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Alessitimia: quando le emozioni non trovavo parole

  • 28 mag
  • Tempo di lettura: 8 min

Articolo scritto in collaborazione con @dott.ssamartinamarano

Introduzione

Capita a molte persone di rispondere "sto bene" o "non lo so" quando qualcuno chiede come si sentono — non per mancanza di volontà, ma perché accedere al proprio mondo emotivo risulta genuinamente difficile. Questo fenomeno ha un nome preciso: alessitimia. Un costrutto clinico e psicologico che, dalla sua prima formalizzazione negli anni Settanta, ha progressivamente guadagnato attenzione nella ricerca e nella pratica clinica, rivelando quanto sia complesso — e quanto spesso sottovalutato — il processo attraverso cui gli esseri umani riconoscono, nominano e regolano le proprie emozioni.


Questo articolo si propone di offrire una panoramica approfondita del costrutto di alessitimia: le sue origini teoriche, le sue manifestazioni cliniche, il suo rapporto con il corpo e le relazioni, e le possibilità di intervento oggi disponibili.


Origini del costrutto: Sifneos e la nascita di un termine

Il termine alessitimia — dal greco a- (mancanza), lexis (parola) e thymos (emozione) — fu coniato dallo psichiatra greco-americano Peter Sifneos nel 1973, durante il suo lavoro con pazienti affetti da disturbi psicosomatici. Osservando questi pazienti, Sifneos notò una caratteristica ricorrente e peculiare: pur presentando sintomi fisici rilevanti, mostravano una marcata difficoltà nel descrivere i propri stati emotivi interni, tendevano a utilizzare un pensiero concreto e orientato all'esterno, e sembravano quasi privi di vita fantastica (Sifneos, 1973).


Questa osservazione si inseriva in un filone di ricerca già avviato da Nemiah e colleghi, che avevano iniziato a indagare il rapporto tra vita emotiva e malattia psicosomatica. Nemiah, Freyberger e Sifneos (1976) proposero una concettualizzazione più sistematica del costrutto, identificando quattro caratteristiche nucleari che ancora oggi costituiscono il nucleo definitorio dell'alessitimia:

  1. Difficoltà nell'identificare i propri sentimenti e nel distinguerli dalle sensazioni fisiche associate all'arousal emotivo

  2. Difficoltà nel descrivere verbalmente i propri sentimenti agli altri

  3. Processi immaginativi impoveriti (ridotta vita di fantasia e onirica)

  4. Stile cognitivo orientato verso l'esterno (externally oriented thinking)

Queste caratteristiche non descrivono un'assenza di emozioni, ma piuttosto una difficoltà nell'accedere consapevolmente al proprio mondo emotivo e nel tradurlo in linguaggio simbolico.


Misurazione e diffusione

A partire dagli anni Ottanta, la ricerca sull'alessitimia ha beneficiato dello sviluppo di strumenti di misurazione standardizzati. Il più utilizzato e validato è la Toronto Alexithymia Scale (TAS-20), sviluppata da Bagby, Parker e Taylor (1994), uno strumento self-report composto da 20 item organizzati in tre sottoscale che corrispondono alle dimensioni principali del costrutto: difficoltà nell'identificare i sentimenti (DIF), difficoltà nel descrivere i sentimenti (DDF) e pensiero orientato all'esterno (EOT).


La TAS-20 ha consentito di condurre studi epidemiologici su larga scala. Le stime sulla prevalenza dell'alessitimia nella popolazione generale variano tra il 10% e il 13%, con differenze significative in base a variabili demografiche come sesso, età e livello di istruzione (Taylor, Bagby, & Parker, 1997). Studi più recenti suggeriscono che la prevalenza possa essere più alta in specifiche popolazioni cliniche, come pazienti con disturbi della personalità, disturbi alimentari, dipendenze e condizioni dello spettro autistico (Luminet, Bagby, & Taylor, 2018).


Alessitimia primaria e secondaria

Una distinzione fondamentale nella letteratura riguarda l'eziologia del costrutto. Taylor et al. (1997) hanno proposto di differenziare tra:

  • Alessitimia primaria, di natura neurobiologica, che si manifesta in modo relativamente stabile nel tempo indipendentemente dall'esperienza ambientale. Sarebbe associata a differenze strutturali e funzionali nel sistema nervoso centrale, in particolare nelle connessioni tra il sistema limbico — deputato all'elaborazione emotiva — e la corteccia prefrontale, responsabile della mentalizzazione e della regolazione emotiva consapevole.

  • Alessitimia secondaria, che emerge invece come risposta adattiva a esperienze di vita avverse, in particolare a traumi, stress cronico o ambienti relazionali precoci in cui l'espressione emotiva non era sicura, accolta o incoraggiata. In questi casi, la difficoltà nell'accedere alle emozioni funziona come un meccanismo di difesa sviluppato per proteggersi da stati interni troppo dolorosi o minacciosi (Frewen, Pain, Dozois, & Lanius, 2006).

Questa distinzione ha implicazioni cliniche rilevanti: mentre l'alessitimia primaria richiede interventi più strutturati e a lungo termine mirati allo sviluppo di nuove competenze emotivo-cognitive, quella secondaria può beneficiare in modo significativo di percorsi psicoterapeutici focalizzati sull'elaborazione del trauma e sul ripristino della sicurezza emotiva.


Il corpo come linguaggio alternativo: alessitimia e somatizzazione

Uno degli aspetti più clinicamente rilevanti dell'alessitimia riguarda il suo rapporto con il corpo. Quando le emozioni non vengono riconosciute e integrate a livello psicologico, tendono a manifestarsi attraverso canali somatici. Questo processo — noto come somatizzazione — è stato al centro degli studi originali di Sifneos (1973) e ha continuato a rappresentare un filone di ricerca produttivo.


Van der Kolk (2014) ha approfondito questo meccanismo nel contesto del trauma, mostrando come il sistema nervoso autonomo continui a rispondere a minacce passate attraverso risposte corporee — tensione muscolare, alterazioni del ritmo cardiaco, disturbi gastrointestinali, stati di ipervigilanza — anche in assenza di una consapevolezza emotiva cosciente. Il corpo, in assenza di parole, diventa il principale archivio delle esperienze emotive irrisolte.


Studi neuroscientifici hanno supportato questa prospettiva, mostrando che nei soggetti alessitimici l'attivazione dell'insula — una regione cerebrale coinvolta nell'interocettività, ovvero nella capacità di percepire gli stati interni del corpo — è ridotta in risposta a stimoli emotivi (Bird et al., 2010). Questo dato suggerisce che l'alessitimia non sia semplicemente un deficit linguistico, ma rifletta una difficoltà più profonda nell'elaborazione interocettiva delle esperienze emotive.


. Emozioni e sentimenti: una distinzione necessaria

Per comprendere l'alessitimia in profondità, è utile rifarsi alla distinzione — teoricamente e neurobiologicamente fondata — tra emozioni e sentimenti, proposta da Damasio (1994) nel suo lavoro pioneristico.

  • Le emozioni sono risposte biologiche relativamente automatiche e universali, condivise con altri mammiferi, che si attivano in risposta a stimoli rilevanti per la sopravvivenza e il benessere dell'organismo. Sono accompagnate da modificazioni fisiologiche misurabili — variazioni del battito cardiaco, della sudorazione, della tensione muscolare — e non richiedono necessariamente la consapevolezza cosciente per attivarsi.

  • I sentimenti, invece, sono la rappresentazione soggettiva e cosciente di queste emozioni. Nascono quando il cervello mappa e interpreta le modificazioni corporee indotte dall'emozione, inserendole in un contesto narrativo e biografico. Richiedono quindi attività corticale e capacità di mentalizzazione.

Le persone con alessitimia provano emozioni — il loro sistema nervoso risponde agli stimoli emotigeni — ma hanno difficoltà nell'accedere consapevolmente ai sentimenti che ne derivano (Damasio, 1994). La lacuna non è nell'esperienza emotiva di base, ma nella sua elaborazione simbolica e linguistica.


Alessitimia e relazioni interpersonali

L'impatto dell'alessitimia non si esaurisce nella sfera intrasoggettiva ma si estende in modo significativo alle relazioni interpersonali. La capacità di riconoscere e nominare le proprie emozioni è, infatti, un prerequisito fondamentale per l'empatia, la comunicazione emotiva e la costruzione di intimità.


Diversi studi hanno documentato che i soggetti con alti livelli di alessitimia mostrano difficoltà nell'empatia cognitiva — la capacità di comprendere la prospettiva emotiva dell'altro — oltre che deficit nella comunicazione dei propri stati interni (Grynberg et al., 2010). Questo può generare nelle relazioni una sensazione di distanza emotiva, incomprensione o apparente indifferenza, che può essere vissuta in modo doloroso da entrambi i partner.


È importante sottolineare che questa difficoltà non equivale a mancanza di affetto o di desiderio relazionale. Piuttosto, riflette un sistema di elaborazione emotiva che non dispone ancora degli strumenti per tradurre l'esperienza interna in connessione condivisa. La relazione terapeutica può rappresentare, in questo senso, un contesto privilegiato in cui sviluppare gradualmente queste competenze attraverso un'esperienza relazionale correttiva (Taylor et al., 1997).


Alessitimia e psicopatologia

L'alessitimia è stata associata a un ampio spettro di condizioni psicopatologiche. Non viene considerata essa stessa una diagnosi clinica, ma piuttosto un fattore di rischio transdiagnostico che può contribuire allo sviluppo e al mantenimento di diversi disturbi (Luminet et al., 2018).


Le associazioni più robuste documentate in letteratura riguardano:

  • Disturbi alimentari: la difficoltà nel riconoscere emozioni può favorire il ricorso al cibo — o alla sua restrizione — come strategia alternativa di regolazione emotiva (Corcos et al., 2000)

  • Dipendenze: l'abuso di sostanze e i comportamenti compulsivi possono rappresentare tentativi di gestire stati emotivi non identificabili né tollerabili (Taylor et al., 1997)

  • Disturbi d'ansia e depressione: l'alessitimia è associata a maggiore vulnerabilità alla sintomatologia ansiosa e depressiva, probabilmente in ragione della ridotta capacità di elaborare e regolare gli stati emotivi negativi (Luminet et al., 2018)

  • Disturbi psicosomatici: il legame originario identificato da Sifneos (1973) rimane uno dei più solidi nella letteratura

  • Condizioni dello spettro autistico: elevati livelli di alessitimia sono frequentemente riscontrati in questa popolazione, anche se il dibattito sulla natura di questa associazione è ancora aperto (Bird & Cook, 2013)


Possibilità di intervento

Nonostante l'alessitimia sia stata a lungo considerata una caratteristica relativamente stabile e difficile da trattare, la ricerca più recente offre prospettive più ottimiste, soprattutto per le forme secondarie.


Diversi approcci psicoterapeutici hanno mostrato efficacia nel lavoro con pazienti alessitimici:

La terapia focalizzata sulle emozioni (EFT) e approcci esperienziali in generale favoriscono un contatto graduale con le proprie esperienze emotive in un contesto sicuro e supportivo (Greenberg, 2002). La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) può essere utile nel lavoro sulla consapevolezza emotiva e nella psicoeducazione. Approcci body-based come la Somatic Experiencing (Levine, 2010) lavorano direttamente sull'esperienza corporea, bypassando la difficoltà linguistica e favorendo l'integrazione dall'interno. La mindfulness ha mostrato risultati promettenti nel migliorare la consapevolezza interocettiva e la capacità di identificare gli stati emotivi (Luminet et al., 2018).


Strumenti pratici come la ruota delle emozioni — sviluppata da Robert Plutchik e successivamente rielaborata in diverse versioni — possono supportare il processo di identificazione emotiva fornendo un vocabolario visivo accessibile.


Conclusioni

L'alessitimia rappresenta una dimensione psicologica complessa e sfumata, che chiama in causa la neurobiologia delle emozioni, la storia relazionale individuale, i meccanismi di difesa e la capacità umana di dare senso alla propria vita interiore. Non è indifferenza, non è assenza di sentimenti — è la difficoltà di trovare le parole per quello che si prova, spesso perché nessuno le ha insegnate, o perché imparare a sentire era troppo rischioso.


Riconoscere questa difficoltà è già un primo passo. Nominarla, ancora di più.


Riferimenti bibliografici

Bagby, R. M., Parker, J. D. A., & Taylor, G. J. (1994). The twenty-item Toronto Alexithymia Scale—I. Item selection and cross-validation of the factor structure. Journal of Psychosomatic Research, 38(1), 23–32. https://doi.org/10.1016/0022-3999(94)90005-1


Bird, G., & Cook, R. (2013). Mixed emotions: The contribution of alexithymia to the emotional symptoms of autism. Translational Psychiatry, 3(7), e285. https://doi.org/10.1038/tp.2013.61


Bird, G., Silani, G., Brindley, R., White, S., Frith, U., & Singer, T. (2010). Empathic brain responses in insula are modulated by levels of alexithymia but not autism. Brain, 133(5), 1515–1525. https://doi.org/10.1093/brain/awq060

Corcos, M., Guilbaud, O., Speranza, M., Paterniti, S., Loas, G., Stephan, P., & Jeammet, P. (2000). Alexithymia and depression in eating disorders. Psychiatry Research, 93(3), 263–266. https://doi.org/10.1016/S0165-1781(00)00109-8


Damasio, A. R. (1994). Descartes' error: Emotion, reason, and the human brain. Putnam.


Frewen, P. A., Pain, C., Dozois, D. J. A., & Lanius, R. A. (2006). Alexithymia in PTSD: Psychometric and FMRI studies. Annals of the New York Academy of Sciences, 1071(1), 397–400. https://doi.org/10.1196/annals.1364.029


Greenberg, L. S. (2002). Emotion-focused therapy: Coaching clients to work through their feelings. American Psychological Association.


Grynberg, D., Luminet, O., Corneille, O., Grèzes, J., & Berthoz, S. (2010). Alexithymia in the interpersonal domain: A general deficit of empathy? Personality and Individual Differences, 49(8), 845–850. https://doi.org/10.1016/j.paid.2010.07.013


Levine, P. A. (2010). In an unspoken voice: How the body releases trauma and restores goodness. North Atlantic Books.


Luminet, O., Bagby, R. M., & Taylor, G. J. (Eds.). (2018). Alexithymia: Advances in research, theory, and clinical practice. Cambridge University Press.


Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976). Alexithymia: A view of the psychosomatic process. In O. W. Hill (Ed.), Modern trends in psychosomatic medicine (Vol. 3, pp. 430–439). Butterworths.


Sifneos, P. E. (1973). The prevalence of 'alexithymic' characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2), 255–262. https://doi.org/10.1159/000286529


Taylor, G. J., Bagby, R. M., & Parker, J. D. A. (1997). Disorders of affect regulation: Alexithymia in medical and psychiatric illness. Cambridge University Press.


Van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.

 
 
 

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