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La psicoterapia passa anche dal corpo?: Mente, sistema nervoso e corpo come sistema integrato nella pratica clinica

  • 28 apr
  • Tempo di lettura: 10 min

Articolo scritto in collaborazione con @osteopata_dilettamacchi


Abstract

La tradizione psicoterapeutica occidentale ha a lungo privilegiato il lavoro sulla mente intesa come dimensione cognitiva e verbale. Tuttavia, le acquisizioni delle neuroscienze affettive, della psicologia somatica e degli studi sul trauma hanno progressivamente ridisegnato questo quadro, restituendo al corpo un ruolo centrale nell'esperienza emotiva e nel cambiamento terapeutico. Il presente articolo offre una rassegna teorica dei principali contributi scientifici che sostengono un modello mente-corpo integrato, con riferimento alla Teoria Polivagale (Porges, 2011), al concetto di embodiment (Damasio, 1994; van der Kolk, 2014), agli approcci terapeutici orientati al corpo e al possibile ruolo del lavoro osteopatico nel supporto alla regolazione fisiologica ed emotiva.


Introduzione

Per oltre un secolo, la psicoterapia ha trovato il suo luogo privilegiato nella parola: il colloquio clinico, la relazione terapeutica, l'interpretazione, la ristrutturazione cognitiva. Questa centralità del linguaggio e del pensiero riflette una concezione dualistica dell'essere umano — eredità cartesiana che separa la res cogitans dalla res extensa — in cui la mente è ritenuta il luogo primario della sofferenza psicologica e, di conseguenza, il principale oggetto dell'intervento terapeutico.


Negli ultimi decenni, tuttavia, una convergenza di discipline — neuroscienze affettive, psicologia somatica, medicina mente-corpo e ricerca sul trauma — ha profondamente messo in discussione questo paradigma. La scoperta che le emozioni hanno una base corporea irriducibile (Damasio, 1994), che il trauma è codificato nel corpo prima ancora che nella narrativa cosciente (van der Kolk, 2014), e che il sistema nervoso autonomo regola in modo gerarchico gli stati di sicurezza e pericolo (Porges, 2011) ha aperto nuove prospettive sia teoriche che cliniche.


Questo articolo si propone di esplorare tali prospettive, delineando un modello integrato in cui mente, corpo e sistema nervoso non sono entità separate ma aspetti di un unico sistema adattivo. Verranno discussi i principali costrutti teorici di riferimento, i corrispondenti approcci psicoterapeutici e il possibile contributo di pratiche corporee — come l'osteopatia — al percorso di regolazione emotiva.


Il superamento del dualismo mente-corpo: le basi neuroscientifiche

Le emozioni sono corporee: il contributo di Damasio

Il neuroscienziato Antonio Damasio ha fornito, con il suo lavoro sull'Errore di Cartesio (1994), una delle critiche più solide al dualismo mente-corpo nella letteratura neuroscientifica contemporanea. Attraverso lo studio di pazienti con lesioni alla corteccia prefrontale ventromediale, Damasio ha dimostrato che le emozioni non sono accessori irrazionali del pensiero, ma condizioni necessarie per il processo decisionale e per la costruzione del sé.


La teoria dei marcatori somatici proposta dallo studioso sostiene che ogni esperienza emotiva si accompagna a modificazioni fisiologiche — variazioni del battito cardiaco, della tensione muscolare, della respirazione, della postura — che il cervello registra e utilizza come segnali guida nel ragionamento e nell'azione. In questa prospettiva, separare le emozioni dalle sensazioni corporee non è solo concettualmente errato, ma neurologicamente impossibile (Damasio, 1994, 2003).


Neuroscienze affettive e sistemi motivazionali

Parallelamente al lavoro di Damasio, le ricerche di Jaak Panksepp nel campo delle neuroscienze affettive hanno identificato sette sistemi emotivi primari — SEEKING, RAGE, FEAR, LUST, CARE, PANIC/GRIEF, PLAY — profondamente radicati nelle strutture sottocorticali del cervello e condivisi con altri mammiferi (Panksepp & Biven, 2012). Tali sistemi sono attivati da stimoli ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale possa elaborarne il significato, il che implica che molte risposte emotive e comportamentali avvengono al di sotto della coscienza riflessiva.


Queste scoperte hanno implicazioni dirette per la pratica clinica: se le emozioni primarie sono sottocorticali e corporee, un intervento che lavori esclusivamente a livello cognitivo-verbale potrebbe non raggiungere i livelli di elaborazione in cui queste si originano (Panksepp & Biven, 2012; Schore, 2019).


La regolazione affettiva e il ruolo del sistema nervoso autonomo

Allan Schore, neuropsicoanalist e ricercatore, ha elaborato nel corso di trent'anni una teoria della regolazione affettiva che integra neurobiologia dello sviluppo, teoria dell'attaccamento e pratica clinica (Schore, 2019). Secondo Schore, la regolazione emotiva si sviluppa nei primi anni di vita attraverso la sintonizzazione tra il bambino e il caregiver, ed è mediata dal sistema nervoso autonomo e dall'emisfero cerebrale destro. Le esperienze traumatiche precoci — così come le disruzioni nel legame di attaccamento — lasciano tracce non solo cognitive ma anche fisiologiche, che influenzano la capacità di regolare gli stati interni per tutta la vita.


Il lavoro terapeutico, in questa prospettiva, deve necessariamente includere la dimensione corporea e la co-regolazione intersoggettiva tra terapeuta e paziente, in quanto è proprio attraverso questo canale che avviene il cambiamento nelle strutture neurali della regolazione emotiva (Schore, 2019).


La Teoria Polivagale: una nuova mappa del sistema nervoso

Tra i contributi più influenti degli ultimi trent'anni nel campo della psicoterapia e delle neuroscienze, la Teoria Polivagale di Stephen Porges (1994, 2011) occupa un posto di rilievo. Porges, partendo da una rilettura filogenetica del nervo vago — il decimo nervo cranico, che innerva la maggior parte degli organi interni — ha proposto un modello gerarchico del sistema nervoso autonomo articolato in tre livelli evolutivi:

  • Il sistema ventro-vagale (mielinizzato, evolutivamente più recente): associato agli stati di sicurezza, connessione sociale, curiosità, apertura. Regola l'espressione facciale, il tono vocale, l'ascolto.

  • Il sistema simpatico: attivato in risposta al pericolo percepito. Mobilita le risorse dell'organismo per la risposta di attacco o fuga (fight or flight).

  • Il sistema dorso-vagale (non mielinizzato, evolutivamente più antico): attivato in risposta a minacce estreme o ineluttabili. Produce la risposta di immobilizzazione, congelamento (freeze), dissociazione.

Questa gerarchia ha implicazioni profonde per la clinica: i comportamenti di chiusura, dissociazione o apatia che il paziente porta in terapia non sono segnali di resistenza o patologia morale, ma risposte adattive del sistema nervoso autonomo a situazioni percepite come minacciose (Porges, 2011). Il concetto di neurocezione — ossia la valutazione inconscia di sicurezza o pericolo che il sistema nervoso effettua prima ancora che la coscienza intervenga — spiega perché molti pazienti si trovino in stati di attivazione o blocco senza comprenderne la causa razionale.

Per il clinico, creare le condizioni di sicurezza fisiologica — attraverso tono vocale, presenza corporea, ritmo della relazione — diventa un prerequisito per qualsiasi lavoro di elaborazione psicologica (Dana, 2018; Porges, 2011).


Il concetto di Embodiment

Il termine embodiment — traducibile come 'incorporazione' o 'incarnazione' — indica la condizione fondamentale per cui il soggetto umano non ha un corpo, ma è un corpo (Merleau-Ponty, 1945/2003). Questo principio, elaborato inizialmente dalla fenomenologia filosofica, è stato progressivamente integrato nella psicologia e nelle neuroscienze, diventando uno dei concetti portanti della psicologia somatica contemporanea.


In ambito clinico, l'embodiment si riferisce alla capacità di percepire, abitare e regolare le sensazioni corporee come parte integrante del processo di cura. Le ricerche sul trauma hanno mostrato che le esperienze traumatiche compromettono proprio questa capacità: il corpo viene percepito come luogo di pericolo, dissociato dall'esperienza cosciente, o iperattivato in modo caotico (van der Kolk, 2014).


Bessel van der Kolk, nel suo influente volume Il corpo accusa il colpo (2014), documenta come il trauma lasci tracce nelle strutture sottocorticali e nel sistema nervoso autonomo, spesso inaccessibili alla narrazione verbale. Il titolo stesso del libro — riprendendo il concetto originale The body keeps the score — sintetizza l'idea centrale: il corpo tiene il conto delle esperienze traumatiche anche quando la mente non riesce più ad accedervi.


Le implicazioni terapeutiche sono dirette: un percorso che lavora esclusivamente con il linguaggio e la cognizione può lasciare intatta la memoria implicita e corporea del trauma. È necessario includere interventi che lavorino direttamente con le sensazioni fisiche, la postura, il respiro, il movimento (Levine, 2010; Ogden et al., 2006).


Top-down e Bottom-up: due direzioni del cambiamento terapeutico

La distinzione tra elaborazione top-down e bottom-up è diventata un riferimento concettuale importante nella psicoterapia orientata al corpo.

  • L'elaborazione top-down procede dalla corteccia verso le strutture sottocorticali: comprende i processi cognitivi, la riflessione, il linguaggio, l'interpretazione, la mentalizzazione. È la via privilegiata dagli approcci tradizionali come la terapia cognitivo-comportamentale e la psicoanalisi classica.

  • L'elaborazione bottom-up procede in direzione opposta: parte dalle sensazioni corporee, dalla regolazione fisiologica, dal sistema nervoso autonomo, per risalire verso la corteccia. Questa è la via privilegiata dagli approcci somatici.

La ricerca neuroscientifica ha mostrato che nei quadri traumatici — e più in generale negli stati ad alta attivazione emotiva — la corteccia prefrontale può essere temporaneamente 'offline', incapace di esercitare le sue funzioni regolative (van der Kolk, 2014). In questi stati, il lavoro top-down è limitato nella sua efficacia: il paziente può comprendere razionalmente la propria situazione ma non riuscire a regolare la risposta corporea. Per questo, gli interventi bottom-up — che lavorano direttamente con la fisiologia — possono aprire spazi di elaborazione altrimenti inaccessibili (Levine, 2010; Ogden et al., 2006).


Approcci psicoterapeutici orientati al corpo

Somatic Experiencing

Il Somatic Experiencing (SE) è un approccio psicoterapeutico sviluppato da Peter Levine a partire dagli anni Settanta e sistematizzato nel volume Waking the Tiger (Levine, 1997). Levine ha osservato che gli animali in natura — pur essendo esposti continuamente a situazioni di pericolo — raramente sviluppano sintomi post-traumatici equivalenti a quelli umani. La ragione, secondo Levine, risiede nella capacità degli animali di completare il ciclo di risposta allo stress attraverso movimenti fisici (tremore, scosse, fuga), mentre negli esseri umani questo ciclo viene spesso interrotto da risposte cognitive e sociali.


Il SE lavora attraverso la titration — l'esposizione graduata alle sensazioni corporee associate al trauma — e il pendulation — l'oscillazione tra stati di attivazione e risorse di calma — per favorire il completamento dei cicli di risposta bloccati e la regolazione del sistema nervoso autonomo (Levine, 2010).


Sensorimotor Psychotherapy

La Sensorimotor Psychotherapy (SP) è stata sviluppata da Pat Ogden a partire dagli anni Ottanta, integrando la psicologia somatica con la teoria dell'attaccamento e gli approcci cognitivi (Ogden et al., 2006). L'approccio si concentra sull'osservazione e la modulazione delle risposte senso-motorie — posture, gesti, impulsi al movimento — come porta d'accesso all'elaborazione del trauma.


Diversamente dalla terapia tradizionale, in cui il corpo è considerato principalmente come veicolo del linguaggio, nella SP le risposte corporee del paziente diventano l'oggetto diretto dell'indagine clinica. Il terapeuta osserva come il paziente organizza fisicamente la propria esperienza — contrazione, collasso, irrigidimento — e lavora per ampliare il repertorio di risposte fisiche disponibili, aumentando quella che Ogden chiama la finestra di tolleranza (Ogden et al., 2006; Siegel, 1999).

Analisi Bioenergetica

L'Analisi Bioenergetica, sviluppata da Alexander Lowen a partire dal lavoro di Wilhelm Reich, è uno dei più antichi approcci corporei alla psicoterapia (Lowen, 1975). Reich aveva teorizzato che i conflitti psicologici irrisolti si cristallizzano nel corpo sotto forma di armatura muscolare — tensioni croniche che limitano la respirazione, il movimento e l'espressione emotiva.


Lowen sviluppò questo concetto, aggiungendo esercizi specifici di radicamento (grounding), di mobilizzazione della muscolatura e di espressione delle emozioni bloccate. Sebbene alcune delle sue formulazioni teoriche abbiano necessitato di aggiornamento alla luce delle neuroscienze contemporanee, il contributo fondamentale dell'approccio — il riconoscimento che il corpo è testo e non solo contesto dell'esperienza psicologica — rimane clinicamente rilevante (Lowen, 1975).


Il possibile contributo del lavoro corporeo non psicoterapeutico

Se la regolazione del sistema nervoso autonomo è una condizione necessaria per il lavoro psicoterapeutico, sorge la domanda se pratiche corporee non strettamente psicoterapeutiche possano supportare questo processo.


L'osteopatia — disciplina manuale che lavora sull'integrità strutturale e funzionale del corpo, sulla mobilità tissutale e sulla circolazione dei fluidi — ha mostrato in alcuni studi preliminari effetti positivi sul sistema nervoso autonomo. Tecniche osteopatiche come il trattamento cranio-sacrale e le manipolazioni del diaframma sembrano favorire l'attivazione del sistema parasimpatico e la riduzione degli stati di iperattivazione fisiologica (Cerritelli et al., 2017).


In una prospettiva integrativa, il lavoro osteopatico potrebbe rappresentare un supporto alla psicoterapia — non in senso sostitutivo, ma come percorso parallelo che agisce a livello somatico sulla regolazione fisiologica, creando condizioni corporee più favorevoli all'elaborazione emotiva. È importante sottolineare che questa prospettiva richiede ulteriori ricerche con disegni metodologicamente rigorosi, e che la collaborazione tra professionisti di ambiti diversi deve avvenire nel pieno rispetto delle rispettive competenze e dei confini professionali.


Implicazioni cliniche e direzioni future

L'insieme dei contributi teorici e empirici esaminati converge verso alcune implicazioni cliniche rilevanti per la pratica psicoterapeutica:

  • La sicurezza fisiologica — mediata dal sistema ventro-vagale e dalla neurocezione — è un prerequisito per qualsiasi elaborazione psicologica significativa. Il terapeuta contribuisce a crearla attraverso la propria presenza corporea, il tono vocale, il ritmo e la qualità della relazione.

  • L'integrazione degli interventi bottom-up — che lavorano con sensazioni corporee, respiro, postura, movimento — può ampliare l'efficacia terapeutica, in particolare nei quadri traumatici e nelle condizioni di disregolazione emotiva cronica.

  • Il concetto di finestra di tolleranza (Siegel, 1999; Ogden et al., 2006) offre una cornice operativa utile per calibrare il livello di attivazione del paziente nel corso della seduta, evitando sia la sotto-stimolazione che la sovrastimolazione.

  • La collaborazione interprofessionale tra psicoterapeuti e professionisti del corpo — osteopati, fisioterapisti, insegnanti di yoga e mindfulness — può rappresentare una risorsa integrativa nel percorso di cura, a condizione che avvenga in modo trasparente, ethicamente fondato e centrato sul paziente.

Le direzioni future della ricerca dovranno includere studi randomizzati e controllati sugli approcci somatici, maggiore attenzione alla misurazione degli esiti fisiologici (variabilità della frequenza cardiaca, marcatori di attivazione del sistema nervoso autonomo) oltre che psicologici, e lo sviluppo di protocolli di integrazione mente-corpo evidence-based.


Conclusioni

La psicoterapia non passa solo dai pensieri. Le neuroscienze affettive, la ricerca sul trauma e la psicologia somatica hanno dimostrato con crescente solidità che mente, corpo e sistema nervoso costituiscono un sistema integrato, in cui il cambiamento terapeutico coinvolge necessariamente tutte e tre le dimensioni.


Il corpo non è un semplice contenitore della mente, né un epifenomeno dell'esperienza psicologica. È, come scriveva Merleau-Ponty (1945/2003), il soggetto stesso della percezione e dell'azione: il luogo in cui le emozioni si incarnano, i traumi si inscrivono e la guarigione — lentamente — può avvenire.


Ascoltare il corpo in psicoterapia non è una moda, né una deriva anti-scientifica. È, al contrario, una risposta coerente alle evidenze che la scienza contemporanea ci offre su come funziona l'essere umano nella sua globalità. Un terapeuta che integra questa consapevolezza nella propria pratica clinica dispone di strumenti più ampi per accompagnare il paziente verso quella regolazione emotiva che è, in ultima analisi, il cuore del cambiamento terapeutico.


Riferimenti Bibliografici

Cerritelli, F., Carinci, F., Pizzolorusso, G., Turi, P., Renzetti, C., Pizzolorusso, F., Orlando, F., Cozzolino, V., Barlafante, G., & D'Incecco, C. (2017). Osteopathic manipulation as a complementary treatment for the prevention of cardiac complications: 12-months follow-up of intima media and blood pressure on a cohort of hypertensive patients. Journal of Bodywork and Movement Therapies, 15(1), 68–74. https://doi.org/10.1016/j.jbmt.2010.07.006


Dana, D. (2018). The polyvagal theory in therapy: Engaging the rhythm of regulation. W. W. Norton & Company.


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Ogden, P., Minton, K., & Pain, C. (2006). Trauma and the body: A sensorimotor approach to psychotherapy. W. W. Norton & Company.


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Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. W. W. Norton & Company.


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Siegel, D. J. (1999). The developing mind: How relationships and the brain interact to shape who we are. Guilford Press.


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