Comprendere il trauma e il percorso di guarigione
- 3 lug
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Negli ultimi trent'anni la comprensione clinica del trauma è cambiata in modo radicale. Da fenomeno prevalentemente "mentale" — un ricordo doloroso da rielaborare attraverso l'insight — il trauma è oggi inteso come un'esperienza che coinvolge l'intero organismo: il sistema nervoso, il corpo, le relazioni e il senso di sé. Questo cambiamento di paradigma nasce dal lavoro convergente di psichiatri, ricercatori e clinici che, pur partendo da prospettive diverse, sono arrivati a conclusioni sorprendentemente simili: capire la propria storia è necessario, ma non sufficiente, per guarire.
Il trauma non è (solo) una storia
Bessel van der Kolk, psichiatra e tra i più noti ricercatori sul trauma, ha dedicato gran parte della sua carriera a dimostrare come le esperienze traumatiche lascino tracce misurabili nel corpo e nel cervello, alterando la regolazione dello stress, la percezione di sé e la capacità di sentirsi al sicuro (van der Kolk, 2014). Nella sua prospettiva, la componente narrativa del trauma — il racconto di ciò che è accaduto — è solo una parte del quadro: altrettanto centrali sono le sensazioni corporee, spesso preverbali, che il trauma lascia in eredità. Per questo motivo van der Kolk (2014) sostiene che gli approcci puramente verbali e insight-based abbiano un'efficacia limitata se non accompagnati da interventi corpo-centrati.
Questa idea è coerente con il lavoro di Peter Levine, ideatore della Somatic Experiencing. Secondo Levine (1997, 2010), il trauma si origina quando l'energia mobilitata dal sistema nervoso per rispondere a una minaccia (l'attivazione di attacco, fuga o congelamento) non riesce a completarsi e a scaricarsi. Questa energia "bloccata" resta iscritta nel sistema nervoso autonomo e continua a generare sintomi anche molto tempo dopo l'evento. Guarire, in questa cornice, significa aiutare il corpo a completare quelle risposte fisiologiche interrotte, più che elaborare cognitivamente il ricordo.
Una base neurofisiologica a questo modello è offerta dalla teoria polivagale di Stephen Porges (2011), che descrive come il sistema nervoso autonomo si muova continuamente tra stati di sicurezza, mobilitazione difensiva e immobilizzazione, e come la percezione — spesso inconsapevole — di sicurezza o pericolo nell'ambiente (la "neurocezione") determini quale stato prevale. Questo spiega perché una persona possa sapere razionalmente di essere al sicuro, ma continuare a sentirsi in pericolo: la regolazione avviene a un livello che precede il pensiero cosciente.
Guarire è un processo relazionale
Se il corpo è un asse centrale della guarigione, l'altro è la relazione. Judith Herman, nel suo lavoro fondativo sul trauma e sulla ripresa, ha proposto un modello a tre fasi — stabilire la sicurezza, elaborare il lutto e il ricordo, ricostruire la connessione con la vita ordinaria — sottolineando che questo processo può avvenire solo all'interno di legami affidabili, non in isolamento (Herman, 1992). Il trauma, per Herman, agisce proprio rompendo i legami di fiducia con gli altri; la guarigione richiede quindi la loro ricostruzione.
Questa centralità della relazione trova eco anche nel lavoro di Gabor Maté, che collega le origini di molte forme di sofferenza — incluse le dipendenze — a esperienze precoci di disconnessione emotiva, e vede nella riconnessione (con sé stessi, con gli altri, con un senso di appartenenza) un fattore chiave del recupero (Maté, 2003). Sul piano evolutivo, la teoria dell'attaccamento di John Bowlby fornisce una cornice complementare: la disponibilità di una base sicura — una figura affidabile a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà — è ciò che permette a un individuo, fin dall'infanzia, di esplorare il mondo e affrontare situazioni difficili senza esserne sopraffatto (Bowlby, 1988). In età adulta, il medesimo principio si applica alla relazione terapeutica.
Infine, Irving Yalom ha più volte insistito sul fatto che ciò che cura, in psicoterapia, non è tanto la tecnica quanto la qualità della relazione: la capacità del terapeuta di essere realmente presente e di "restare" accanto al paziente nel dolore, senza ritirarsi né volerlo risolvere troppo in fretta (Yalom, 2002).
Implicazioni cliniche
Messe insieme, queste prospettive — neurobiologica (van der Kolk, 2014; Porges, 2011), somatica (Levine, 1997, 2010), relazionale-evolutiva (Bowlby, 1988), sociale (Herman, 1992; Maté, 2003) ed esistenziale (Yalom, 2002) — convergono su alcuni punti condivisi:
L'insight da solo non basta. Capire perché si soffre non modifica automaticamente le risposte automatiche del corpo (van der Kolk, 2014).
Il corpo va coinvolto attivamente nel trattamento, attraverso pratiche che favoriscano la regolazione dell'arousal e il completamento delle risposte difensive interrotte (Levine, 1997; Porges, 2011).
La relazione terapeutica è essa stessa un intervento, non solo un contenitore per la tecnica (Herman, 1992; Yalom, 2002).
La guarigione non è lineare. Il modello a fasi di Herman (1992) e la natura oscillante della regolazione autonomica descritta da Porges (2011) spiegano perché il percorso terapeutico proceda spesso per avanzamenti e regressioni, piuttosto che in linea retta.
Per chi lavora clinicamente con il trauma, questo significa integrare interventi centrati sulla narrazione con strumenti che coinvolgano il corpo e la regolazione fisiologica, e soprattutto costruire con il paziente una relazione stabile e affidabile che possa fungere da base sicura durante tutto il percorso.
Riferimenti bibliografici
Bowlby, J. (1988). A secure base: Parent-child attachment and healthy human development. Basic Books.
Herman, J. L. (1992). Trauma and recovery: The aftermath of violence—from domestic abuse to political terror. Basic Books.
Levine, P. A. (1997). Waking the tiger: Healing trauma. North Atlantic Books.
Levine, P. A. (2010). In an unspoken voice: How the body releases trauma and restores goodness. North Atlantic Books.
Maté, G. (2003). When the body says no: Understanding the stress-disease connection. Wiley.
Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. W. W. Norton & Company.
van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.
Yalom, I. D. (2002). The gift of therapy: An open letter to a new generation of therapists and their patients. HarperCollins.



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