Il legame mamma-bambino: una danza di sguardi, tocchi e sintonie
- 22 ott 2025
- Tempo di lettura: 13 min

Scritto in collaborazione con Dott.ssa Martina Abalsamo
Introduzione
La relazione tra madre e bambino è un legame che nasce ben prima delle parole. Nei primi mesi di vita, infatti, il linguaggio principale non è fatto di frasi ma di contatto, sguardi, ritmi condivisi. Il tocco, il contenimento e le risposte sensibili del caregiver non solo rassicurano il neonato, ma gettano le basi per la costruzione del suo mondo interno e della sua capacità di regolare le emozioni. Studi e teorie psicologiche hanno messo in luce come queste prime esperienze corporee e affettive abbiano un impatto profondo sullo sviluppo: sono il terreno su cui si forma il senso di sicurezza e di fiducia che accompagnerà il bambino per tutta la vita.
Dal soma alla psiche: la nascita del sé
Il tocco è la principale modalità sensoriale impiegata negli scambi comunicativi tra caregiver e bambino sin dalla nascita ed è essenziale per lo sviluppo psicofisico del neonato. Diversi studi come quelli di Harlow sui macachi o di Spitz con i neonati ospedalizzati, hanno dimostrato che le cure affettive, mediate anche dal contatto fisico e dalle stimolazioni tattili, rappresentano un bisogno primario al pari di quello del nutrimento. Questi risultati hanno portato a una crescente attenzione nelle pratiche neonatali all’interazione e al contatto fisico tra caregiver e bambino. Un esempio di questo è l’introduzione della Kangaroo-care per i neonati prematuri. Tale intervento, che consiste nel contatto pelle a pelle tra caregiver e neonato, ha mostrato importanti effetti positivi sulla crescita e sul benessere sia del neonato che dei caregiver, riducendo gli effetti avversi di un precoce distacco e isolamento del neonato prematuro nella terapia intensiva neonatale.
La stimolazione tattile è fondamentale per il passaggio del neonato dallo stato di non integrazione a quello di integrazione (Winnicott, 1945): alla nascita non è presente un’unità corporea tale da permettere al neonato di provare sensazioni, ma diviene lui la sensazione stessa: non ha fame, lui è la fame. Dunque, sarà immerso in uno stato affettivo negativo a cui il caregiver pone rimedio con le funzioni di “holding” e “handling” (Winnicott, 1945) per consentire il passaggio del neonato dalla dipendenza assoluta all’indipendenza e per farlo giungere ad uno stato di “continuità del sé”.
Le ricerche più recenti confermano l’intuizione di Winnicott: il contatto corporeo e la risposta sensibile del caregiver non sono solo una forma di conforto, ma stimolano processi neurobiologici che favoriscono la regolazione dello stress e la maturazione del sistema nervoso. Il contatto pelle a pelle, come nella pratica della “Kangaroo Care”, migliora la termoregolazione, riduce il pianto e sostiene la sincronizzazione dei ritmi fisiologici tra madre e bambino (Aaltomaa-Michalias, Dahllof, Lintula, Nissen, & Widstrom, 2010).
In particolare, l’holding si riferisce al contenimento da parte del caregiver del proprio bambino, che è inteso sia in senso fisico in quanto lo sostiene tra le sue braccia, sia in senso psicologico in quanto riesce a proteggerlo e a calmarlo nei momenti in cui esperisce un’affettività negativa, rispondendo ai suoi bisogni. L’handling è la manipolazione del corpo del bambino che lo aiuta a distinguere i confini del suo corpo e ad integrare la psiche nel soma; questo processo è definito dall’Autore “personalizzazione” in quanto l’infante impara a distinguere tra sé e non sé e comprende di essere un soggetto altro rispetto al caregiver. Attraverso entrambe queste funzioni contenitive, sia dal punto di vista fisico che emotivo, il genitore favorirà nel bambino il passaggio dall’eteroregolazione all’autoregolazione.
La “danza” madre-bambino
La prima forma di regolazione che appare nel bambino è quella emotiva: la funzione “specchio” del caregiver, che consiste nel riflettere sul proprio volto lo stato d’animo del bambino, è centrale nello sviluppo delle emozioni nei bambini e nella loro capacità di autoregolarsi: se questi ultimi hanno mezzi rudimentali di regolazione dei propri stati interni, come succhiare il dito o spostare la testa, c’è concordanza rispetto al fatto che la qualità delle interazioni materne ha un forte impatto regolatore sui cambiamenti degli stati affettivi del neonato: se dapprima la regolazione è mediata dal caregiver, gradualmente il bambino imparerà a modulare le sue emozioni, cognizioni e comportamenti in base a ciò che accade nell’ambiente in cui è inserito. Alla nascita i neonati non sono in grado di provare delle vere e proprie emozioni, ma esperiscono degli stati affettivi che possono essere positivi o negativi a seconda se i loro bisogni vengono soddisfatti con una risposta sensibile e contingente da parte del caregiver. Il caregiver, riflettendo empaticamente sul volto lo stato affettivo del figlio, lo rende consapevole di ciò che sta provando e contribuisce a dare significato al suo livello di attivazione. La risposta del caregiver è, dunque, un organizzatore degli stati interni del bambino che gradualmente acquisisce consapevolezza dei propri affetti. Anche la stimolazione tattile è implicata in tale processo, in quanto il caregiver usa il tocco al fine di regolare gli stati interni del proprio bambino. Come sosteneva Stern (1985), le interazioni caregiver-bambino possono essere paragonate ad una danza in cui entrambi si attivano e si ingaggiano a vicenda con un gioco di sguardi, di stimolazioni tattili e di suoni e, man mano che le interazioni vanno avanti, entrambi i componenti della diade impareranno a conoscersi e le loro azioni di risposta l’uno all’altra diventeranno prevedibili. La risposta del caregiver coerente al segnale del bambino rientra nella sincronia che tra i due si viene a creare, che però non è mantenuta per tutto il momento interattivo; attimi in cui la sincronia viene persa sono normali, ma ciò che importa è la capacità del caregiver di riprendere la sincronia e tornare ad ingaggiare il proprio bambino.
Tronick nel 1998 scriveva che ‹‹gli esseri umani sono incapaci di rispondere con perfetta contingenza». Un orientamento verso il mondo sociale implica una grande tolleranza per le contingenze imperfette, così che il genitore fallisce nel rispondere ad una grande porzione di segnali del bambino (Tronick, 1998, cit. in Gergely, Fonagy, Target & Jurist, 2002, p.129).
Daniel Stern (1985) ha descritto la relazione precoce come una “danza diadica” in cui madre e bambino si sintonizzano reciprocamente attraverso microinterazioni di sguardi, suoni e gesti. Questa “sintonizzazione affettiva” è alla base dello sviluppo del sé intersoggettivo, ovvero della capacità del bambino di riconoscere negli altri emozioni simili alle proprie. Anche nei momenti di disallineamento, ciò che conta non è l’assenza di errore, ma la possibilità di riparare la connessione emotiva (Tronick, 1998, cit. in Gergely, Fonagy, Jurist, & Target, 2002).
L’instaurazione del legame di attaccamento
La relazione caregiver-bambino sopra descritta, che è fondamentale ai fini dell’acquisizione delle capacità regolatorie, è propedeutica all’instaurarsi del legame di attaccamento tra i due membri della diade. La teoria dell’attaccamento, un indicatore della qualità della relazione sociale, è stata applicata come quadro di riferimento per capire quanto le prime esperienze di vita possono contribuire alla responsività biologica e psicologica allo stress durante il corso della vita (Kidd et al., 2011, 2013; Maunder & Hunter, 2001). Secondo l’attaccamento, gli esseri umani sono nati con un bisogno di connessioni sociali e tale bisogno ha un’importante funzione evolutiva in quanto assicura al bambino di sopravvivere (Bowlby, 1969). Si tratta, dunque, di un processo adattivo che si sviluppa in risposta all’ambiente sociale e al tipo di cura ricevuto nei momenti di distress (Fonagy, 2011; Granqvist et al., 2017). Nei momenti di intenso eccitamento e attivazione fisiologica, il bambino cercherà la prossimità fisica al caregiver in modo tale da essere “contenuto” fisicamente: quando riceve dall’ambiente segnali che lo fanno sentire insicuro, attiva, dunque, il sistema di attaccamento per avvicinarsi al genitore. Si tratta di una predisposizione biologica che ha la funzione di proteggere il neonato dai pericoli, garantendone la sopravvivenza. Le neuroscienze affettive hanno confermato la visione di Bowlby (1969): l’attaccamento è un sistema biologico di regolazione, il cui scopo è mantenere la prossimità con la figura di cura. Il caregiver funziona da “regolatore esterno” degli stati emotivi e fisiologici del bambino, finché quest’ultimo interiorizza tali funzioni e le rende autonome (Cassidy, 1994). Le esperienze di sintonia e accudimento precoce plasmano l’attività dei circuiti cerebrali legati alla sicurezza, alla fiducia e all’empatia (Fonagy, Gergely, Jurist, & Target, 2018). Dunque, fin quando un bambino si sente sicuro, sarà in grado di esplorare l’ambiente e allontanarsi dal caregiver; in caso contrario, metterà in atto una serie di comportamenti di attaccamento finalizzati ad avvicinarsi al caregiver che ha il compito di rassicurarlo. I comportamenti adottati ai fini della prossimità consistono nel tenere il caregiver vicino al bambino; quest’ultimo adotterà come strumenti a suo vantaggio il sorriso o il pianto, tenderà ad avvicinarsi fisicamente al caregiver o metterà in atto comportamenti orientati a ricevere l’attenzione del caregiver per raggiungere un obiettivo, che emergono attorno all’età di tre anni (Fonagy, 2001; Granqvist et al., 2017). L’attaccamento, quindi, è un sistema regolatorio omeostatico in quanto il genitore agisce come regolatore esterno dello stato emotivo e fisiologico del bambino. Quest’ultimo trova nella risposta dell’adulto una rappresentazione del suo stato mentale che viene internalizzata e usata come strategia di regolazione affettiva. Tra i mezzi usati dal caregiver per riuscire a far tornare il bambino allo stato calmo e rilassato vi è sicuramente il tocco, il contatto fisico, che rappresenta una via di comunicazione privilegiata tra caregiver e bambino quando quest’ultimo è ancora in una fase preverbale.
Gli stili di attaccamento e il paradigma della Strange Situation
A seconda della qualità delle interazioni con il caregiver, il bambino svilupperà diversi stili di attaccamento: lo stile sicuro, ansioso/evitante, ansioso/ambivalente e disorganizzato, i quali possono essere osservati attraverso il paradigma della Strange Situation. Si tratta di una procedura sviluppata da Mary Ainsworth che ha lo scopo di verificare lo stile di attaccamento del bambino e come si relaziona agli estranei. È composta da 8 fasi della durata di 2/3 minuti ciascuna. Nella prima fase il caregiver e il bambino vengono portati in una stanza con dei giocattoli e il bambino viene posizionato per terra; nella seconda fase il bambino inizia ad esplorare l’ambiente e ad interagire con il caregiver; nella terza fase subentra la figura estranea che cerca di entrare in relazione con il bambino e il genitore; quest’ultimo nella quarta fase abbandona la stanza, lasciando il bambino da solo con l’estraneo; nella quinta fase il genitore rientra nella stanza mentre l’estraneo va via e si osserva come il bambino reagisce al ricongiungimento; nella sesta fase il bambino viene lasciato solo nuovamente nella stanza; nella settima fase rientra nella stanza la figura estranea e si osserva se il bambino la usa come figura sostitutiva del caregiver; nell’ottava fase c’è il ricongiungimento definitivo tra caregiver e bambino e si osserva come quest’ultimo reagisce.
Mary Ainsworth e colleghi (1978) hanno osservato che nei bambini con attaccamento sicuro il tocco materno è più frequente e più dolce. Questo tipo di contatto promuove il rilascio di ossitocina, ormone associato al benessere e alla fiducia, facilitando la calma e la regolazione dello stress. Nei bambini con attaccamenti insicuri, invece, il tocco può essere percepito come imprevedibile o intrusivo, aumentando i livelli di attivazione e disagio (Jakubiak & Feeney, 2017).
Se per quanto riguarda i primi tre stili si può notare una certa coerenza rispetto al modo in cui il bambino reagisce nei confronti del genitore all’interno del setting della “Strange Situation”, lo stile disorganizzato è caratterizzato dalla mancanza di coerenza del bambino nei confronti del genitore e viceversa. Ainsworth e colleghi (1978) hanno riportato differenze nella frequenza e qualità del tocco durante le interazioni tattili tra caregivers e bambini all’interno della Strange Situation: i bambini con attaccamento sicuro venivano toccati di più dai caregivers a differenza di quelli con attaccamenti insicuri che ricevevano meno tocchi e meno confortanti. A tal proposito, il tocco ha un effetto di riduzione dello stress nei bambini con attaccamento sicuro; negli altri casi, infatti, il tocco può essere percepito come intrusivo perché non è desiderato (Jakubiak & Feeney, 2017). Tra gli stili di attaccamento, solo quello “sicuro” è il risultato di un contenimento ben riuscito; il bambino avrà una base sicura interiorizzata, sarà in grado di attuare strategie di autoregolazione e di problem solving. Gli altri possono rappresentare l’identificazione del bambino con i comportamenti difensivi dei caregivers. In base alle interazioni ripetute tra caregiver e bambino, quest’ultimo elaborerà dei Modelli Operativi Interni che gli permettono di differenziare il sé dall’altro e creare delle aspettative rispetto ai comportamenti altrui che diventano, dunque, prevedibili. Si tratta di schemi relazionali che il bambino interiorizza a furia di interagire ripetutamente con le figure di riferimento, in modo da predire i comportamenti propri e altrui tenendo in considerazione la situazione data e, al contempo, da prepararsi ad un’attivazione fisiologica coerente con il tipo di minaccia percepita (Bolwby, 1969). Interazioni ripetute con il caregiver, portano il bambino a creare delle aspettative che possono generalizzare ad altre forme di interazioni sociali con gli altri : la capacità di interpretare il comportamento umano, che viene definito “Meccanismo Interpretativo Interpersonale”, IIM, (Gergely, Fonagy, Jurist & Target, 2002) ‹‹è anche un prodotto di processi psicologici complessi scaturiti dalla stretta prossimità durante l’infanzia ad un altro essere umano- l’oggetto primario o la figura di attaccamento›› (Gergely, Fonagy, Jurist & Target, 2002, p.124). L’IMM è un concetto strettamente legato a quello della “teoria della mente". La conoscenza del sé come agente mentale non è innata, ma è una capacità che si evolve grazie alle interazioni precoci. Il contesto di attaccamento, difatti, è un contesto al cui interno il bambino può sviluppare una sensibilità verso i propri stati del sé.
L’attaccamento e la sua funzione regolatrice
Grazie alla relazione di attaccamento instaurata con il caregiver, il bambino sarà in grado di acquisire capacità autoregolatorie in base alla disponibilità emotiva di colui o colei che lo accudisce (Cassidy, 1994): se dapprima la regolazione è mediata dal caregiver, gradualmente il bambino imparerà a modulare le sue emozioni, cognizioni e comportamenti in base a ciò che accade nell’ambiente in cui è inserito. Nella teoria dell’attaccamento, la regolazione emotiva da parte del caregiver nei confronti del bambino serve per passare dalla co-regolazione all’autoregolazione, in modo tale che il sistema regolatorio dell’infante passi da essere “diadico” ad “individuale”. I bambini con attaccamento sicuro riescono a bilanciare in maniera ottimale i comportamenti di esplorazione dell’ambiente e quelli di attaccamento nei momenti in cui percepiscono il pericolo, in quanto riposano fiducia nella disponibilità emotiva del caregiver. Ne consegue che questi bambini si sentiranno liberi di esprimere un’ampia gamma di emozioni, positive e negative, e riceveranno una risposta confortante da parte del caregiver che consiste non solo nel provvedere a dare la prossimità fisica che cercano, ma anche nel verbalizzare gli stati emozionali (Waters et al., 2010). Lo stile ansioso/evitante tende a minimizzare le emozioni e può essere compreso in termini di sovraregolazione: solitamente, infatti, i bambini evitanti hanno genitori che non tollerano l’espressione dei bisogni, ragion per cui i bambini tenderanno a reprimere le emozioni e mostreranno un'iperattività sia nei confronti di quelle positive che di quelle negative. Questa strategia è spesso associata a sentimenti di isolamento e di sfiducia che possono sfociare in comportamenti aggressivi o nella sensazione di minore competenza nei compiti di problem solving (Arend, Gove & Sroufe, 1979). Lo stile ansioso/ambivalente tende ad accrescere gli affetti, per cui può essere compreso in termini di disregolazione degli affetti; in tal caso troviamo dei genitori che impediscono al bambino di esplorare l’ambiente per cui egli reagirà con strategie iperattivanti di ansia e paura per ottenere più facilmente una risposta, con poche opportunità di regolarsi autonomamente (Thompson, 2015). Tale modalità di regolazione rende i bambini meno competenti e in grado di trovare soluzioni autonome nei momenti di ansia e predispone allo sviluppo di disturbi internalizzanti come l’ansia e la depressione (Thompson, 2015). Per quanto riguarda l’attaccamento disorganizzato, invece, è caratterizzato dall’assenza di strategie per far fronte allo stress, non c’è coerenza per quanto riguarda i comportamenti del bambino nei confronti dei genitori ed è nervoso e ansioso. Il bambino attiverà sia strategie iperattivanti, sia deattivanti (Kidd et al., 2013). Ciò accade perché l’attaccamento disorganizzato deriva da esperienze di maltrattamento e si manifesta in una situazione paradossale in cui il genitore, che dovrebbe essere colui che conforta, è in realtà abusante e spaventante (Van Ijzendoorn, Schuengel & Bakermans-Kranenburg, 1999). Ne derivano bambini con elevata sensibilità alle situazioni stressanti e incapacità ad autoregolarsi in quanto non ricevono nessun rispecchiamento dei propri stati interni e nessun contenimento fisico, per cui vengono lasciati da soli ad affrontare fonti di distress. I bambini maltrattati, secondo la teoria dell’attaccamento, sono maggiormente reattivi alle emozioni negative, esperiscono in maniera significativa emozioni quali la tristezza e la rabbia e mostrano comportamenti indicativi di tali emozioni (Gross, Katz, Lavi & Ozer; 2019). Possono subentrare anche difficoltà per quanto riguarda le strategie di coping e di problem solving, sempre derivanti dai genitori che a loro volta ne sono manchevoli. I bambini maltrattati rispetto a quelli non maltrattati mostrano alti livelli di aggressione ed infatti adottano comportamenti violenti e distruttivi verso l’ambiente; tuttavia, tra le emozioni maggiormente provate, non sembra esserci la rabbia: quelle principali sembrano essere la tristezza, la paura e l’ostilità (Gross, Katz, Lavi & Ozer; 2019). Ciò che soprattutto va sottolineato in questi bambini è che, oltre ad esperire un alto tasso di emozioni negative, mostrano livelli significativamente bassi di emozioni positive come la gioia e la felicità (ibidem).
Conclusione
Come sostiene Winnicott (1945/2018), non è la perfezione del genitore a costruire la sicurezza del bambino, ma la capacità di essere “sufficientemente buoni”: presenti, responsivi e capaci di riparare gli inevitabili momenti di rottura. Questa qualità relazionale costituisce la base della resilienza e della fiducia nel mondo. Le ricerche più recenti sottolineano che la disponibilità emotiva e la regolazione condivisa hanno effetti positivi a lungo termine sul benessere psicologico e sullo sviluppo socio-emotivo (Tambelli, 2017).
Ogni piccolo gesto di cura – un abbraccio, un sorriso, il modo in cui un genitore consola il proprio bambino – contribuisce a costruire il senso di sé del neonato e la sua capacità di affrontare il mondo. Non è la perfezione che conta, ma la disponibilità a rispondere, a tornare in sintonia anche dopo una rottura. È in questa danza quotidiana, fatta di vicinanza e di riparazioni, che il bambino impara ad autoregolarsi, a fidarsi e a sentirsi sicuro. La relazione madre-bambino non è soltanto la prima esperienza affettiva della vita: è anche la matrice su cui si fondano la resilienza, la capacità di amare e la possibilità di costruire legami autentici in futuro.
Per approfondire:
Aaltomaa-Michalias, P., Dahllof, A., Lintula, M., Nissen, E. & Widstrom, A-M. (2010). Newborn behaviour to locate the breast when skin-to-skin: a possible method for enabling early self-regulation. Acta Paediatrica.
Crucianelli, L., Filippetti, M. L., Fotopoulou, A., Jenkinson, P. M. & Kirk, E. (2019). The mindedness of maternal touch: An investigation of maternal mind-mindedness and mother-infant touch interactions. Developmental Cognitive Neuroscience, 35, 47-56.
Fonahy, P., Gergely, G., Jurist, E. & Target, M. (2018). Affect Regulation, Mentalization and the Development of the Self. Londra: Routledge.
Winnicott, D. W. (2018). The maturational processes and the facilitating environment. Londra: Routledge.
Tambelli, R. (2017). Manuale di psicopatologia dell’infanzia. Bologna: Il Mulino.
Bibliografia:
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Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. New York: Basic Books.
Cassidy, J. (1994). Emotion regulation: Influences of attachment relationships. Monographs of the Society for Research in Child Development, 59(2–3), 228–249.
Crucianelli, L., Filippetti, M. L., Fotopoulou, A., Jenkinson, P. M., & Kirk, E. (2019). The mindedness of maternal touch: An investigation of maternal mind-mindedness and mother–infant touch interactions. Developmental Cognitive Neuroscience, 35, 47–56.
Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E., & Target, M. (2018). Affect regulation, mentalization and the development of the self.London: Routledge.
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Van Ijzendoorn, M. H., Schuengel, C., & Bakermans-Kranenburg, M. J. (1999). Disorganized attachment in early childhood: Meta-analysis of precursors, concomitants, and sequelae. Development and Psychopathology, 11(2), 225–249.
Winnicott, D. W. (1945/2018). The maturational processes and the facilitating environment. London: Routledge.



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