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Come scrivere una relazione o un report in psicologia: guida approfondita per studenti e giovani professionisti

11 ott
Tempo di lettura: 9 min

1. Perché la scrittura è parte del lavoro psicologico

In psicologia il testo scritto è spesso l’unica traccia durevole di ciò che è accaduto in un colloquio, in una valutazione o in un periodo di tirocinio. Chi legge non c’era: conosce solo ciò che scriviamo. Per questo un report non è un adempimento burocratico, ma un atto professionale con conseguenze reali. Può orientare una decisione clinica, un invio a un altro servizio, un percorso scolastico o un’indicazione per l’utente (Groth-Marnat & Wright, 2016; Lichtenberger et al., 2004).


Scrivere obbliga anche a chiarire il proprio ragionamento. Tallent (1993) sottolinea che il report è il luogo in cui l’informazione raccolta viene integrata e trasformata in una comunicazione utile a chi deve agire. Se non riusciamo a spiegare per iscritto come siamo arrivati a una conclusione, probabilmente quel ragionamento non è ancora abbastanza solido.


2. Relazione, report, restituzione: tre generi, tre lettori

Nella pratica i termini si sovrappongono, ma conviene distinguere almeno tre situazioni.

La relazione (di tirocinio, di laboratorio, d’esame). È un testo formativo e prevalentemente discorsivo. Descrive un’esperienza o un’osservazione e ne propone una lettura critica alla luce della teoria. Il lettore è un docente o un tutor, che valuta anche la capacità di collegare pratica e teoria.


Il report professionale (di valutazione, di consulenza). È un documento più sintetico e strutturato, che risponde a una domanda precisa posta da un committente: un collega, un servizio, un tribunale, una scuola. Ownby (1997) insiste sull’importanza di partire dal quesito di invio, perché è questo a stabilire quali informazioni includere e quali lasciare fuori.


La restituzione scritta all’utente. Ha un lettore non specialista, quindi richiede un linguaggio accessibile senza perdere accuratezza. La ricerca sulla leggibilità dei report psicologici mostra che spesso i testi sono più difficili di quanto i loro destinatari possano gestire (Harvey, 1997).


La domanda da cui partire è sempre la stessa: chi leggerà questo testo, che cosa sa già e che cosa deve poterne fare? Dalla risposta dipendono la lunghezza, il livello di tecnicismo e perfino l’ordine delle sezioni.


3. La struttura: un percorso pensato per il lettore

3.1 Il modello di base

Per i testi di taglio empirico il riferimento condiviso è la sequenza introduzione, metodo, risultati e discussione, codificata nelle norme APA (APA, 2020) e discussa da Bem (2003) come un racconto che deve guidare il lettore dalla domanda alla risposta. Adattata a relazioni e report, la struttura può diventare:

  1. Introduzione. Contesto, motivo del lavoro, obiettivi o quesito.

  2. Metodo. Che cosa è stato fatto, con quali strumenti, in quali tempi, con quali persone o in quale servizio.

  3. Risultati o osservazioni. Che cosa è emerso, descritto in modo ordinato e senza anticipare l’interpretazione.

  4. Discussione. Lettura dei dati alla luce della teoria, della letteratura e dei limiti del lavoro.

  5. Conclusioni. Sintesi e, quando pertinente, indicazioni operative o sviluppi possibili.


3.2 Che cosa mettere in ogni sezione

Introduzione. Dovrebbe rispondere a tre domande: di che cosa si parla, perché è rilevante e che cosa ci si propone di fare. In una relazione di tirocinio significa presentare brevemente il servizio, il ruolo svolto e gli obiettivi formativi. In un report significa riportare il quesito e le informazioni di contesto indispensabili.


Metodo. Il criterio guida è la replicabilità del ragionamento: un lettore competente dovrebbe capire che cosa è stato fatto e con quali strumenti, anche se non potrebbe rifarlo identico. Nei report di valutazione si indicano gli strumenti utilizzati e le condizioni di somministrazione che possono influenzare i risultati (Lichtenberger et al., 2004).


Risultati. È la sezione più fattuale. Si descrive ciò che è stato osservato o misurato in forma ordinata, usando tabelle o figure solo quando riducono il carico di lettura. Qui non si commenta: si riporta.


Discussione. È la parte in cui si ragiona. Si collegano i risultati alla teoria, si considerano spiegazioni alternative, si dichiarano i limiti (campione ridotto, strumenti non standardizzati, osservazioni raccolte in un solo contesto). Discutere i limiti non indebolisce il lavoro, ma ne aumenta la credibilità.


Conclusioni. Devono rispondere alla domanda iniziale. Una regola semplice di coerenza: ogni obiettivo dichiarato nell’introduzione deve trovare una risposta nelle conclusioni, e nelle conclusioni non deve comparire nulla che non sia stato discusso prima.


3.3 Quando la struttura cambia

Non esiste uno schema universale. Molti servizi, ordini professionali, atenei e tribunali hanno modelli propri. La prima cosa da fare è quindi chiedere o cercare le indicazioni formali, e solo in loro assenza ricorrere a una struttura generale.


4. Dati e interpretazioni: il cuore del pensiero clinico scritto

4.1 La distinzione

Un dato è ciò che si osserva o si misura: «Durante il colloquio ha distolto lo sguardo in più momenti, soprattutto parlando dei rapporti familiari». Un’interpretazione è l’inferenza che ne deriviamo: «Sembra provare disagio nel trattare il tema familiare». Un’ipotesi è un’interpretazione dichiarata come tale e quindi sottoponibile a verifica.


4.2 Perché è così importante

La psicologia lavora molto su inferenze, e le inferenze sono soggette a distorsioni. Una di quelle più documentate è il bias di conferma, cioè la tendenza a cercare, notare e ricordare le informazioni che sostengono ciò che già pensiamo (Nickerson, 1998). In un report il rischio è scegliere, anche senza volerlo, solo i dati coerenti con l’ipotesi iniziale. Anche la letteratura sul giudizio clinico mostra che le valutazioni basate sul solo giudizio soggettivo possono essere meno accurate di quelle che integrano procedure standardizzate (Grove et al., 2000). Ne deriva una pratica di scrittura prudente: esplicitare su cosa si basa ogni conclusione.


4.3 Come farlo concretamente

  • Separare, anche visivamente, la descrizione dall’interpretazione, con paragrafi o sezioni distinte.

  • Segnalare il grado di certezza con formule graduate («i dati suggeriscono», «sono compatibili con», «non permettono di escludere») invece di affermazioni categoriche.

  • Riportare anche le informazioni che non confermano l’ipotesi principale.

  • Indicare la fonte di ogni informazione: osservazione diretta, racconto dell’utente, documentazione, test.


4.4 Un esempio

Formulazione debole: «Il bambino è aggressivo e non rispetta le regole».


Formulazione migliore: «Nel corso di tre osservazioni in classe, della durata di circa un’ora ciascuna, il bambino ha spinto compagni in quattro occasioni, in due casi durante il passaggio da un’attività all’altra. Le insegnanti riferiscono episodi simili anche in mensa. Questi comportamenti potrebbero essere in relazione con la difficoltà di gestire le transizioni, ipotesi da verificare con ulteriori osservazioni».


La seconda versione è più lunga, ma permette al lettore di valutare, contestare e usare l’informazione.


5. Lo stile: precisione senza ermetismo

5.1 Principi generali

Il manuale APA (2020) raccomanda uno stile chiaro, preciso e privo di ambiguità, con continuità logica tra frasi e paragrafi, termini tecnici usati con cura e un registro adatto al pubblico. Pinker (2014) sostiene, in chiave di psicologia cognitiva, che la difficoltà di molti testi accademici dipende in parte dalla cosiddetta «maledizione della conoscenza»: chi conosce bene un argomento fatica a ricordare che cosa il lettore ignora. Sword (2012), analizzando il lavoro di accademici particolarmente efficaci, mostra che la scrittura riuscita è spesso concreta, ordinata e attenta al lettore, non ricca di gergo.


5.2 Pratiche concrete

  • Frasi brevi e lineari. Se una frase richiede due letture, va riscritta.

  • Un’idea principale per paragrafo, annunciata nella prima frase.

  • Termini tecnici precisi, spiegati se il lettore potrebbe non conoscerli.

  • Niente giudizi di valore né aggettivi vaghi («strano», «particolare», «molto», «problematico» senza ulteriori specificazioni).

  • Verbi al posto dei sostantivi astratti. «Il paziente ha interrotto il trattamento» è più chiaro di «si è verificata un’interruzione del trattamento».

  • Coerenza terminologica. Se si chiama «utente» una persona, non la si chiama «paziente» o «cliente» nel paragrafo dopo, a meno che non ci sia una ragione.

  • Linguaggio rispettoso e centrato sulla persona, evitando etichette diagnostiche usate come aggettivi identitari (meglio «una persona con diagnosi di…» che «uno schizofrenico»). Le norme APA (2020) dedicano ampio spazio a un linguaggio privo di bias.


5.3 Scrivere con regolarità

Molte difficoltà di scrittura non sono di stile ma di metodo di lavoro. Silvia (2007) propone di trattare la scrittura come un’abitudine programmata, con sessioni brevi e regolari, anziché come un’attività che aspetta l’ispirazione. Per chi scrive relazioni di tirocinio, un modo pratico è annotare osservazioni e dubbi subito dopo ogni giornata di servizio, così da non ricostruire tutto a memoria al momento della stesura.


6. Citare e documentare

6.1 Perché citare

Ogni affermazione teorica o empirica che non sia frutto del proprio lavoro va sostenuta da una fonte. Citare serve a riconoscere il lavoro altrui, a permettere al lettore di verificare e a distinguere ciò che sappiamo da ciò che stiamo proponendo.


6.2 Le basi dello stile APA 7

Nel testo si indicano autore e anno, in forma narrativa («Silvia (2007) propone…») o tra parentesi («…come regolarità (Silvia, 2007)»). Con due autori si usa «e» nel corpo del testo e «&» tra parentesi. Con tre o più si cita il primo autore seguito da et al. Alla fine si inserisce l’elenco dei riferimenti in ordine alfabetico, con rientro sporgente, contenente tutte e sole le fonti citate (APA, 2020).


6.3 Errori frequenti

  • Citare in bibliografia fonti mai richiamate nel testo, o viceversa.

  • Usare fonti secondarie come se fossero primarie.

  • Parafrasare troppo vicino all’originale senza citare.

  • Mescolare stili diversi nello stesso documento.

  • Fidarsi ciecamente degli strumenti automatici di formattazione bibliografica, che producono spesso errori.


7. Etica, riservatezza e responsabilità

Relazioni e report descrivono persone reali, e questo comporta obblighi precisi. Informazioni come nomi, luoghi, date, professioni e dettagli biografici possono, combinati tra loro, rendere identificabile una persona anche quando il nome è omesso. Nei testi formativi è buona pratica anonimizzare in modo accurato, modificare i dettagli non essenziali e, dove necessario, ottenere il consenso. I dati relativi alla salute rientrano tra le categorie particolari di dati personali tutelate dal Regolamento (UE) 2016/679 (2016). Per la professione, il riferimento deontologico è il Codice deontologico degli psicologi italiani (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi [CNOP], s.d.), da consultare nella versione vigente, in particolare per le norme su riservatezza e segreto professionale.


Un’ulteriore responsabilità riguarda l’uso che altri faranno del testo. Un report può essere letto da persone diverse da quelle previste e in contesti diversi. Conviene quindi chiedersi: se questo documento finisse nelle mani sbagliate, o fosse letto fuori contesto, che cosa potrebbe provocare? Se la risposta è preoccupante, si può ridurre il livello di dettaglio o specificare a chi e per quale scopo il documento è destinato.


8. Errori comuni e come evitarli

Errore

Come correggerlo

Scrivere tutto ciò che si sa

Selezionare in base al quesito e al lettore

Descrivere senza interpretare, o interpretare senza dati

Tenere separati i due livelli e collegarli esplicitamente

Gergo eccessivo

Spiegare o sostituire i termini poco noti

Conclusioni che non rispondono agli obiettivi

Rileggere l’introduzione prima di chiudere

Affermazioni troppo categoriche

Graduare la certezza

Copia-incolla di formule standard

Personalizzare e verificare che siano pertinenti al caso

Bibliografia incoerente

Controllare ogni citazione una per una

9. Il processo di revisione

Rivedere è una fase distinta dallo scrivere. Alcune strategie utili:

  1. Distanza. Lasciar riposare il testo qualche ora, meglio un giorno, prima di rileggerlo.

  2. Rilettura per livelli. Prima la struttura (l’ordine ha senso?), poi i paragrafi (ogni paragrafo ha un’idea chiara?), infine le frasi e i refusi.

  3. Controllo di coerenza. Obiettivi, risultati e conclusioni devono corrispondersi.

  4. Rilettura ad alta voce. I punti in cui si inciampa sono quasi sempre frasi da riscrivere.

  5. Lettura da parte di un’altra persona, possibilmente non esperta del caso: se non capisce, il problema è del testo.

  6. Taglio. Eliminare ripetizioni, premesse superflue e dettagli che non servono al quesito. Quasi ogni primo testo migliora accorciandolo.


10. Una checklist finale

Prima di consegnare o inviare un documento, può essere utile chiedersi:

  • Il destinatario e lo scopo sono chiari fin dalle prime righe?

  • La struttura rispetta le indicazioni richieste?

  • Dati e interpretazioni sono distinguibili?

  • Ho dichiarato i limiti del lavoro?

  • Le affermazioni sono proporzionate alle informazioni disponibili?

  • Il linguaggio è comprensibile per il lettore e rispettoso delle persone?

  • Le fonti sono citate correttamente e l’elenco finale è completo?

  • Ho tutelato la riservatezza di tutte le persone coinvolte?

  • Ho riletto il testo almeno una volta a distanza di tempo?


Conclusione

Scrivere bene una relazione o un report significa pensare bene: capire a chi ci si rivolge, ordinare le informazioni, distinguere ciò che si è osservato da ciò che si ipotizza, assumersi la responsabilità di ciò che si afferma. È una competenza che si costruisce con la pratica, il confronto e la revisione, e che in psicologia coincide in larga parte con la qualità del lavoro professionale.


Riferimenti bibliografici

American Psychological Association. (2020). Publication manual of the American Psychological Association (7th ed.). https://doi.org/10.1037/0000165-000

Bem, D. J. (2003). Writing the empirical journal article. In J. M. Darley, M. P. Zanna, & H. L. Roediger III (Eds.), The compleat academic: A career guide (2nd ed., pp. 185–219). American Psychological Association.

Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi. (s.d.). Codice deontologico degli psicologi italiani. https://www.psy.it

Eco, U. (1977). Come si fa una tesi di laurea. Bompiani.

Grove, W. M., Zald, D. H., Lebow, B. S., Snitz, B. E., & Nelson, C. (2000). Clinical versus mechanical prediction: A meta-analysis. Psychological Assessment, 12(1), 19–30. https://doi.org/10.1037/1040-3590.12.1.19

Groth-Marnat, G., & Wright, A. J. (2016). Handbook of psychological assessment (6th ed.). Wiley.

Harvey, V. S. (1997). Improving readability of psychological reports. Professional Psychology: Research and Practice, 28(3), 271–274. https://doi.org/10.1037/0735-7028.28.3.271

Lichtenberger, E. O., Mather, N., Kaufman, N. L., & Kaufman, A. S. (2004). Essentials of assessment report writing. Wiley.

Nickerson, R. S. (1998). Confirmation bias: A ubiquitous phenomenon in many guises. Review of General Psychology, 2(2), 175–220. https://doi.org/10.1037/1089-2680.2.2.175

Ownby, R. L. (1997). Psychological reports: A guide to report writing in professional psychology (3rd ed.). Wiley.

Pinker, S. (2014). The sense of style: The thinking person’s guide to writing in the 21st century. Viking.

Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali. (2016). Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 119. https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2016/679/oj

Silvia, P. J. (2007). How to write a lot: A practical guide to productive academic writing. American Psychological Association.

Sword, H. (2012). Stylish academic writing. Harvard University Press.

Tallent, N. (1993). Psychological report writing (4th ed.). Prentice Hall.


 
 
 

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