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Pedagogia di genere: come l'educazione differenziata plasma lo sviluppo psicologico

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Articolo scritto in collaborazione con @aapertamente 


Introduzione

L'idea che bambini e bambine vengano educati in modo diverso in base al loro genere non è una provocazione prettamente teorica: è un dato ampiamente documentato dalla ricerca pedagogica e psicologica. A partire dalla metà del Novecento, studiose e studiosi di diverse discipline hanno iniziato a interrogarsi su quanto dei cosiddetti "comportamenti tipicamente maschili" o "tipicamente femminili" fosse davvero biologicamente determinato, e quanto invece fosse il prodotto di pressioni culturali sistematiche, trasmesse fin dai primissimi giorni di vita.


Una delle voci più lucide e precoci su questo tema è quella di Elena Gianini Belotti, pedagogista italiana che nel 1973 ha pubblicato "Dalla parte delle bambine", un'opera destinata a influenzare profondamente il dibattito sull'educazione di genere. Gianini Belotti (1973) descrive con precisione come l'ambiente familiare e scolastico costruisca aspettative radicalmente diverse per i due sessi, plasmando non solo i comportamenti, ma le stesse strutture psicologiche dei bambini e delle bambine.


Le origini: l'educazione differenziata inizia prima della nascita

La ricerca mostra che le aspettative di genere si attivano ancor prima che il bambino o la bambina vengano al mondo. Già durante la gravidanza, conoscere il sesso del nascituro orienta le aspettative dei genitori, i colori scelti per la cameretta, i giocattoli acquistati, persino il tono con cui si parla al feto. Bem (1993) ha denominato questo fenomeno "lente del genere": una cornice culturale attraverso la quale ogni informazione relativa al* bambin* viene filtrata e interpretata.


Dalla nascita in poi, il processo si intensifica. Gianini Belotti (1973) documenta come le infanti di sesso femminile vengano tenute in braccio per tempi più brevi rispetto ai maschi, consolate meno frequentemente e stimolate con giocattoli che enfatizzano la cura e l'estetica. In questa prospettiva, i genitori tendono a dare per scontato che le bambine di sesso femminile debbano crescere in fretta ed essere “soggetti curanti” piuttosto che “oggetti di cura”. I bambini di sesso maschile, al contrario, vengano incoraggiati ad esplorare autonomamente il proprio corpo e il mondo circostante, spesso con messaggi che richiamano la loro possibilità di essere agenti attivi del reale. Questi non sono semplici dettagli: sono i mattoni con cui si costruisce la percezione di sé e dell’altr*.


Fine (2010) ha analizzato con rigore scientifico le basi neurologiche di queste differenze, concludendo che la maggior parte delle presunte differenze "naturali" tra i cervelli maschili e femminili è in realtà il prodotto di un ambiente che tratta i due sessi in modo differenziato fin dall'infanzia. Il cervello infantile è estremamente plastico e malleabile, e risponde alle aspettative che lo circondano.


Il ruolo degli adulti di riferimento: micro-messaggi e macro-effetti

Uno degli aspetti più insidiosi della pedagogia di genere differenziata è che avviene in gran parte in modo inconsapevole. Genitori, insegnanti e caregiver non scelgono deliberatamente di trasmettere messaggi stereotipati: li replicano, perché sono stati a loro volta formati dagli stessi modelli. Connell (1995) ha parlato a questo proposito di "maschilità egemonica" per descrivere l’insieme di norme sociali che, all’interno di un sistema patriarcale, definiscono cosa significa essere un uomo e quali comportamenti vengono considerati legittimi o desiderabili. Si tratta di regole spesso implicite, incorporate nelle pratiche quotidiane e presentate come neutre, che modellano le relazioni di genere e si trasmettono di generazione in generazione. La pervasività intergenerazionale di queste norme sociali è visibile già dall’infanzia, così come sostenuto dall’autrice di “Dalla parte delle bambine”: l’idea di un uomo superiore e di una donna inferiore, sottomessa e servizievole, inizia a plasmare l’idea che bambini e bambine hanno del proprio genere e, consequenzialmente, del proprio posto in società. Di conseguenza, non sorprenderà vedere una bambina dedicarsi alla cura della propria bambola piuttosto che a giochi con le costruzione, perché le è stato mostrato da modelli adulti e le è stato insegnato da chi si occupa di lei che quello, alla fine, è il suo posto. Proprio questa loro diffusione capillare contribuisce a riprodurre nel tempo gerarchie basate su ideali patriarcali che regolano non solo le identità maschili, ma l’intero ordine sociale.


Le ricerche in ambito psicologico mostrano che le persone adulte tendono a descrivere il pianto dei neonati maschi come "rabbia" e quello delle neonate come "paura" o "tristezza", attribuendo ai bambini intenzioni emotive diverse ancora prima che possano esprimersi. Allo stesso modo, i bambini maschi vengono interrotti meno durante i giochi, lasciati esplorare spazi più ampi e ripresi con toni meno ansiosi quando corrono rischi fisici. Le bambine, al contrario, vengono più spesso richiamate, sorvegliate, corrette nel linguaggio e nel comportamento corporeo, oltre che interrotte nelle loro attività per adempiere a compiti come la pulizia della casa o la cura di eventuali fratellini/sorelline (Gianini Belotti, 1973). A questo proposito sorge un tema importante da attenzionare, ovvero la tendenza ad adultizzare precocemente le bambine e a sottrarre loro il diritto all’infanzia. Già uando si evidenzia la tendenza a consolare meno le infanti di sesso femminile e a tenerle meno in braccio rispetto al corrispettivo maschile, si parla di un inizio di adultizzazione in quanto, inconsciamente, le persone adulte incaricate della cura si aspettano che esse siano autonomamente in grado di autoregolare le proprie emozioni e placare i propri comportamenti fin dalla più tenera età. Con la crescita delle bambine, poi, questa tendenza all’adultizzazione è chiaramente visibile nel momento in cui alle “piccole donne” viene chiesto di comportarsi come donne mature, ad esempio svolgendo compiti domestici e di responsabilità familiare, ed ancor di più quando queste richieste di responsabilizzazione interrompono il momento del gioco e dell'esplorazione della bambina. La stessa Gianini Belotti, nel suo testo, afferma: “I giochi delle bambine che si svolgono al chiuso delle mura domestiche vengono spesso interrotti, posposti o negati perché esse aiutino nelle faccende di casa, mentre questo accade raramente ai maschi, ai quali è quindi lasciato più tempo per giocare. Mentre i maschi maturano la convinzione di aver diritto al gioco, le bambine si persuadono di averne diritto purché abbiano adempiuto al loro dovere, che consiste appunto nel rendersi utili”.

Questi micro-messaggi quotidiani si accumulano nel tempo e diventano identità interiorizzate. Il bambino impara che le emozioni difficili vanno nascoste e che, a prescindere da tutto, lui ha un certo valore sociale. La bambina, invece, impara che il suo corpo e il suo comportamento sono costantemente sotto osservazione e che il suo valore, in fondo, è legato alla sua capacità di rendersi utile.


Cosa imparano i bambini, cosa imparano le bambine

Attraverso un'educazione differenziata per genere, i bambini maschi imparano a non mostrare fragilità, a controllare o sopprimere le emozioni considerate "deboli" (tristezza, paura, bisogno di conforto), a essere competitivi, ad occupare lo spazio fisico, verbale e simbolico, a non occuparsi delle attività di cura. Non si tratta di preferenze spontanee: sono il risultato di un addestramento sistematico, spesso rinforzato attraverso la derisione o la sanzione sociale quando il bambino devia dal modello atteso.


Le bambine, specularmente, imparano a essere emotivamente attente e placate, a prendersi cura d* altr*, a occupare poco spazio e a controllare il corpo, a piacere ed essere guardate e giudicate, a essere accomodanti e a non disturbare. Gianini Belotti (1973) osservava già cinquant'anni fa come le bambine venissero sistematicamente scoraggiate dall'eccedere, nell'affermare la propria opinione, dal reagire con forza alle situazioni ingiuste. È possibile notare come, alle persone di sesso femminile, sia imposto un controllo (che poi si trasformerà in autocontrollo uan volta interiorizzate le norme trasmesse) molto più radicale rispetto alle persone di sesso maschile. Questa idea di doversi comportare in un certo modo, di essere posate e occupare poco spazio, di muoversi nel mondo in modo fugace e non evidente, è osservabile al giorno d’oggi nei numerosissimi casi di patologie psichiatriche legate alla forma fisica, come i Disturbi Alimentari e i comportamenti di body checking e body monitoring.


Il risultato è una radicale polarizzazione: ai bambini si insegna a essere attivi, potenti e impermeabili; alle bambine si insegna a essere passive, accudenti e adattabili. Ma questa polarizzazione non arricchisce nessuno dei due: impoverisce entrambi, escludendo dall'identità di ciascuno una parte fondamentale dell'esperienza umana.


Le conseguenze psicologiche in età adulta

Un'educazione differenziata per genere non rimane confinata all'infanzia: si sedimenta nelle strutture psicologiche del* adult* influenzando, come già accennato, la salute mentale, le relazioni e il benessere. La psicologia clinica riconosce da tempo alcuni pattern ricorrenti che trovano le loro radici proprio in questi apprendimenti precoci.


Negli uomini, la difficoltà a chiedere aiuto, a riconoscere e verbalizzare la propria vulnerabilità, a costruire relazioni intime basate sulla reciprocità emotiva è spesso direttamente collegabile all'educazione ricevuta da bambini. Lerner (1985) ha mostrato come la rabbia sia l'unica emozione socialmente consentita agli uomini, mentre tristezza, paura e bisogno di conforto vengano repressi fin dall'infanzia, con conseguenze significative sul piano relazionale e della salute mentale.


Nelle donne, le difficoltà di autoaffermazione, la tendenza a silenziare i propri bisogni, la difficoltà a occupare spazio e a sentirsi legittimate nel dire no sono anch'esse tracce riconoscibili dell'educazione ricevuta. Sempre Lerner (1985) descrive come le donne vengano sistematicamente scoraggiate dall'esprimere rabbia in modo diretto, portandole a sviluppare pattern di comunicazione indiretti e a lungo insostenibili pur di non essere considerate “isteriche”.


La psicologia clinica riconosce questi pattern come fattori di rischio per disturbi d'ansia, depressione, difficoltà relazionali e bassa autostima. Non si tratta di destini inevitabili, ma di esiti prevedibili di un sistema educativo che assegna a ciascun genere un copione rigido da seguire.


Verso un'educazione libera dalle gabbie di genere

Riconoscere i meccanismi di una pedagogia differenziata per genere non significa proporre un'educazione che ignori le differenze o che tratti l* bambin* come individui privi di corpo e storia. Significa, piuttosto, partire dalle caratteristiche insite in ogni persona per poter modellare un progetto educativo su misura e che non si basi sull’attribuzione di un determinato genere alla nascita e sulle aspettative ad esso collegate. E significa, soprattutto, dare la possibilità a ciascun* bambin* di essere ciò che è, di essere liber*.


Bem (1993) propone, a tal proposito, il concetto di "gender aschematicity": un approccio educativo in cui il genere non è l'asse organizzatore principale dell'identità del bambino. In pratica, questo si traduce nell'ampliare (e non nel limitare o negare) il repertorio di comportamenti, emozioni e ruoli considerati accettabili per tutt* l* bambin*, indipendentemente dal sesso.


Come professioniste e professionisti della salute mentale, abbiamo un ruolo privilegiato in questo processo: possiamo aiutare le persone adulte a diventare consapevol* dei messaggi che trasmettono, a riconoscere i propri automatismi educativi e a scegliere, laddove possibile, un approccio più libero e inclusivo. Non si tratta di rivoluzionare tutto in un giorno, ma di iniziare a fare domande: perché dico a lui di non piangere? Perché le chiedo di stare composta? Iniziare dalla messa in dubbio delle piccole cose della vita quotidiana con l’infanzia può generare cambiamenti enormi nella vita individuale e societaria del futuro.


Conclusioni

L'educazione di genere non è un tema ideologico: è una questione psicologica e pedagogica concreta, con effetti misurabili sul benessere e sullo sviluppo delle persone. Il lavoro di Gianini Belotti (1973), ancora sorprendentemente attuale, ci ha mostrato cinquant'anni fa ciò che la ricerca successiva ha continuato a confermare: i copioni di genere che insegniamo ai bambini non li proteggono, li limitano.


Dare a ciascun bambino e a ciascuna bambina lo stesso diritto di essere pienamente sé, con le proprie emozioni, ambizioni e debolezze, non è un'utopia pedagogica. È una condizione necessaria per lo sviluppo psicologico sano. E inizia dalla consapevolezza: nostra, come persone adulte, prima ancora che loro, come bambin*.


Riferimenti

Bem, S. L. (1993). The lenses of gender: Transforming the debate on sexual inequality. Yale University Press.

Connell, R. W. (1995). Masculinities. Polity Press.


Fine, C. (2010). Delusions of gender: How our minds, society, and neurosexism create difference. W. W. Norton & Company.


Gianini Belotti, E. (1973). Dalla parte delle bambine: L'influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. Feltrinelli.


Lerner, H. G. (1985). The dance of anger: A woman's guide to changing the patterns of intimate relationships. Harper & Row.



Note

  1. Con il termine “body checking” si fa qui riferimento a quella serie di comportamenti, spesso di stampo ossessivo o correlati a disturbi psichiatrici come i disturbi alimentari, che coinvolgono un controllo costante del proprio aspetto, del proprio corpo e della propria forma fisica. Solitamente il controllo si concentra su zone specifiche del corpo, ma può estendersi all'intera persona attraverso l’uso spasmodico di specchi, misurazione delle taglie di indumenti e/o registrazione del peso più volte al giorno.

  2. Il termine “body monitoring” viene spesso utilizzato come sinonimo di “body checking”. In questo articolo, però, si fa riferimento a quella serie di comportamenti appresi di osservazione del proprio corpo, portamento, postura nello spazio. Qui “body monitoring” si attiene principalmente alla costante attenzione posta a come ci si presenta in uno spazio specifico, preferendo sempre comportamenti legati a pacatezza, tranquillità, mitezza, compostezza o rigidità che sono socialmente considerati ad appannaggio femminile. Il “body monitoring” inizia come pratica dall’esterno, ovvero attuata dai caregiver nei confronti di un* bambin* che deve imparare a “comportarsi”, per poi diventare parte della propriocezione individuale tramite il processo di interiorizzazione dello sguardo altrui.

 
 
 

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