Domande che aprono porte # 1: Chi ti ha aiutato a ricordare chi eri?
- 1 lug
- Tempo di lettura: 3 min

Newsletter ideata da Erika Marchioro
Benvenuto a Domande che aprono porte.
Qui troverai una domanda, una storia o una riflessione nata dall’osservazione delle persone, delle relazioni e di quelle piccole cose che spesso passano inosservate.
Non troverai risposte definitive.
Le domande più importanti raramente servono a chiudere qualcosa. Servono piuttosto ad aprire uno spazio di ascolto, a guardare una situazione da una prospettiva diversa o a ritrovare qualcosa che avevamo dimenticato.
Prenditi il tempo che ti serve.
E, se una frase ti accompagnerà oltre la fine della lettura, forse questa newsletter avrà fatto il suo lavoro.
C'è una storia che ogni tanto mi torna in mente: la storia della zia Ludovica.
In realtà, a dirla tutta, non è una vera zia (o forse si?).
La zia Ludovica era una donna che aveva attraversato molte diƯicoltà, tanto da ritrovarsi, ad
un certo punto, con pochi soldi, poca salute e, per tutto questo, con sempre meno persone
attorno.
Succede, più di quanto ci piaccia ammettere: siamo bravissimi ad amare chi sta bene, un po’
meno bravi a restare quando la vita si complica.
Tornando alla storia, la zia Ludovica aveva un grande talento: cucinava prelibatezze e lo
faceva in un modo da fare sembrare le ricette delle lettere d'amore.
Un giorno mi raccontò che avrebbe voluto preparare una particolare ricetta di polipo che le
ricordava sua madre, ma non poteva proprio permetterselo.
Così, restammo semplicemente a parlare.
E poi a parlare ancora.
E ancora.
E ancora.
Parlavamo di ricette, di vita, di pesca, di paure, di sogni lasciati in sospeso.
A un certo punto iniziammo persino ad andare a pesca.
Non chiedetemi perché.
Le migliori idee della vita spesso non hanno una spiegazione convincente, ma soltanto una
direzione.
E quella direzione, quel giorno, era un fiume.
Tra una trota e l'altra, di incontro in incontro, la zia Ludovica iniziò lentamente a tornare sé
stessa.
Non perché qualcuno le avesse insegnato qualcosa, né perché qualcuno le avesse dato
consigli.
Nessuno, infatti, la stava punzecchiando con la fatidica frase “Devi reagire” (una frase che
andrebbe abolita dal vocabolario umano).
La zia Ludovica iniziò a rifiorire perché qualcuno si era fermato. Proprio lì, lì con lei.
Qualcuno aveva ascoltato le sue storie.
Qualcuno aveva visto la persona prima del problema.
Mi viene in mente una scena di Big Fish di Tim Burton.
(Spoiler): alla fine del film, il figlio scopre che le storie esagerate raccontate per tutta la vita dal
padre non erano semplici invenzioni ma erano il modo che aveva trovato per dare significato
alla propria esistenza e per restare in relazione con gli altri.
In fondo, non ricordiamo le persone solo per ciò che hanno fatto.
Le ricordiamo per le storie che hanno condiviso con noi.
La zia Ludovica non aveva bisogno di essere aggiustata, bensì aveva bisogno di essere incontrata.
E, alla fine, riuscì a comprare il suo polpo.
Lo cucinò e preparò la tavola con cura, scegliendo il servizio buono.
Quando finimmo di mangiare mi guardò e disse soltanto:
"Hai mangiato il nostro polipo." Sottolineando quel “nostro” con lo sguardo.
Il nostro.
Molti anni fa lo psichiatra e filosofo Martin Buber scrisse che esistono due modi di incontrare
L'altro.
Possiamo viverlo come un "esso" oppure come un "tu".
Un "esso" è una funzione. Sa tanto di fredda algebra. Un problema. Un ruolo.
Un "Tu" è una persona.
La diƯerenza sembra piccola ma cambia tutto.
Alcune cose non nascono dall'aiuto, ma dalla relazione.
Ed è qui che mi torna in mente una frase che porto con me da anni:
Non è la parola che cura, ma la relazione.
La parola può aprire una porta, consolando ed orientando.
La relazione, invece, ci permette di attraversare quella porta.
Forse per questo le persone che ricordiamo di più non sono sempre quelle che ci hanno dato le risposte migliori, ma quelle che sono rimaste.
Quelle che hanno saputo sederci accanto senza fretta.
Quelle che ci hanno ricordato qualcosa che avevamo dimenticato.
E allora la domanda che apre la porta di oggi è questa:
Chi ti ha aiutato a ricordare chi eri?
Forse la risposta vale la pena di essere custodita.
Come una vecchia ricetta di famiglia.
Le domande che contano non chiedono di essere risolte subito. Chiedono di essere abitate.
Puoi portarla con te per qualche ora, per qualche giorno o per tutto il tempo che sarà necessario.
Ci ritroviamo nella prossima newsletter con un’altra porta da aprire.

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