La disregolazione emotiva nei bambini e nei ragazzi con DSA

Articolo scritto da @dott.ssa.giorgia.tutordsa
Quando si parla di DSA, di solito pensiamo subito alle difficoltà nella lettura, nella scrittura o nella matematica. Si parla di dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia, degli strumenti compensativi, dei compiti e delle verifiche.
C'è però un aspetto che spesso rimane un po' in secondo piano: quello delle emozioni. Perché un bambino con DSA può sapere benissimo cosa deve fare e, nonostante questo, arrivare a dire "non ce la faccio”, arrabbiarsi, piangere o rifiutarsi di continuare. E magari succede proprio dopo aver passato mezz'ora a cercare di fare del suo meglio. Quello che a un adulto può sembrare un capriccio, una scenata o una mancanza di volontà, qualche volta è invece il risultato di una fatica che si è accumulata.
Quando la fatica diventa troppa
Un bambino con DSA può impegnarsi molto più di quanto si riesca a vedere dall'esterno. Pensiamo, per esempio, a un bambino che deve leggere una pagina. Per un compagno può essere un'attività abbastanza semplice e veloce. Per lui può richiedere molta più concentrazione. Deve decodificare le parole, mantenere l'attenzione, capire quello che sta leggendo e magari anche ricordare le informazioni. Alla fine può essere stanco senza nemmeno riuscire a spiegare bene il perché.
La stessa cosa può succedere con un problema di matematica, con un dettato, con un testo da scrivere o con una verifica. Se questa fatica si ripete ogni giorno, prima o poi può arrivare il momento in cui il bambino non ne può più. E allora basta poco per far esplodere la situazione. Una matita che cade, un esercizio che non riesce, una correzione dell'insegnante o una semplice richiesta del genitore possono diventare il punto di rottura.
"Non voglio" oppure "non riesco"?
Questa è forse una delle domande più importanti che un adulto dovrebbe porsi. Quando un bambino dice "non voglio fare i compiti", siamo sicuri che non abbia voglia? A volte dietro quel "non voglio" si nasconde un "ho paura di non riuscirci". Altre volte c'è un "sono stanco", oppure "non voglio sentirmi ancora una volta quello che va peggio degli altri”. Il problema è che i bambini non sempre riescono a spiegare quello che provano. Non hanno ancora le parole e gli strumenti che abbiamo noi adulti. E così l'emozione viene fuori attraverso il comportamento. C'è chi urla, chi piange, chi lancia il quaderno, chi si alza continuamente dalla sedia. C'è anche chi fa il contrario: si chiude, non parla, sembra disinteressato e smette semplicemente di provarci. Sono reazioni diverse, ma alla base può esserci la stessa difficoltà: un'emozione troppo grande da gestire.
La paura di sbagliare
Un altro aspetto importante è la paura dell'errore. Sbagliare fa parte dell'apprendimento, questo lo sappiamo. Ma per un bambino che sperimenta quotidianamente delle difficoltà, l'errore può avere un peso diverso. Se sbaglia spesso, può iniziare a pensare di non essere capace. Può confrontarsi con gli altri e chiedersi perché per i compagni una cosa sembri facile mentre per lui è così complicata. Piano piano può arrivare anche la vergogna. "E se mi prendono in giro?" "E se la maestra mi chiede di leggere?" "E se sbaglio ancora?" Sono pensieri che possono creare molta ansia. E quando arriva l'ansia, concentrarsi diventa ancora più difficile. Si entra così in una specie di circolo vizioso: faccio fatica, mi preoccupo, mi agito, mi concentro meno, sbaglio e mi sento ancora meno capace.

Cosa può fare un genitore?
Prima di tutto, provare a non leggere ogni comportamento difficile come una provocazione. È normale che un genitore si arrabbi. Dopo una giornata di lavoro, arrivare a casa e ritrovarsi davanti a un bambino che non vuole fare i compiti può essere davvero pesante. Ma in quel momento può essere utile fermarsi un attimo e chiedersi: "Che cosa sta succedendo veramente?"
Se il bambino è molto arrabbiato o sta piangendo, probabilmente non è il momento migliore per spiegargli dove ha sbagliato. Prima bisogna aiutarlo a calmarsi. Una frase semplice come "Vedo che sei molto arrabbiato, facciamo una pausa" può essere più utile di una lunga predica. Quando si sarà calmato, sarà possibile parlarne. Non significa lasciargli fare tutto quello che vuole. Le regole rimangono importanti. Significa però insegnargli a rispettarle senza aggiungere altra rabbia alla rabbia.
Anche le parole hanno un peso
Ci sono frasi che possono ferire molto un bambino, anche se vengono dette senza cattive intenzioni.
"Devi impegnarti di più."
"Sei sempre il solito."
"Ma è così difficile?"
"Guarda tuo fratello, lui lo fa senza problemi." "Se ti impegnassi, riusciresti."
Per un bambino che già si sente in difficoltà, queste parole possono confermare l'idea di non essere abbastanza bravo. Meglio cercare di spostare l'attenzione dal risultato all'impegno.
"Vediamo insieme dove ti sei bloccato."
"Proviamo a fare un pezzo alla volta."
"Questa cosa oggi è difficile, ma possiamo cercare un modo diverso."
Sono piccole differenze, ma possono cambiare il modo in cui un bambino guarda alle proprie difficoltà.

Piccoli accorgimenti che possono aiutare
Non esiste una strategia valida per tutti. Ogni bambino ha la sua storia e il suo modo di reagire. In generale, però, può aiutare evitare di affrontare compiti molto lunghi tutti insieme. Dividere il lavoro in parti più piccole rende l'obiettivo meno pesante.
Anche fare delle pause può essere importante. Non bisogna aspettare che il bambino sia completamente esausto prima di fermarsi. Può essere utile stabilire una routine abbastanza prevedibile, così il bambino sa cosa lo aspetta. E poi ci sono tutte quelle cose semplici che spesso dimentichiamo: dormire bene, muoversi, giocare, avere del tempo libero e non vivere ogni pomeriggio come una lunga sessione di compiti. Un bambino non può essere solo uno studente. Ha bisogno anche di ridere, giocare, stare con gli amici e sentirsi bravo in qualcosa.
Non è sempre facile capire cosa c'è dietro
La disregolazione emotiva non si presenta sempre nello stesso modo. Alcuni bambini esplodono facilmente, altri trattengono tutto fino a quando arrivano al limite. Alcuni diventano oppositivi, altri si isolano. Per questo non bisognerebbe fermarsi solamente al comportamento che vediamo. Un bambino che urla non è semplicemente "un bambino che urla". Bisogna provare a capire cosa lo ha portato fino a quel punto. Naturalmente, se le difficoltà sono molto frequenti, intense o compromettono la vita familiare, scolastica o sociale, è importante parlarne con le figure professionali che seguono il bambino. Non bisogna aspettare che la situazione diventi ingestibile. Chiedere aiuto non significa avere fallito come genitori. Significa riconoscere che, qualche volta, serve uno sguardo in più.
Un bambino non è il suo DSA
Forse questo è il messaggio più importante. Un bambino con DSA non è "quello che legge male", "quello che sbaglia i calcoli" o "quello che fa i capricci". È un bambino con delle difficoltà, certo, ma anche con qualità, interessi, passioni e capacità. Ha bisogno di imparare, ma ha anche bisogno di sentirsi capace. Ha bisogno di regole, ma anche di essere ascoltato. E soprattutto ha bisogno di adulti che sappiano vedere, dietro a un comportamento difficile, la persona che sta cercando di comunicare qualcosa.
Imparare a gestire le emozioni richiede tempo. Nessun bambino diventa improvvisamente capace di controllare rabbia, frustrazione e paura solo perché gli diciamo di calmarsi. È un percorso. E in questo percorso il nostro compito non è pretendere che il bambino non provi emozioni forti. È aiutarlo, poco alla volta, a riconoscerle e a trovare un modo per attraversarle senza sentirsi sbagliato. Perché dietro a un bambino che fa fatica c'è molto spesso un bambino che si sta impegnando più di quanto riusciamo a vedere.



Contenuto molto interessante e completo, inoltre scrittura lineare e ben fatta. Spero di leggere altri tuoi articoli, hai una buona penna e un'ottima conoscenza dell'argomento