Sciogliere i nodi: guarire dal bullismo anche a distanza di anni

Articolo scritto in collaborazione con @uniticontroilbullismo
Introduzione
Si tende a pensare al bullismo come a un problema dell'infanzia e dell'adolescenza, che finisce con il diploma o con il cambio di scuola. La ricerca e la pratica clinica raccontano una storia diversa: per molte persone il peso di quell'esperienza continua a farsi sentire nell'età adulta, spesso in forme silenziose e difficili da collegare alla loro origine. In questo articolo useremo la metafora dei nodi per capire perché il bullismo lascia tracce durature, come si manifestano e che cosa significa, concretamente, scioglierli.
Perché il peso resta
Il bullismo è definito come un comportamento aggressivo intenzionale e ripetuto nel tempo, all'interno di una relazione caratterizzata da uno squilibrio di potere (Olweus, 1993/1996). La ripetitività e l'impossibilità di sottrarsi alla situazione sono ciò che lo rende così incisivo: chi lo subisce impara, giorno dopo giorno, che l'ambiente relazionale non è un luogo sicuro.
Gli studi longitudinali confermano che gli effetti non si esauriscono con la fine della scuola. Copeland et al. (2013) hanno seguito un campione di persone dall'infanzia all'età adulta, rilevando che chi era stato vittima di bullismo presentava un rischio maggiore di disturbi d'ansia in età adulta. Wolke et al. (2013) hanno mostrato che le vittime avevano più probabilità di andare incontro a problemi di salute, difficoltà lavorative e difficoltà nel costruire relazioni sociali. Takizawa et al. (2014), seguendo per cinquant'anni una coorte britannica, hanno trovato associazioni tra la vittimizzazione infantile e un minore benessere psicologico, relazioni sociali più fragili e una salute peggiore a distanza di decenni. Una meta-analisi ha inoltre associato l'essere vittima di bullismo a un rischio più alto di depressione, ansia e ideazione suicidaria (Moore et al., 2017).
Questi dati parlano di associazioni e probabilità, non di destini: molte persone attraversano il bullismo e poi stanno bene, e molti fattori, come il sostegno ricevuto, incidono sull'esito. Ma mostrano che il fenomeno merita di essere preso sul serio anche quando "è passato tanto tempo".
Come si presentano i nodi nell'età adulta
Le tracce del bullismo raramente si presentano con il proprio nome. Più spesso emergono come schemi ricorrenti nelle relazioni e nell'immagine di sé.
Fiducia e relazioni. Ricordare di essere stati vittimizzati è stato collegato, in età adulta, a una minore autostima e a difficoltà nelle relazioni di amicizia e nelle relazioni intime (Schäfer et al., 2004). Chi ha imparato che le persone possono ferire può faticare ad aprirsi o, al contrario, cercare continuamente conferme.
Voce interna critica. Le parole subite diventano spesso parole che ci si ripete ("sono sbagliato", "do fastidio"). Quando una persona non ha potuto difendersi dall'esterno, può finire per interiorizzare lo sguardo giudicante.
Vergogna e colpa. La vergogna è una delle emozioni più tenaci in questo contesto: non riguarda ciò che si è fatto, ma ciò che si crede di essere. Brown (2010/2019) descrive come la vergogna prosperi nel silenzio e nell'isolamento, e come il contatto con persone empatiche ne riduca la presa.
Corpo e allerta. Le esperienze ripetute di minaccia possono lasciare tracce anche a livello corporeo, sotto forma di ipervigilanza e tensione (van der Kolk, 2014/2015). Va precisato che non ogni esperienza di bullismo si configura come trauma clinico, ma per alcune persone la sua intensità e durata rendono utile leggerla in questa chiave.
Che cosa significa sciogliere i nodi
Sciogliere i nodi non significa dimenticare né "superare in fretta". Significa modificare il rapporto con ciò che è accaduto. Possiamo articolare il processo in quattro movimenti, che non sono tappe rigide ma direzioni di lavoro.
Consapevolezza del qui e ora. Il primo passo è accorgersi di ciò che si prova nel presente, riconoscendo quando una reazione attuale (un timore, un ritiro, una rabbia improvvisa) sia alimentata da ferite passate. Senza questo riconoscimento, i nodi restano invisibili e continuano a guidare il comportamento.
Sganciarsi dal senso di colpa. Molte vittime si chiedono cosa abbiano fatto per "meritarlo". La responsabilità del bullismo, però, appartiene a chi lo agisce e al contesto che lo tollera, non a chi lo subisce. In questo lavoro può aiutare la self-compassion, cioè un atteggiamento verso di sé fatto di gentilezza, riconoscimento della comune umanità e presenza mentale, in alternativa all'autocritica (Neff, 2003).
Darsi tempo e cercare sostegno. Lasciare andare è un processo lento e faticoso. Nel suo modello del recupero dal trauma, Herman (1992/2005) sottolinea che la guarigione passa dalla costruzione di sicurezza, dalla possibilità di raccontare e piangere ciò che è accaduto e dalla riconnessione con gli altri. Il sostegno di un professionista o di una rete affettiva sicura non è un segno di debolezza, ma una condizione che rende il processo possibile: si guarisce nelle relazioni, non contro di esse.
Riconquistare il proprio spazio. L'ultimo movimento riguarda l'identità. Il bullismo impone una definizione esterna e umiliante di sé. Sciogliere i nodi significa smettere di definirsi attraverso gli occhi degli altri e iniziare a costruire l'identità su valori, punti di forza e desideri propri. È un lavoro creativo, non solo riparativo: riguarda chi si vuole diventare, oltre a ciò da cui ci si libera.
Conclusioni
Il bullismo può lasciare nodi che durano più a lungo dell'esperienza che li ha creati, ma non sono definitivi. Riconoscerli, liberarsi da una colpa che non appartiene alla vittima, concedersi tempo e sostegno e riprendersi la propria identità sono passi concreti e possibili. Chi si riconosce in queste parole può sapere che ciò che prova ha una spiegazione, e che parlarne con un professionista è un modo di prendersi cura di sé.
Riferimenti bibliografici
Brown, B. (2019). I doni dell'imperfezione: Lascia andare quello che pensi di dover essere e abbraccia quello che sei (trad. it.). Vallardi. (Opera originale pubblicata 2010)
Copeland, W. E., Wolke, D., Angold, A., & Costello, E. J. (2013). Adult psychiatric outcomes of bullying and being bullied by peers in childhood and adolescence. JAMA Psychiatry, 70(4), 419–426. https://doi.org/10.1001/jamapsychiatry.2013.504
Herman, J. L. (2005). Guarire dal trauma: Affrontare le conseguenze della violenza, dall'abuso domestico al terrorismo politico (trad. it.). Magi. (Opera originale pubblicata 1992)
Moore, S. E., Norman, R. E., Suetani, S., Thomas, H. J., Sly, P. D., & Scott, J. G. (2017). Consequences of bullying victimization in childhood and adolescence: A systematic review and meta-analysis. World Journal of Psychiatry, 7(1), 60–76. https://doi.org/10.5498/wjp.v7.i1.60
Neff, K. D. (2003). Self-compassion: An alternative conceptualization of a healthy attitude toward oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101. https://doi.org/10.1080/15298860309032
Olweus, D. (1996). Bullismo a scuola: Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono (trad. it.). Giunti. (Opera originale pubblicata 1993)
Schäfer, M., Korn, S., Smith, P. K., Hunter, S. C., Mora-Merchán, J. A., Singer, M. M., & van der Meulen, K. (2004). Lonely in the crowd: Recollections of bullying. British Journal of Developmental Psychology, 22(3), 379–394. https://doi.org/10.1348/0261510041552756
Takizawa, R., Maughan, B., & Arseneault, L. (2014). Adult health outcomes of childhood bullying victimization: Evidence from a five-decade longitudinal British birth cohort. American Journal of Psychiatry, 171(7), 777–784. https://doi.org/10.1176/appi.ajp.2014.13101401
van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo: Mente, corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche (trad. it.). Raffaello Cortina. (Opera originale pubblicata 2014)
Wolke, D., Copeland, W. E., Angold, A., & Costello, E. J. (2013). Impact of bullying in childhood on adult health, wealth, crime, and social outcomes. Psychological Science, 24(10), 1958–1970. https://doi.org/10.1177/0956797613481608



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