Non solo farmaci: le terapie che fanno la differenza nell'Alzheimer: Una revisione della letteratura ci mostra come musicoterapia, stimolazione cognitiva e reminiscenza possano cambiare il percorso di
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Articolo scritto in collaborazione con @dott.ssa_surianosilvia
La malattia di Alzheimer è oggi la forma di demenza più diffusa al mondo. Si tratta di una condizione neurodegenerativa progressiva che, secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, colpisce milioni di persone e continuerà ad aumentare con l'invecchiamento della popolazione globale (Tedeschi, 2019). In Italia, si stima che oltre un milione di persone conviva con una diagnosi di demenza, di cui circa 600.000 con Alzheimer, con ricadute enormi non solo sui pazienti ma anche sulle famiglie e sui sistemi sanitari.
Eppure, quando si parla di Alzheimer, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sui farmaci. E se ti dicessi che alcune delle evidenze più solide riguardano qualcosa di completamente diverso?
La malattia: un processo che inizia prima dei sintomi
Per capire perché le terapie non farmacologiche siano così rilevanti, è utile fare un passo indietro e capire cosa succede nel cervello. L'Alzheimer è caratterizzato da due processi patologici principali: l'accumulo di placche di beta-amiloide e la formazione di grovigli neurofibrillari della proteina tau, cui segue un'atrofia progressiva della corteccia cerebrale (Preethy et al., 2024). Questi cambiamenti iniziano molto prima che i sintomi diventino evidenti, in quella che viene chiamata fase preclinica o MCI (Mild Cognitive Impairment).
I sintomi, quando compaiono, sono cognitivi e comportamentali: difficoltà di memoria, disorientamento spazio-temporale, anomie, compromissione delle funzioni esecutive, agitazione, disturbi del sonno e disturbi dell'umore, per citarne alcuni. Con il progredire della malattia, la persona perde progressivamente la propria autonomia, e il peso assistenziale sui caregiver diventa spesso insostenibile.
I farmaci: necessari, ma non sufficienti
I trattamenti farmacologici attualmente disponibili — inibitori dell'acetilcolinesterasi, memantina, terapie anti-amiloide e terapie sintomatiche per i BPSD (Disturbi Comportamentali e Psicologici della Demenza) — hanno un'efficacia parziale e non risolutiva. Agiscono sui sintomi, rallentano in alcuni casi la progressione, ma non fermano la malattia. Inoltre, sono associati a effetti avversi significativi, tra cui alterazioni del sonno, aumento del rischio cardiovascolare e mortalità complessiva (Tedeschi, 2019).
È proprio da questa consapevolezza che nasce l'interesse crescente per le terapie non farmacologiche: non come alternativa ai farmaci, ma come complemento indispensabile a un'assistenza davvero centrata sulla persona.
Cosa sono le terapie non farmacologiche?
L'American Psychiatric Association classifica le terapie non farmacologiche per la demenza in quattro categorie principali (Tedeschi, 2019):
Trattamenti orientati alla cognizione: orientamento alla realtà, stimolazione cognitiva, allenamento delle competenze
Trattamenti orientati alle emozioni: terapia di reminiscenza, terapia di validazione, Snoezelen
Trattamenti orientati al comportamento: tecniche di gestione comportamentale
Trattamenti orientati alla stimolazione: musicoterapia, arteterapia, attività fisica, terapia psicomotoria
Queste terapie vengono "somministrate" con la stessa attenzione con cui si prescrive un farmaco: a orari precisi, con obiettivi definiti, valutando continuamente la risposta del paziente (Tedeschi, 2019).
Cosa ci dice la ricerca
La revisione narrativa della letteratura condotta da Tedeschi (2019) presso l'Università Politecnica delle Marche ha analizzato 19 studi selezionati tra oltre 100 articoli, includendo 16 RCT (Randomized Controlled Trial) e 3 revisioni sistematiche, tutti pubblicati negli ultimi dieci anni e reperiti nelle principali banche dati scientifiche (PubMed, CINHAL, Elsevier Sciencedirect, Wiley Online Library). I risultati sono stati chiari e convergenti.
Musicoterapia
La musicoterapia si è rivelata uno degli interventi più studiati e con evidenze più solide. Lo studio di Lyu et al. (2018, citato in Tedeschi, 2019) ha dimostrato che nei pazienti con Alzheimer lieve migliora la memoria e la capacità linguistica, mentre nei pazienti con Alzheimer moderato o grave riduce i sintomi psichiatrici e il carico del caregiver. Un elemento particolarmente interessante emerso dalla letteratura riguarda il canto: rispetto al semplice ascolto passivo, il canto attivo stimola reti neurali nell'emisfero destro, generalmente meno compromesso nelle fasi iniziali della malattia, con effetti positivi sulla fluidità del linguaggio, sull'attenzione e sulla memoria a breve termine (Sarkamo et al., 2014, citato in Tedeschi, 2019).
Sul piano neurobiologico, l'esposizione prolungata alla musicoterapia è associata all'aumento di neurotrasmettitori come glutammato e dopamina, e a incrementi dei volumi di materia grigia e bianca in diverse aree corticali e subcorticali (Tedeschi, 2019). Un meccanismo che aiuta a spiegare non solo gli effetti emotivi, ma anche quelli cognitivi.
Stimolazione cognitiva
Gli interventi di stimolazione cognitiva — orientamento alla realtà, training delle competenze, riabilitazione cognitiva individualizzata — mostrano risultati particolarmente significativi nelle fasi lievi e moderate della malattia. Lo studio di Graessel et al. (2011, citato in Tedeschi, 2019), condotto su 98 pazienti in strutture residenziali con un intervento altamente standardizzato di 6 ore settimanali per 12 mesi, ha dimostrato che la funzione cognitiva e la capacità di svolgere attività quotidiane rimanevano stabili nel gruppo di intervento, mentre diminuivano nel gruppo di controllo.
Ancora più rilevante, sul piano clinico, è il dato emerso dallo studio di Amieva et al. (2016, citato in Tedeschi, 2019): la riabilitazione cognitiva individualizzata ha prodotto un ritardo significativo nell'istituzionalizzazione a due anni, con minore disabilità funzionale e minore carico depressivo per i caregiver. Un risultato che ha implicazioni enormi, sia umane che economiche.
Terapia di reminiscenza
La terapia di reminiscenza si basa sull'utilizzo di ricordi autobiografici — fotografie, oggetti, musica, racconti — per stimolare la memoria a lungo termine, generalmente più preservata nelle fasi iniziali della malattia. Gli studi analizzati da Tedeschi (2019) mostrano che questa terapia migliora le funzioni cognitive, riduce i sintomi depressivi e aumenta la qualità di vita percepita. Il meccanismo alla base sembra legato alla percezione di supporto sociale, al senso di appartenenza al gruppo e all'elevazione dell'autostima che deriva dal condividere esperienze significative con altri (Lok et al., 2019, citato in Tedeschi, 2019).
È interessante notare come gli effetti siano più marcati nelle forme lievi e moderate di demenza, dove la memoria autobiografica è ancora sufficientemente intatta da poter essere attivata e valorizzata.
Stimolazione multisensoriale (Snoezelen)
La stimolazione sensoriale, in particolare attraverso le stanze Snoezelen — ambienti appositamente progettati che combinano stimolazioni visive, uditive, tattili e olfattive — si è rivelata particolarmente utile nelle fasi più avanzate della malattia, quando gli interventi cognitivi più complessi non sono più accessibili al paziente. Gli studi di Maseda et al. (2014a, 2014b, citati in Tedeschi, 2019) hanno documentato che dopo le sessioni i pazienti erano più attivi, attenti e rilassati, con miglioramenti misurabili anche a livello fisiologico: diminuzione della frequenza cardiaca e aumento della saturazione di ossigeno. Un dato particolarmente significativo riguarda la relazione terapeutica: le sessioni individuali con il terapeuta sembrano essere un fattore determinante nell'efficacia dell'intervento, indipendentemente dall'ambiente in cui si svolgono.
Un caso clinico: quando la multimodalità fa la differenza
Zara Quail et al. (2020) descrivono il caso di una donna anziana con diagnosi di Alzheimer che viveva sola, con significativi disturbi della memoria a breve termine, episodi di confusione, difficoltà linguistiche e comportamenti di wandering. La paziente si era progressivamente isolata, aveva abbandonato ogni attività sociale e smesso di partecipare alla vita della comunità. L'intervento multimodale — che comprendeva musicoterapia, arteterapia, terapia di reminiscenza, orientamento alla realtà, allenamento cognitivo, terapia olfattiva, stimolazione sensoriale e fisioterapia — ha prodotto miglioramenti significativi nella scala di depressione geriatrica e nei punteggi al MMSE, in correlazione con una maggiore partecipazione sociale nella comunità.
Il caso illustra bene ciò che la ricerca suggerisce: non esiste una terapia "vincente" in assoluto. La combinazione di più approcci, modulati sulle caratteristiche e sui bisogni individuali del paziente, è ciò che produce i risultati più significativi.
Conclusioni: curare la persona, non solo la malattia
La revisione di Tedeschi (2019) conclude che le terapie non farmacologiche sono ancora poco diffuse nella pratica clinica quotidiana, ma rappresentano interventi sicuri, a basso costo e con evidenze crescenti di efficacia. Non hanno causato effetti avversi in nessuno degli studi analizzati, il che le rende particolarmente adatte a pazienti con pluricomorbidità e già gravati da importanti terapie farmacologiche.
Rimangono alcune limitazioni importanti: i campioni di popolazione sono spesso ridotti, mancano pratiche standardizzate e gli effetti tendono a ridursi nel tempo se gli interventi non vengono mantenuti regolarmente. La ricerca futura dovrà concentrarsi su studi con campioni più ampi e protocolli più uniformi.
Ma al di là dei dati, c'è un messaggio che vale la pena portare fuori dai laboratori e dalle riviste scientifiche: anche quando non è possibile guarire, è sempre possibile prendersi cura. E prendersi cura, con gli strumenti giusti, può fare un'enorme differenza nella vita di una persona con Alzheimer e di chi le sta accanto.
Riferimenti bibliografici
Amieva, H., Robert, P. H., Grandoulier, A. S., Meillon, C., De Rotrou, J., Andrieu, S., & Dartigues, J. F. (2016). Group and individual cognitive therapies in Alzheimer's disease: The ETNA3 randomized trial. International Psychogeriatrics, 28(5), 707–717. https://doi.org/10.1017/S1041610215001830
Carrion, C., Folkvord, F., Anastasiadou, D., & Aymerich, M. (2018). Cognitive therapy for dementia patients: A systematic review. Dementia and Geriatric Cognitive Disorders, 45(1–2), 1–26. https://doi.org/10.1159/000486506
Graessel, E., Stemmer, R., Eichenseer, B., Pickel, S., Donath, C., Kornhuber, J., & Luttenberger, K. (2011). Non-pharmacological, multicomponent group therapy in patients with degenerative dementia: A 12-month randomized, controlled trial. BMC Medicine, 9, 129. https://doi.org/10.1186/1741-7015-9-129
Lok, N., Lok, S., & Canbaz, M. (2019). The effect of reminiscence therapy on cognitive functions, depression, and quality of life in Alzheimer patients: Randomized controlled trial. International Journal of Geriatric Psychiatry, 34(1), 47–53. https://doi.org/10.1002/gps.4980
Lyu, J., Zhang, J., Mu, H., Li, W., Champ, M., Xiong, Q., Gao, T., Xie, L., Jin, W., Yang, W., Cui, M., & Li, M. (2018). The effects of music therapy on cognition, psychiatric symptoms, and activities of daily living in patients with Alzheimer's disease. Journal of Alzheimer's Disease, 64(4), 1347–1358. https://doi.org/10.3233/JAD-180183
Maseda, A., Sánchez, A., Marante, M. P., González-Abraldes, I., Buján, A., & Millán-Calenti, J. C. (2014a). Multisensory stimulation on mood, behavior, and biomedical parameters in people with dementia: Is it more effective than conventional one-to-one stimulation? American Journal of Alzheimer's Disease & Other Dementias, 29(7), 637–647. https://doi.org/10.1177/1533317514532465
Maseda, A., Sánchez, A., Marante, M. P., González-Abraldes, I., Buján, A., & Millán-Calenti, J. C. (2014b). Effects of multisensory stimulation on a sample of institutionalized elderly people with dementia diagnosis: A controlled longitudinal trial. American Journal of Alzheimer's Disease & Other Dementias, 29(5), 463–473. https://doi.org/10.1177/1533317514522540
Preethy, H., et al. (2024).
Quail, Z., Bolton, L., & Lobos, A. T. (2020). Case report: Non-pharmacological management of Alzheimer's disease. Medicine, 99(6), e18445. https://doi.org/10.1097/MD.0000000000018445
Sarkamo, T., Tervaniemi, M., Laitinen, S., Numminen, A., Kurki, M., Johnson, J. K., & Rantanen, P. (2014). Cognitive, emotional, and social benefits of regular musical activities in early dementia: Randomized controlled study. The Gerontologist, 54(4), 634–650. https://doi.org/10.1093/geront/gnt100
Tedeschi, L. (2019). L'impatto della terapia non farmacologica sulla qualità di vita nei pazienti affetti da demenza di Alzheimer: una revisione della letteratura [Tesi di laurea triennale, Università Politecnica delle Marche]. UNITesi. https://hdl.handle.net/20.500.12075/3832
Vreugdenhil, A., Cannell, J., Davies, A., & Razay, G. (2012). A community-based exercise programme to improve functional ability in people with Alzheimer's disease: A randomized controlled trial. Scandinavian Journal of Caring Sciences, 26(1), 12–19. https://doi.org/10.1111/j.1471-6712.2011.00895.x
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