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La disregolazione emotiva nei bambini e nei ragazzi con DSA

7 set
Tempo di lettura: 5 min

Articolo scritto da  @dott.ssa.giorgia.tutordsa


Quando si parla di DSA, di solito pensiamo  subito alle difficoltà nella lettura, nella scrittura o  nella matematica. Si parla di dislessia,  disortografia, disgrafia e discalculia, degli  strumenti compensativi, dei compiti e delle  verifiche. 


C'è però un aspetto che spesso rimane un po' in  secondo piano: quello delle emozioni.  Perché un bambino con DSA può sapere benissimo cosa deve fare e, nonostante questo,  arrivare a dire "non ce la faccio”, arrabbiarsi,  piangere o rifiutarsi di continuare. E magari  succede proprio dopo aver passato mezz'ora a  cercare di fare del suo meglio.  Quello che a un adulto può sembrare un  capriccio, una scenata o una mancanza di  volontà, qualche volta è invece il risultato di una  fatica che si è accumulata. 


Quando la fatica diventa troppa 

Un bambino con DSA può impegnarsi molto più di quanto si riesca a vedere dall'esterno. Pensiamo, per esempio, a un bambino che deve leggere una pagina. Per un compagno può essere un'attività abbastanza semplice e veloce.  Per lui può richiedere molta più concentrazione.  Deve decodificare le parole, mantenere  l'attenzione, capire quello che sta leggendo e  magari anche ricordare le informazioni.  Alla fine può essere stanco senza nemmeno  riuscire a spiegare bene il perché.  


La stessa cosa può succedere con un problema  di matematica, con un dettato, con un testo da  scrivere o con una verifica.  Se questa fatica si ripete ogni giorno, prima o  poi può arrivare il momento in cui il bambino non ne può più. E allora basta poco per far esplodere  la situazione.  Una matita che cade, un esercizio che non  riesce, una correzione dell'insegnante o una semplice richiesta del genitore possono diventare il punto di rottura. 


"Non voglio" oppure "non riesco"? 

Questa è forse una delle domande più importanti che un adulto dovrebbe porsi. Quando un bambino dice "non voglio fare i  compiti", siamo sicuri che non abbia voglia?  A volte dietro quel "non voglio" si nasconde un "ho paura di non riuscirci".  Altre volte c'è un "sono stanco", oppure "non  voglio sentirmi ancora una volta quello che va peggio degli altri”.  Il problema è che i bambini non sempre riescono  a spiegare quello che provano. Non hanno ancora le parole e gli strumenti che abbiamo noi  adulti.  E così l'emozione viene fuori attraverso il  comportamento.  C'è chi urla, chi piange, chi lancia il quaderno, chi  si alza continuamente dalla sedia. C'è anche chi  fa il contrario: si chiude, non parla, sembra disinteressato e smette semplicemente di  provarci.  Sono reazioni diverse, ma alla base può esserci la stessa difficoltà: un'emozione troppo grande da gestire. 


La paura di sbagliare 

Un altro aspetto importante è la paura dell'errore.  Sbagliare fa parte dell'apprendimento, questo lo sappiamo. Ma per un bambino che sperimenta quotidianamente delle difficoltà, l'errore può  avere un peso diverso.  Se sbaglia spesso, può iniziare a pensare di non  essere capace. Può confrontarsi con gli altri e chiedersi perché per i compagni una cosa sembri facile mentre per lui è così complicata. Piano piano può arrivare anche la vergogna. "E se mi prendono in giro?"  "E se la maestra mi chiede di leggere?" "E se sbaglio ancora?"  Sono pensieri che possono creare molta ansia.  E quando arriva l'ansia, concentrarsi diventa  ancora più difficile. Si entra così in una specie di circolo vizioso: faccio fatica, mi preoccupo, mi  agito, mi concentro meno, sbaglio e mi sento  ancora meno capace. 


Cosa può fare un genitore? 

Prima di tutto, provare a non leggere ogni  comportamento difficile come una provocazione.  È normale che un genitore si arrabbi. Dopo una giornata di lavoro, arrivare a casa e ritrovarsi  davanti a un bambino che non vuole fare i compiti può essere davvero pesante.  Ma in quel momento può essere utile fermarsi un attimo e chiedersi: "Che cosa sta succedendo  veramente?" 


Se il bambino è molto arrabbiato o sta  piangendo, probabilmente non è il momento migliore per spiegargli dove ha sbagliato.  Prima bisogna aiutarlo a calmarsi.  Una frase semplice come "Vedo che sei molto arrabbiato, facciamo una pausa" può essere più utile di una lunga predica.  Quando si sarà calmato, sarà possibile parlarne.  Non significa lasciargli fare tutto quello che vuole. Le regole rimangono importanti. Significa però insegnargli a rispettarle senza aggiungere  altra rabbia alla rabbia. 


Anche le parole hanno un peso 

Ci sono frasi che possono ferire molto un  bambino, anche se vengono dette senza cattive  intenzioni. 

"Devi impegnarti di più." 

"Sei sempre il solito." 

"Ma è così difficile?" 

"Guarda tuo fratello, lui lo fa senza problemi." "Se ti impegnassi, riusciresti." 


Per un bambino che già si sente in difficoltà,  queste parole possono confermare l'idea di non  essere abbastanza bravo.  Meglio cercare di spostare l'attenzione dal  risultato all'impegno. 

"Vediamo insieme dove ti sei bloccato." 

"Proviamo a fare un pezzo alla volta." 

"Questa cosa oggi è difficile, ma possiamo  cercare un modo diverso." 

Sono piccole differenze, ma possono cambiare il  modo in cui un bambino guarda alle proprie  difficoltà. 


Piccoli accorgimenti che possono aiutare 

Non esiste una strategia valida per tutti. Ogni  bambino ha la sua storia e il suo modo di reagire. In generale, però, può aiutare evitare di  affrontare compiti molto lunghi tutti insieme. Dividere il lavoro in parti più piccole rende  l'obiettivo meno pesante.  


Anche fare delle pause può essere importante. Non bisogna aspettare che il bambino sia completamente esausto prima di fermarsi.  Può essere utile stabilire una routine abbastanza  prevedibile, così il bambino sa cosa lo aspetta.  E poi ci sono tutte quelle cose semplici che spesso dimentichiamo: dormire bene, muoversi, giocare, avere del tempo libero e non vivere ogni  pomeriggio come una lunga sessione di compiti. Un bambino non può essere solo uno studente.  Ha bisogno anche di ridere, giocare, stare con gli amici e sentirsi bravo in qualcosa. 


Non è sempre facile capire cosa c'è dietro 

La disregolazione emotiva non si presenta sempre nello stesso modo.  Alcuni bambini esplodono facilmente, altri trattengono tutto fino a quando arrivano al  limite. Alcuni diventano oppositivi, altri si isolano. Per questo non bisognerebbe fermarsi  solamente al comportamento che vediamo. Un bambino che urla non è semplicemente "un bambino che urla". Bisogna provare a capire cosa lo ha portato fino a quel punto.  Naturalmente, se le difficoltà sono molto  frequenti, intense o compromettono la vita  familiare, scolastica o sociale, è importante parlarne con le figure professionali che seguono il bambino. Non bisogna aspettare che la  situazione diventi ingestibile.  Chiedere aiuto non significa avere fallito come  genitori. Significa riconoscere che, qualche volta, serve uno sguardo in più. 


Un bambino non è il suo DSA 

Forse questo è il messaggio più importante. Un bambino con DSA non è "quello che legge  male", "quello che sbaglia i calcoli" o "quello che  fa i capricci".  È un bambino con delle difficoltà, certo, ma anche con qualità, interessi, passioni e capacità.  Ha bisogno di imparare, ma ha anche bisogno di sentirsi capace.  Ha bisogno di regole, ma anche di essere  ascoltato.  E soprattutto ha bisogno di adulti che sappiano  vedere, dietro a un comportamento difficile, la persona che sta cercando di comunicare  qualcosa. 


Imparare a gestire le emozioni richiede tempo. Nessun bambino diventa improvvisamente capace di controllare rabbia, frustrazione e paura solo perché gli diciamo di calmarsi. È un percorso.  E in questo percorso il nostro compito non è  pretendere che il bambino non provi emozioni forti. È aiutarlo, poco alla volta, a riconoscerle e  a trovare un modo per attraversarle senza sentirsi sbagliato.  Perché dietro a un bambino che fa fatica c'è  molto spesso un bambino che si sta  impegnando più di quanto riusciamo a vedere. 


 
 
 

1 commento


Francesca
07 set

Contenuto molto interessante e completo, inoltre scrittura lineare e ben fatta. Spero di leggere altri tuoi articoli, hai una buona penna e un'ottima conoscenza dell'argomento

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