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L'albo illustrato come dispositivo clinico: un ponte tra la mente adulta e il vissuto pre-verbale

  • 16 mag
  • Tempo di lettura: 6 min

Articolo scritto in collaborazione con @dott.ssaantonellatroccoli


Abstract

Il presente articolo esplora le potenzialità cliniche dell'albo illustrato come mediatore psicoterapeutico nell'intervento con la popolazione adulta. A partire dai contributi teorici di Winnicott (1971) sullo spazio transizionale, di Bion (1962) sulla funzione alfa e di Stern (1985) sulla memoria implicita, si propone una lettura integrata della pagina illustrata come dispositivo capace di aggirare le difese razionali dell'adulto e di riattivare tracce affettive pre-verbali. Il costrutto neuroscientifico di Panksepp (1998) sui sistemi emotivi primari e le elaborazioni di van der Kolk (2014) sul trauma corporeo offrono ulteriore fondamento alle osservazioni cliniche presentate.


Introduzione

La clinica psicologica con l'adulto si confronta quotidianamente con un paradosso strutturale: il paziente che chiede aiuto è spesso anche il paziente che, attraverso sofisticati meccanismi di difesa, ostacola l'accesso al proprio sentire. Intellettualizzazione, razionalizzazione e isolamento dell'affetto — difese secondarie che Kernberg (1975) ha sistematicamente descritto nell'organizzazione della personalità adulta — garantiscono un funzionamento adattivo nel mondo, ma al prezzo di una progressiva distanza dalla vita emotiva più profonda.


In questo scenario, il presente articolo propone l'albo illustrato come dispositivo clinico capace di operare una silenziosa sovversione di questo sistema difensivo, aprendo varchi laddove il linguaggio verbale, da solo, incontra resistenza.


L'armatura razionale dell'adulto

L'adulto organizza la propria esperienza prevalentemente entro i confini della razionalità. Questo assetto cognitivo-difensivo rappresenta un'acquisizione evolutiva fondamentale: permette la mentalizzazione, la regolazione degli impulsi, la pianificazione a lungo termine. Tuttavia, come osservato da Fonagy et al. (2002), la capacità mentalizzante — pur essendo risorsa cruciale — può trasformarsi in ostacolo quando diventa l'unica modalità disponibile per stare in contatto con l'esperienza interna.


Le difese cosiddette mature, quali l'intellettualizzazione e la razionalizzazione (Vaillant, 1993), costituiscono quella che potremmo definire un'"armatura della competenza": garantiscono controllo e prevedibilità, ma lasciano l'individuo efficiente e al contempo distante dai propri nuclei emotivi primari. In termini bioniani, impediscono la trasformazione degli elementi beta — frammenti grezzi di esperienza sensoriale e affettiva — in elementi alfa pensabili (Bion, 1962).


La pagina illustrata come codice primordiale

Di fronte a un albo illustrato, qualcosa cambia nella mente dell'adulto. La complessità semantica si riduce. La parola cede spazio all'immagine. L'immagine, a sua volta, comunica per simboli, archetipi e silenzi — ciò che Jung (1964) definì il linguaggio dell'inconscio collettivo, che precede e sopravvive alle costruzioni razionali del soggetto.


È proprio questa semplicità apparente che costituisce la potenza clinica dell'albo illustrato. Privo della densità concettuale che allerta le resistenze cognitive, il testo visivo raggiunge strati dell'esperienza che il linguaggio verbale, per sua stessa natura, difficilmente tocca. Come argomentato da Ogden (1989), esistono modalità di esperienza che precedono la posizione depressiva e che restano organizzate secondo logiche di contiguità spaziale e sensoriale piuttosto che di causalità narrativa. L'immagine illustrata abita naturalmente questo territorio.


Lo spazio transizionale e la funzione contenitrice

Il concetto winnicottiano di spazio transizionale (Winnicott, 1971) offre il quadro teorico più illuminante per comprendere ciò che accade durante la lettura condivisa di un albo. Winnicott descrive uno spazio intermedio dell'esperienza — né puramente interno né puramente esterno — che emerge nelle prime relazioni di cura e che permane, nell'adulto, nelle esperienze culturali, creative e ludiche.


La lettura condivisa di un albo illustrato crea esattamente questo territorio. È un luogo sicuro, non minaccioso, in cui il paziente adulto può sostare accanto alle proprie risonanze implicite senza esserne travolto. Le emozioni arcaiche trovano qui una distanza sufficiente per essere osservate, ma una vicinanza sufficiente per essere sentite — quella che Fonagy et al. (2002) definirebbero la finestra ottimale dell'elaborazione affettiva.


Sul versante bioniano, la funzione del clinico che legge insieme al paziente — o che propone la lettura come compito tra le sedute — è assimilabile alla funzione alfa del caregiver primario: accogliere i contenuti non elaborati, tollerarli e restituirli in forma più pensabile (Bion, 1962). L'albo diventa così un contenitore ausiliario che supporta e potenzia la capacità di rêverie del terapeuta.


La memoria implicita e il risveglio delle tracce affettive

Uno degli apporti teorici più rilevanti per comprendere il potenziale clinico dell'albo illustrato viene dalla concettualizzazione sterniana della memoria implicita (Stern, 1985). Stern distingue tra memoria esplicita — dichiarativa, narrativa, consapevole — e memoria procedurale implicita, che custodisce schemi di esperienza soggettiva appresi prima che il linguaggio potesse organizzarli: posture emotive, pattern relazionali, impronte affettive che Stern chiama "modi di essere con".


Quando l'adulto incontra un'immagine archetipica — il bambino che piange nell'ombra, la mano che si allunga verso qualcosa di irraggiungibile, il mostro che dorme nella stessa stanza del bambino — questo deposito pre-verbale si attiva senza passare dal filtro razionale. Emergono sensazioni antiche, riconoscimenti corporei, risonanze emotive che precedono il pensiero. Sono le "tracce affettive" di cui parla Stern, finalmente in superficie.


Sul piano neuroscientifico, Panksepp (1998) ha identificato sistemi emotivi primari subcorticali — SEEKING, CARE, PLAY, FEAR, RAGE, GRIEF, LUST — che operano in modo relativamente indipendente dalla corteccia prefrontale. Questi circuiti evolutivamente antichi rispondono alla stimolazione simbolica e archetipica in maniera immediata, corporea, pre-riflessiva. Van der Kolk (2014) ha mostrato come le esperienze traumatiche restino codificate a livello somatico e implicito, resistendo spesso all'elaborazione puramente verbale. Le vie non verbali — tra cui le immagini — rappresentano pertanto strade privilegiate per raggiungere e trasformare tali incapsulamenti affettivi.


L'albo come ponte transgenerazionale

La dimensione transgenerazionale emerge con particolare rilevanza quando la lettura dell'albo avviene nella relazione genitore-figlio, e quella relazione è essa stessa oggetto di lavoro clinico. In questo contesto, l'albo non è solo un mediatore tra il paziente adulto e il proprio vissuto infantile: è anche uno spazio di incontro tra generazioni, in cui si giocano le trasmissioni affettive — e talvolta traumatiche — tra il genitore e il bambino.


Ricerche nell'ambito dell'attaccamento hanno mostrato come la modalità con cui un genitore legge ad alta voce rifletta la propria organizzazione di attaccamento (Fonagy et al., 2002): la capacità di entrare nel mondo emotivo del personaggio, di tollerare le scene di paura o perdita senza deflettere, di lasciare risuonare il finale aperto, sono indicatori preziosi del funzionamento riflessivo del caregiver. L'albo diventa così uno strumento di osservazione e di intervento clinico sulla relazione.


Implicazioni cliniche

Dalle considerazioni teoriche esposte emergono alcune implicazioni operative. L'utilizzo dell'albo illustrato nel setting psicoterapeutico adulto — individuale o di gruppo — può avvenire secondo modalità differenti: la lettura condivisa in seduta, la proposta come compito riflessivo tra le sessioni, l'utilizzo come punto di ancoraggio per l'esplorazione narrativa.


In ogni caso, la scelta del testo non è clinicamente neutrale. Albi che tematizzano la paura, la perdita, la diversità, l'attesa, la riparazione — come quelli di Sendak (1963), Erlbruch (1993) o Tan (2006) — attivano registri affettivi diversi e si prestano a utilizzi clinici specifici. Il clinico che sceglie di introdurre questo strumento nel proprio lavoro è chiamato a una riflessione preliminare sul proprio vissuto rispetto al testo, in un'ottica di supervisione e uso di sé consapevole.


Conclusione

L'albo illustrato non è soltanto uno strumento per bambini. È, a pieno titolo, un dispositivo clinico capace di raggiungere ciò che le parole, da sole, non possono toccare. Là dove le difese dell'adulto presidiano il confine del sentire, l'immagine apre una porta. Nello spazio sospeso tra il visibile e l'indicibile — quello che Winnicott (1971) avrebbe riconosciuto come il territorio del gioco, dell'esperienza culturale, della vita autentica — l'esperienza affettiva trova finalmente voce. E con essa, la possibilità di trasformarsi.


Riferimenti bibliografici

Bion, W. R. (1962). Learning from experience. Heinemann.


Erlbruch, W. (1993). La grande domanda. e.O.


Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E. L., & Target, M. (2002). Affect regulation, mentalization, and the development of the self. Other Press.


Jung, C. G. (1964). Man and his symbols. Doubleday.


Kernberg, O. F. (1975). Borderline conditions and pathological narcissism. Jason Aronson.


Ogden, T. H. (1989). The primitive edge of experience. Jason Aronson.


Panksepp, J. (1998). Affective neuroscience: The foundations of human and animal emotions. Oxford University Press.


Sendak, M. (1963). Where the wild things are. Harper & Row.


Stern, D. N. (1985). The interpersonal world of the infant: A view from psychoanalysis and developmental psychology. Basic Books.


Tan, S. (2006). The arrival. Lothian Books.


Vaillant, G. E. (1993). The wisdom of the ego. Harvard University Press.


van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.


Winnicott, D. W. (1971). Playing and reality. Tavistock Publications.

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