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I Disturbi del Comportamento Alimentare non sono una questione di volontà: Basi cliniche, neurobiologiche e implicazioni per la cura

  • 19 mag
  • Tempo di lettura: 7 min

Articolo scritto in collaborazione con @chiaramarianipsi


Abstract

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano alcune delle patologie psichiatriche più complesse e sottovalutate nella popolazione generale. Nonostante la loro elevata morbilità e mortalità, persistono narrazioni culturali che li riducono a mere espressioni di vanità, fragilità caratteriale o mancanza di volontà. Il presente articolo si propone di esaminare le evidenze neurobiologiche, psicologiche e relazionali che sottendono allo sviluppo e al mantenimento dei DCA, con particolare attenzione all'anoressia nervosa, alla bulimia nervosa e al disturbo da binge eating. Vengono discusse le principali implicazioni cliniche, l'importanza di una presa in carico multidisciplinare e le ragioni per cui una risposta terapeutica efficace non può prescindere da un approccio evidence-based. L'obiettivo è contribuire alla riduzione dello stigma associato a queste condizioni e promuovere una cultura della cura più informata.


Parole chiave: disturbi del comportamento alimentare, anoressia nervosa, bulimia nervosa, binge eating disorder, neurobiologia, CBT-E, trattamento multidisciplinare


Introduzione

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) — tra cui l'anoressia nervosa (AN), la bulimia nervosa (BN) e il disturbo da binge eating (BED) — sono condizioni psicopatologiche complesse, con tassi di mortalità tra i più elevati tra i disturbi mentali (Arcelus et al., 2011). Nonostante le evidenze scientifiche accumulate negli ultimi decenni, nella percezione comune questi disturbi vengono spesso attribuiti a scelte consapevoli, superficialità o debolezza di carattere. Questa visione non solo è clinicamente errata, ma rappresenta un ostacolo significativo alla richiesta di aiuto e all'accesso alle cure (Dakanalis et al., 2023).


La domanda che attraversa l'immaginario collettivo — "perché non smette semplicemente di farlo?" — rivela una profonda incomprensione della natura di queste patologie. Come ha documentato ampiamente la letteratura clinica e neurobiologica, i DCA non sono espressione di una scelta libera e razionale, ma di un sistema complesso che coinvolge la genetica, la neurobiologia, la psicologia dello sviluppo e il contesto socioculturale (Fairburn et al., 2003; Treasure et al., 2020).


Il presente articolo si propone di esaminare le principali evidenze che sostengono questa prospettiva, con l'obiettivo di fornire una cornice teorica utile tanto ai professionisti quanto a chi, da vicino o da lontano, si confronta con la realtà dei DCA.


Le radici biologiche e neurobiologiche

Le ricerche degli ultimi vent'anni hanno dimostrato in modo convincente che i DCA hanno una componente genetica significativa. Studi su gemelli monozigoti hanno evidenziato una concordanza per l'anoressia nervosa compresa tra il 50% e il 70%, suggerendo che fattori ereditari giochino un ruolo determinante nella vulnerabilità individuale (Bulik et al., 2006). Questa predisposizione non riguarda solo la propensione al controllo alimentare, ma coinvolge tratti temperamentali come il perfezionismo, la sensibilità alla ricompensa e la regolazione emotiva.


Sul piano neurobiologico, le neuroimmagini hanno mostrato alterazioni nei circuiti dopaminergici e serotoninergici in pazienti con AN e BN, con effetti sulla percezione del piacere, sull'impulsività e sull'elaborazione delle emozioni (Kaye et al., 2009). Tali alterazioni non sono semplici conseguenze della malnutrizione, ma riflettono tratti stabili che persistono anche dopo il recupero del peso, indicando che si tratta di caratteristiche neurobiologiche preesistenti e non indotte dal disturbo.


Un'ulteriore conferma viene dagli studi sul default mode network: le persone con AN mostrano un'elaborazione distorta dell'immagine corporea non riducibile a un problema percettivo superficiale, ma radicata in pattern di attivazione cerebrale atipici (Friederich et al., 2010). Questi dati rendono insostenibile l'idea che basti "volersi bene" per modificare la percezione di sé.


La dimensione psicologica: molto più del cibo

Ridurre i DCA a un problema di alimentazione significa fraintenderne la natura. Come ha teorizzato Fairburn (2008) con il suo modello cognitivo-comportamentale transdiagnostico, al centro di queste patologie si trovano meccanismi psicologici condivisi: una valutazione di sé eccessivamente dipendente dal controllo di cibo, peso e forma corporea, combinata con stati emotivi difficili da tollerare e regolare.


Per chi soffre di anoressia nervosa, il controllo del cibo non è un fine in sé: è uno strumento per gestire un senso di inefficacia pervasiva, un modo per sentirsi "abbastanza" in un mondo percepito come esigente e giudicante (Garner & Bemis, 1982). Per chi soffre di bulimia nervosa o di BED, le abbuffate non rappresentano una mancanza di autodisciplina, ma spesso una risposta a stati emotivi intollerabili, a schemi cognitivi negativi radicati e a una storia relazionale spesso caratterizzata da esperienze avverse (Fairburn et al., 1998).


È in questo senso che i DCA vanno compresi come strategie disfunzionali di sopravvivenza psicologica, non come comportamenti scelti consapevolmente. Dalle Grave (2018) sottolinea come la psicoeducazione — ossia aiutare il paziente a comprendere i meccanismi del proprio disturbo — sia un elemento fondamentale della terapia proprio perché restituisce significato a ciò che dall'esterno appare incomprensibile o irrazionale.


Il contesto relazionale e socioculturale

I DCA non nascono nel vuoto. Il contesto familiare, relazionale e socioculturale gioca un ruolo rilevante sia nello sviluppo che nel mantenimento di queste condizioni. Ricerche longitudinali hanno evidenziato come stili di attaccamento insicuri, dinamiche familiari disfunzionali e traumi relazionali precoci aumentino significativamente la vulnerabilità ai DCA (Tasca & Balfour, 2014).


Il contesto socioculturale contribuisce in modo altrettanto potente. La pressione verso ideali corporei irraggiungibili, la normalizzazione delle diete e la stigmatizzazione del peso sono fattori che amplificano la vulnerabilità individuale e rendono più difficile il recupero (Stice, 2002). Ignorare questa dimensione significa colpevolizzare ulteriormente chi soffre, attribuendo alla persona una responsabilità che appartiene, almeno in parte, al sistema in cui vive.


L'interazione tra biologia, psicologia e contesto è dunque la chiave di lettura più adeguata per comprendere i DCA — un modello biopsicosociale che la ricerca contemporanea continua a confermare e affinare (Treasure et al., 2020).


Perché l'impegno non basta: le implicazioni cliniche

Questa premessa teorica ha conseguenze dirette sul piano clinico. Se i DCA avessero alla base una semplice scelta volontaria, sarebbe sufficiente motivare la persona a cambiare. Ma i dati mostrano che i trattamenti basati unicamente sull'ingiunzione al cambiamento — "devi mangiare", "devi smettere di vomitare" — hanno effetti trascurabili o addirittura controproducenti, aumentando la vergogna e l'isolamento (Galmiche et al., 2019).


I trattamenti evidence-based per i DCA richiedono tempo, competenza e un'équipe multiprofessionale. La terapia cognitivo-comportamentale potenziata (CBT-E) sviluppata da Fairburn (2008) e adattata da Dalle Grave (2018) per contesti di diversa intensità — ambulatoriale, day hospital, residenziale — è ad oggi il trattamento con le maggiori evidenze di efficacia per AN, BN e BED. Essa agisce sui meccanismi cognitivi e comportamentali che mantengono il disturbo, non sui sintomi alimentari in isolamento.


Parallelamente, la letteratura sottolinea l'importanza di includere le famiglie nel percorso terapeutico, in particolare per i pazienti più giovani. Treasure et al. (2020) hanno documentato come un approccio psicoeducativo rivolto ai caregiver riduca significativamente le risposte accomodanti o critica che, pur non essendo intenzionalmente dannose, possono perpetuare il disturbo.


La presa in carico multidisciplinare — che integra la valutazione e il trattamento medico, psicologico, nutrizionale e, dove necessario, psichiatrico — non è un'opzione aggiuntiva, ma una necessità clinica (Nizzoli et al., 2007). I DCA toccano simultaneamente il corpo, la mente e le relazioni: nessuna disciplina, da sola, può rispondervi in modo esaustivo.


Lo stigma come barriera alla cura

Uno degli ostacoli maggiori al trattamento precoce dei DCA è lo stigma, inteso sia come pregiudizio sociale che come vergogna internalizzata dal paziente stesso. La narrazione culturale dominante — che riduce i DCA a questioni di scelta o di vanità — alimenta sensi di colpa che ritardano la richiesta di aiuto e compromettono l'alleanza terapeutica (Dakanalis et al., 2023).


Ricerche sulle barriere all'accesso alle cure indicano che molte persone trascorrono anni prima di chiedere aiuto, spesso perché non si sentono "abbastanza malate" o temono di non essere credute (Galmiche et al., 2019). Questo è particolarmente vero per gli uomini, per chi ha un peso nella norma ma soffre di BN o BED, e per le persone con background culturali diversi da quelli su cui si fondano i criteri diagnostici tradizionali.


Combattere lo stigma non è quindi solo un esercizio retorico: è una componente clinicamente rilevante del lavoro di prevenzione e intervento precoce. Campagne di informazione scientificamente accurate, formazione degli operatori scolastici e sanitari e una comunicazione pubblica responsabile sono strumenti che la psicologia clinica può e deve mettere in campo.


Conclusioni

I disturbi del comportamento alimentare sono patologie complesse, con radici biologiche, psicologiche e relazionali, che richiedono trattamenti specializzati, multiprofessionali e basati sulle evidenze. Attribuire queste condizioni a una mancanza di volontà non solo è scientificamente infondato, ma costituisce un danno concreto per chi soffre, ritardando l'accesso alle cure e amplificando la vergogna.


Come professioniste e professionisti della salute mentale, abbiamo la responsabilità di promuovere una cultura della cura che sappia riconoscere la complessità di queste esperienze senza semplificarle. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza: è l'inizio del percorso possibile.


Riferimenti

Arcelus, J., Mitchell, A. J., Wales, J., & Nielsen, S. (2011). Mortality rates in patients with anorexia nervosa and other eating disorders: A meta-analysis of 36 studies. Archives of General Psychiatry, 68(7), 724–731. https://doi.org/10.1001/archgenpsychiatry.2011.74


Bulik, C. M., Sullivan, P. F., Tozzi, F., Furberg, H., Lichtenstein, P., & Pedersen, N. L. (2006). Prevalence, heritability, and prospective risk factors for anorexia nervosa. Archives of General Psychiatry, 63(3), 305–312. https://doi.org/10.1001/archpsyc.63.3.305


Dakanalis, A., Mentzelou, M., Papadopoulou, S. K., Papandreou, D., Spanoudaki, M., Vasios, G. K., Pavlidou, E., Mantzorou, M., & Giaginis, C. (2023). The association of emotional eating with overweight/obesity, depression, anxiety, and other mental health comorbidities: A review of the literature. Healthcare, 11(1), 138. https://doi.org/10.3390/healthcare11010138


Dalle Grave, R. (2018). Terapia cognitivo comportamentale multistep per i disturbi dell'alimentazione. Positive Press.


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Fairburn, C. G., Jones, R., Peveler, R. C., Hope, R. A., & O'Connor, M. (1998). Psychotherapy and bulimia nervosa: Longer-term effects of interpersonal psychotherapy, behavior therapy, and cognitive behavior therapy. Archives of General Psychiatry, 50(6), 419–428.


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Galmiche, M., Déchelotte, P., Lambert, G., & Tavolacci, M. P. (2019). Prevalence of eating disorders over the 2000–2018 period: A systematic literature review. The American Journal of Clinical Nutrition, 109(5), 1402–1413. https://doi.org/10.1093/ajcn/nqy342


Garner, D. M., & Bemis, K. M. (1982). A cognitive-behavioral approach to anorexia nervosa. Cognitive Therapy and Research, 6(2), 123–150. https://doi.org/10.1007/BF01183887


Kaye, W. H., Fudge, J. L., & Paulus, M. (2009). New insights into symptoms and neurocircuit function of anorexia nervosa. Nature Reviews Neuroscience, 10(8), 573–584. https://doi.org/10.1038/nrn2682


Nizzoli, U., Melchionda, N., & Tarrini, G. (2007). La cura dei disturbi alimentari: Il lavoro di équipe multidisciplinare. Erickson.


Stice, E. (2002). Risk and maintenance factors for eating pathology: A meta-analytic review. Psychological Bulletin, 128(5), 825–848. https://doi.org/10.1037/0033-2909.128.5.825


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Treasure, J., Duarte, T. A., & Schmidt, U. (2020). Eating disorders. The Lancet, 395(10227), 899–911. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)30059-3

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