiderare queste emozioni, distinguendo tra:
sofferenza inutile, che schiaccia e non fa crescere;
sofferenza utile, che diventa occasione di sviluppo, consapevolezza, progettualità.
Evitare completamente il tema dell’affettività e della sessualità può sembrare un atto protettivo, ma rischia di privare la persona di occasioni di autodeterminazione. Parlare di affetto, desiderio, consenso e relazioni non è un “pericolo”: è un diritto.
Sessualità come area trasversale della qualità di vita
L’approccio illustrato nel webinar si inserisce pienamente nel modello di qualità di vita di Schalock e Verdugo: autodeterminazione, relazioni interpersonali, benessere emotivo e diritti non possono essere pienamente compresi se si omette la sfera intima e affettiva.Così, progettare un percorso di autonomia lavorativa, abitativa o sociale senza includere anche competenze relazionali, confini, privacy, corteggiamento e gestione del desiderio significa costruire solamente metà del progetto di vita.
Normalizzare lo sguardo: l’approccio educativo
Il dott. Leonti propone un passaggio culturale importante: non normalizzare la persona, ma normalizzare il nostro modo di guardarla.Le persone nello spettro non hanno meno desideri o meno capacità di amare: spesso hanno meno occasioni, meno strumenti e meno educazione.
È per questo che risulta fondamentale un lavoro educativo su due fronti:
1. Potenziare competenze e strategie
Tra gli obiettivi educativi si possono includere:
riconoscere la differenza tra spazio privato e pubblico;
esprimere interesse per un’altra persona in modo rispettoso;
comprendere consenso, limiti, segnali sociali;
conoscere il proprio corpo e la risposta sessuale.
Un esempio emblematico è quello della masturbazione in contesti non appropriati: lavorare soltanto per eliminarla senza educare alla privatizzazione del gesto o alla conoscenza del proprio corpo rischia di trasmettere l’idea che la sessualità sia un “problema”, anziché una dimensione naturale da vivere con consapevolezza.
2. Limitare comportamenti disfunzionali
Le stesse strategie raccomandate dalle linee guida (ABA, modelling, skill training, psicoeducazione) possono essere applicate al campo socio-sessuale, evitando approcci punitivi e concentrandosi sulla funzione educativa.
Diritti e tutela: cosa dice la ricerca
Già dal 1993 l’ONU riconosce a tutte le persone con disabilità il diritto ad amare, essere amate, vivere una sessualità e – se desiderato – costruire una famiglia.L’OMS nel 2006 ribadisce che la salute sessuale è parte integrante della salute globale.
Eppure la letteratura mostra ancora oggi che le persone nello spettro:
ricevono meno educazione sessuale;
hanno meno occasioni di interazioni paritarie;
vengono esposte più raramente a contesti sociali informali dove si apprendono impliciti, corteggiamento e dinamiche relazionali;
rischiano più frequentemente fraintendimenti, confini violati o eccessiva ingenuità.
Da qui l’importanza di percorsi mirati, sensibili alle diverse modalità di apprendimento.
Educare “incidentalmente” e “curricolarmente”
L’educazione affettiva e sessuale può avvenire in due modalità:
incidentalmente, quando emerge un comportamento o una domanda specifica;
curricolarmente, attraverso un percorso strutturato, graduale, che inizia sin dalla prima infanzia con le basi: teoria della mente, consapevolezza corporea, riconoscimento delle emozioni, contatti sociali adeguati.
La piramide di Reynolds – citata nel webinar – mostra proprio come la sessualità consapevole sia l’esito di competenze che si costruiscono negli anni, non una “lezione” da dare all’adolescenza.
Chi se ne deve occupare? Una rete consapevole
La responsabilità educativa non può gravare su una sola figura.La rete – insegnanti, educatori, terapisti, psicologi – deve collaborare, con l’accortezza di permettere ai genitori un passo indietro quando la tematica è troppo carica emotivamente.Allo stesso tempo, gli operatori devono essere consapevoli delle emozioni che il tema attiva anche in loro. Formazione, supervisione e lavoro di équipe diventano fondamentali.
Cosa affrontare concretamente
Tra i contenuti possibili, il webinar include:
riconoscimento delle emozioni e del desiderio;
cambiamenti della pubertà;
masturbazione e privacy;
consenso e rispetto dei confini;
corteggiamento e relazione;
prevenzione di MST e gravidanze;
riconoscimento dell’abuso sessuale.
Temi complessi che vanno però affrontati con linguaggi accessibili, esempi concreti e strumenti visuali o comportamentali quando necessari.
Conclusioni: un rischio che vale la pena correre
Il messaggio finale è chiaro: parlare di sessualità e affettività con persone con autismo non è un lusso, né un pericolo.È un atto di cura.È la possibilità di accompagnare l’altro verso una vita più piena, consapevole, autodeterminata.È la volontà di favorire una sofferenza “utile”, che porta senso, dignità e relazione.
Trascurare questo ambito significa sottrarre alla persona una parte importantissima dell’essere umano.Includerlo significa riconoscere che anche nella neurodivergenza c’è desiderio di amore, intimità, piacere e reciprocità – e che ogni persona ha diritto a esplorarli nella massima sicurezza e nel massimo rispetto.



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